Le nuove tecnologie ci avvolgono, entrano in tutti gli spazi della nostra esistenza, tendono a riconfigurare le nostre relazioni con le cose e anche con le persone; ci meravigliano per ciò che riescono a fare e a farci fare, ci spaventano per le implicazioni prevedibili a diversi livelli della vita personale e sociale, ci inquietano e ci preoccupano per la sensazione di non riuscire a dominare e incanalare tanta potenza sempre e facilmente disponibile. Non si tratta solo di nuovi e straordinari strumenti ma di un contesto che sta mutando, di un nuovo ambiente, di una nuova dimensione che ospita l’avventura umana e si caratterizza per la pervasività e per la rapidità dei cambiamenti. È un cammino inarrestabile? Alcuni ritengono di sì; altri sperano di no. In entrambe i casi ci si dovrà chiedere in nome di che cosa assecondare o tentare di fermare l’innovazione. La risposta sembra facile: in nome dell’uomo; ma non è così evidente cosa voglia dire uomo, oggi. Sono proprio le tecniche biomediche, robotiche, informatiche ad entrare entro i confini di quel “fenomeno umano”, al tempo stesso creatore e dipendente dalla tecnologia, che credevamo di aver chiaro in tutti i suoi fattori ma che ci accorgiamo di conoscere così poco. Come l’uomo si pensa oggi? Intanto le macchine avanzano e acquisiscono facoltà che un tempo ritenevamo fossero solo umane: percepiscono, memorizzano, imparano, diventano “intelligenti”. Ci aiutano o ci minacciano? Diventano nostri preziosi assistenti o sono già dei temibili concorrenti? E che dire delle nuove tecnologie che intervengono direttamente sui componenti fondamentali dei viventi? Ormai si può arrivare a modificare la trama della vita: per correggere difetti, certo, ma anche per introdurre nuove funzionalità. Si vuole riprogettare l’uomo. Forse puntando all’immortalità? Ma, come già ammoniva Platone: “A cosa servirebbe una tecnica capace di renderci immortali, se poi non sapessimo quale uso fare dell’immortalità?”.