La realtà in cui siamo immersi chiede sempre – in questo tempo ancora di più – di soppesare, mettere alla prova, le ragioni che reggono le nostre sicurezze o le nostre certezze. Anche se siamo informati e aggiornati minuto per minuto, fatichiamo a percepire che cosa veramente stia accadendo per la nostra vita.

C’è bisogno di noi, del nostro volto per ascoltare cosa domanda in noi, cosa urge. Un’attenzione cui non ci abitua la mentalità comune (non ci dà l’abito/habitus/l’abitare un problema interessante), che fa toccare tutto senza lasciare traccia. Ma i fatti, gli accadimenti reali delle giornate milanesi o del mondo, quelli ci toccano.

C’è una fatica da fare, ma appassionante, forse un lavoro, “un lavoro per tutti” (diceva il poeta T. S. Eliot), per staccarci da un’egemonia culturale che determina il nostro sentire e pensare, nella quale siamo immersi, che delinea il perimetro delle nostre certezze con il criterio empirico delle proprie conquiste.

“Tutte le certezze nascono dallo stupore”. Per questo abbiamo voluto incuneare tutto il Programma proposto dal Centro Culturale di Milano in questo giudizio. Potremmo infatti limitarci a quello che sappiamo già, mettere le cose che accadono a confronto con il portato della nostra cultura, del nostro sentire, del nostro sapere. Ma potrebbe sfuggirci drammaticamente la cosa più importante contenuta nei fatti, un nuovo suggerimento a noi stessi, un’indicazione che assomiglia al perché tutto accade, a perché, in fondo in fondo, capita a noi sia il bene sia la fatica o il peggio.

Tutte le certezze nascono da vivere lo stupore di una ragione sorella dell’esperienza, pronta a sottomettersi ai fatti, alle evidenze, per trovare vere certezze convincenti il nostro io, che risorgono dal già saputo. La decisione tra il nostro potere di misurare tutto o lo stupore, così da far nascere un giudizio all’altezza della nostra umanità è, crediamo, il problema culturale di oggi. Definisce la posizione umana di fronte a tutto, alla crisi, al lavoro, al sapere. Questa scelta della ragione attraversa ogni classe sociale, riguarda ognuno come persona, relegare nella sfera dell’inutile, nel culto fuori dal bene comune, nel personale, questa scelta o prendere sul serio l’invito contenuto in tutta la realtà.

Ci sentiamo profondamente grati che sia proposto per il 2012/13 l’Anno della fede per l’occasione che è per tutti e ancor più per la cultura -cioè per quella serie di motivi, ragioni che tengono in piedi la vita di ciascuno (anche di quelli che si definiscono manovali o ‘ignoranti’). Non può essere che proprio la nostra cultura non sia più stupita, al lavoro, non si lasci colpire oltre la corazza dei giusti successi. L’uomo è di più, esige di più, ha sete di più. Questo per noi è la cultura, la consistenza della persona di fronte all’altezza del suo desiderio.

Non crediamo già di sapere, “E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi”. Così ha detto lo scorso settembre Benedetto XVI ai suoi ex studenti. La fede è il modo normale con cui conosciamo, dal fidarci di nostra madre alle conclusioni su compagni, colleghi, dati confermati da altri di cui si conosce la ragionevolezza. Ma se lo stesso metodo riguardasse una cosa interessante come la vita stessa, la morte, il senso di tutti, passo dopo passo? Seguiremo perciò i passi suggeriti dalla paternità e originalità del Papa che interroga tutti e ha proposto un anno così.

Partecipiamo a questo invito cercando di vivere qui a Milano degli “Incontri”. Delle occasioni di entrare in qualcosa di nuovo con dei testimoni, dal Brasile, dall’ordine Benedettino, da chi vive la scienza. E poi per capire ‘cos’è la Chiesa’, che nel Concilio Vaticano II, di cui ricorrono i 50 dall’inizio dei lavori, ha vissuto una coscienza di sé come invito per tutti. Fino al primo degli Arcivescovi del nostro tempo, Montini, da Milano a Roma, poi Paolo VI, per abbracciare l’estraneità del mondo con un nuovo annuncio.

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