Aharon Appelfeld, grande scrittore israeliano e uomo straordinario, è mancato il 4 gennaio 2018 nella sua casa di Mevasseret Gerusalemme.

Tradotto in più di 30 lingue è stato un testimone di umanità e di speranza attraverso l’esperienza dell’Olocausto. Autore stimatissimo da Philip Roth a Amos Oz a Primo Levi che ne espresse lodi leggendo i primi libri pubblicati da Giuntina editore.

il primo incontro al Centro Culturale di Milano nel 2007 per il libro Badenheim 1939

La sua opera da diversi anni è pubblicata da Guanda e tradotta magistralmente da Elena Loewental.

Nei campi ho visto il male ma ho visto anche l’uomo porgere i pane e Dio era lì, raccontava spesso. La madre fu uccisa e lui internato insieme al padre che lo aiutò poi a fuggire. Senza farsi riconoscere, guardando la religiosità nascosta negli uomini e donne più incredibili, -delinquenti, prostitute, ladri e animali silenziosi- che lo rifugiarono a loro insaputa, vagò per 4 anni, nelle foreste della Germania e dell’Ucraina.

con la moglie Judith, Jonathan Sierra, Soby Makull e l’artista Letizia Fornasieri

  Nacque nel 1932 in Bucovina in una cittadina che cambiò confine tre volte pur rimanendo ferma, come dice Alain Finkielkraut in un intervista a Appelfeld su France Culture. Giunse a 16 anni a Tel Aviv attraverso viaggio di peripezie e dallo scenario epocale. Come ricorda, nel kibbutz che lo ospitò, gli fu consegnata la Bibbia, attraverso la quale ricomprese le domande senza risposta poste dal bambino di fronte alla cultura secolarizzata della sua famiglia e interpellata dalla religiosità lontana dei nonni e degli ambienti cristiani in cui viveva la sua comunità. Così come il maturarsi di una consapevolezza di un “figlio di Re”, come si sentiva, straniero, in mezzo ai delinquenti con cui si trovò nella foreste e dentro i quali seppe intravedere quella strana religiosità che non si strappava via dagli uomini, neppure nell’inferno del lager.

A Gerusalemme il primo incontro nella casa col Direttore Camillo Fornasieri

E’ attraverso questa esperienza che accettò  di vivere di nuovo e di parlare una nuova lingua, mentre quella originaria, lo Yiddish era  bandita in un paese nuovo e laico.

Divenne così scrittore, imparando a parlare di nuovo. Ci lascia un grande testimonianza e amicizia, coltivata dal Centro in tanti anni e di cui lasciamo traccia negli interventi e immagini d’Archivio. Consegna alla letteratura -e non solo- più di 40 racconti e romanzi, dove la parola ha la forza dell’esperienza e la visione profonda del mondo nel quale viviamo.

la sua macchina da scrivere Remington, che preferiva al Pc

 

 

 

 

 

 

 

I Promessi Sposi nella città contemporanea.

“Perché m’avete presa?” - Il rapimento di Lucia

con Lucia Bellaspiga
attore Laura Piazza

 

 

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