Wael Farouq martedì 11 aprile 2017

I cristiani copti sanno che oggi in Egitto andare in chiesa a pregare è un rischio. Daesh ha minacciato di bruciarli nelle chiese e, solo dieci giorni fa, le forze di sicurezza hanno disinnescato
Amore non solo tolleranza. E chiarezza

I cristiani copti sanno che oggi in Egitto andare in chiesa a pregare è un rischio. Daesh ha minacciato di bruciarli nelle chiese e, solo dieci giorni fa, le forze di sicurezza hanno disinnescato un ordigno proprio nello stesso edificio sacro che nella Domenica delle Palme ha subito uno dei feroci attacchi terroristici. Eppure, i cristiani egiziani continuano a recarsi in chiesa per pregare. La Domenica delle Palme è un giorno speciale per i bambini. Le madri, una volta, si divertivano a creare simboli e giocattoli con foglie di palma. Noi, bambini musulmani, ricevevamo corone, stelle e spade fatte con queste foglie, mentre i bambini cristiani portavano le croci. Li accompagnavamo in corteo fino alle porte della chiesa. Loro entravano per la Messa e noi ricevevamo qualche dolce. Poi, in attesa che uscissero, proteggevamo la chiesa da nemici e demoni invisibili con le nostre spade verdi.

Penso che la mia sia l’ultima generazione che ha vissuto questa gioia. In seguito, alla fine degli anni 70 del Novecento, il presidente Anwar al-Sadat ha aperto lo spazio pubblico agli islamisti e milioni di egiziani sono emigrati verso i Paesi del Golfo, verso società uniformi che non conoscevano il pluralismo religioso e non lo accettavano. È stato l’inizio della propaganda d’odio contro i cristiani in generale e quelli egiziani in particolare. In ogni quartiere c’era una moschea controllata dai propagandisti dell’islam politico. Sotto la protezione di Sadat e nell’indifferenza dei suoi successori, la propaganda contro i cristiani è durata quarant’anni. Gli sheykh dicevano ai musulmani che i cristiani erano «miscredenti», che non bisognava mangiare il loro cibo, non bisognava amarli. Dicevano: «Uccidono i vostri fratelli in Iraq, Palestina e Afghanistan». Dicevano: «Non fate gli auguri per le loro feste, non rivolgete loro il saluto».

Eppure nonostante anni di questa macabra propaganda, gli egiziani hanno saputo riscoprire la propria unità in piazza Tahrir. La rivoluzione ha creato uno spazio di incontro fra il musulmano, cui si era tentato di far dimenticare l’amore e una secolare convivenza, e il cristiano che si era rassegnato a emigrare o a isolarsi dal mondo, rinchiudendosi dentro le mura della sua Chiesa nel suo stesso Paese. La rivoluzione, nei pochi anni passati, ha distrutto decenni di odiosa propaganda. Tanti egiziani, però, malgrado la propaganda d’odio e le stragi dei terroristi, stanno riscoprendo il bene dell’unità. Dopo gli attacchi di domenica, i cristiani hanno celebrato sui social network gli eroici poliziotti – tutti musulmani – uccisi mentre compivano il loro dovere di proteggere la Messa officiata da papa Tawadros. Era lui l’obiettivo principale degli attacchi: il primo, quello alla chiesa di Tanta, aveva lo scopo di attirare l’attenzione per colpire poche ore dopo il capo spirituale dei cristiani copti nella chiesa di San Marco ad Alessandria. Il terrorista, però, non riuscendo a entrare, si è fatto esplodere davanti alla porta della chiesa, uccidendo cristiani e musulmani.

Molti musulmani sono accorsi per donare sangue, hanno aperto le porte delle moschee per curare i feriti e hanno pianto calde lacrime mentre estraevano i feriti dalle chiese. La loro umanità ha vinto sulla propaganda d’odio. Musulmani e cristiani sono rimasti insieme, in ospedale, in moschea, in chiesa.

È questo un tempo in cui i predicatori della tolleranza devono fare un passo indietro. La tolleranza non è altro che lo slogan di chi è incapace di amare, e non basta. Oggi non abbiamo bisogno di tollerare, ma di amare. Perché questo terrore sarà sconfitto solo dalla nostra capacità di amare e piangere per gli altri.

Daesh ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici, ma solo Daesh ne è responsabile? Non lo sono anche gli islamisti che propagandano l’odio? Non lo è anche chi si limita a condannare l’atto criminale, senza condannare l’ideologia che lo alimenta? Non lo è anche chi divide gli islamisti in moderati ed estremisti? Lo sheykh Yusuf al-Qaradawi – figura simbolo dei cosiddetti islamisti moderati – ha giustificato gli attacchi terroristici dando la colpa alla presenza di un regime dittatoriale. Ma dov’è la dittatura a Stoccolma? Dov’è la dittatura a Bruxelles, a Londra e in Francia? Come si può giustificare l’ondata di lupi solitari e di jihad a basso costo in Europa?

Stanno erigendo un muro psicologico fra di noi per distruggere ciò che di più prezioso ha realizzato la civiltà: la libertà, la democrazia, i diritti umani.

Puoi morire in un caffè, in un teatro, in un parco, in uno stadio, nella metro. Vieni ucciso in chiesa. Il tuo assassino non ti conosce, non ha mai visto la tua faccia, non ha mai sentito il tuo nome. Lui non sa se la tua morte rattristerà i cuori di chi ti ama, o renderà felici quelli di chi ti odia. Non conosce nemmeno sempre la tua religione, né la tua nazionalità. In realtà, il tuo assassino non uccide te, ma la vita che è in te. L’attentatore suicida non conosce nulla delle sue vittime, conosce solo se stesso. Ma cosa conosce di se stesso che lo spinge alla morte? Anzi, cosa non conosce di se stesso che lo spinge a fuggire dalla vita?

Conosce l’odio, non l’amore. È morto prima di morire e si fa esplodere per sfuggire a questa morte. Chi non conosce l’amore non ha altra salvezza che la morte. Non c’è resurrezione per la sua anima, perché è lei stessa il sepolcro, è lei stessa la prigione. È vero, la fede nell’amore non ti proteggerà da una pallottola o da una scheggia che va a conficcarsi nel tuo cuore, ma proteggerà il tuo cuore dalla morte prima della morte, dal vivere la vita come una continua fuga dalla morte.