di Enzo Manes

La città della grande ripresa, Milano, si interroga sul suo futuro e sul senso del suo passato Ne hanno parlato Luca Doninelli, Ferruccio De Bortoli, Stefano Boeri e don Claudio Burgio a partire dalla visita del Papa a Milano con al centro l’attualità del “perdono di Renzo” nei Promessi Sposi” (testo e video in Eventi Trascorsi)

E’ sera, chi è di fronte a me avanza. Il buio non aiuta a tenere sotto controllo il sentimento della paura. Adesso che succede? La sagoma è ormai a un passo. Sudo. Non posso allontanarmi in fretta, non c’è più tempo. Mi preparo a difendermi, ne ho lette tante di aggressioni senza scopo di…. lucro. L’aggressore ha il solo obiettivo di offendere; desidera menare le mani. La sagoma che fa? Rallenta e poi procede con il suo passo. Mi supera, non mi sembra vero. Eppure è così. Tiro un sospiro di sollievo. Era solo un passante. Una persona. Una persona di questa città. Riassumo così un vecchio monologo di Giorgio Gaber, molto attuale. E oggi non sono remote le possibilità che alla fine l’atto violento prevalga.

Porre la questione del perdono al tempo dell’inquietudine e della confusione è correre un po’ troppo? Paura, insicurezza, sospetto sembrano le fragili architravi della convivenza urbana. Quasi una resa davanti ad un individualismo che si fa dominio. E’ come se il desiderio avesse trovato soddisfazione nell’annullare il prossimo per liquidare se stessi.

A cinquant’anni dal ’68, quel desiderio di cambiare il mondo (senza magari prima cambiare un po’ se stessi) è finito (sfinito?); mentre il desiderio continua a mantenere il centro della scena (ci mancherebbe, è umano che sia così), s’avanza e si impone come atto supremo di solitudine. I soli, uomini e donne soli, per dirla sempre con Gaber.

Allora, se le nostre città assistono al prevalere di una libertà che sceglie di condurre il desiderio sul quel viale del tramonto (baloccandosi tra indifferenza e violenza), diventa interessante la sfida di un virus positivo che “impalli”: io creativo.

Milano ha bisogno di perdono. Dunque, di uomini e non di sagome. Che, per perdonare, devono accettare di essere perdonati. Siamo tutti Renzo Tramaglino? Il protagonista perdona al culmine della propria fatica, della lotta senza esclusione di colpi con il desiderio della vendetta che lo ha tenuto in vita fin nella Milano appestata. Perdona don Rodrigo perché, proprio in quell’attimo, torna a volersi bene. Si arrende al bene che, in fondo, mai lo ha abbandonato. Accetta di essere perdonato.

I Promessi Sposi nel suo insieme e l’episodio eclatante del “Perdono di Renzo” ci dicono che nessuno è innocente. Perché è nell’ordine naturale delle cose. Sforzarsi di cambiarlo non è conveniente: disumanizza.

Quel che propone papa Francesco è un ricongiungimento elementare con la realtà. Un semplice riaffacciarsi di umanità. Il cristiano è chiamato a ritrovarsi per incontrare. Testimone di questo tempo “sperdonato”. Per mettersi in… salvo! Ci pare di sentire le campane di Testori: din don, di don, per don, per don.