25Ecco il discorso pronunciato da Fabrice Hadjadj, filosofo, scrittore, Direttore dell’Istituto Philantropos di Friburgo (CH), venerdì 29 ottobre 2021 a Bassano del Grappa per il conferimento del 39° Premio Internazionale Cultura Cattolica di Bassano del Grappa.

Ricevere un premio in un ambito cristiano è senza dubbio una gioia, ma è anche e prima di tutto una prova. Dico prova nel senso forte del termine, non parlo dei problemi di carattere mondano che certamente ci sono e rispetto ai quali mi sento abbastanza a mio agio. C’è, ad esempio, il problema di prestarsi a quella terribile contorsione dell’orgoglio che consiste nel protestare fingendosi umili: «No, non lo meritavo, altri migliori di me avrebbero dovuto essere qui». 

Da parte mia, non sono dispiaciuto di essere sotto i riflettori e sono un nemico feroce dell’egualitarismo sentimentale che ha cancellato la distribuzione di premi ai bambini della scuola elementare. C’è anche un altro problema: far finta di ignorare, per cortesia, la specie di reciprocità che si instaura. Perché il premio onora la persona premiata, certo, ma la persona premiata serve anche come biglietto da visita al premio. Tuttavia, quando si tratta di Fabrice Hadjadj e non di Josef Ratzinger, la situazione volge chiaramente a mio vantaggio. Terzo problema: essere decorato come un campione toro riproduttore a una fiera agricola. Questo non mi dà affatto fastidio. Dopo tutto, sono padre di nove figli; e la mia pratica di clown mi ha insegnato a andare in giro senza difficoltà con una grossa campana al collo con la dicitura «Razza bovina, primo premio». Ho una morfologia che si adatta molto bene a questo tipo di ornamento. In realtà, là dove comincio ad avere delle riserve, là dove la prova si fa sentire, è quando si scopre il legame tra le due categorie della fiera dell’agricoltura: la categoria «toro da monta» e la categoria «bovino da macello» – cioè il legame tra la fecondità e il mattatoio. Ed è proprio questo che la ricezione di un premio in ambiente cristiano mette in evidenza. Almeno se si adotta un punto di vista veramente evangelico. 

Ricordate la lettura di domenica della settimana scorsa. I figli di Zebedeo si accostano al Figlio di Dio e chiedono di sedere alla sua sinistra e alla sua destra nella gloria. Gli altri apostoli si indignano di tale arroganza, probabilmente perché hanno la stessa arroganza nei loro cuori. Gesù non si indigna. Il desiderio di eccellenza è legittimo ai suoi occhi. È normale secondo lui cercare i primi posti. Tuttavia, poiché egli è la Verità, fa loro questa osservazione: Voi non sapete quello che chiedete (Mc 10,38). Voi rivendicate i primi posti, va bene, ma che cos’è un primo posto, qual è la condizione necessaria ma non sufficiente per accedervi? Gesù dà loro la risposta: bere il calice che sto per bere, essere immersi nel battesimo in cui sono battezzato… Subito dopo, rivolgendosi a tutti, inizia dicendo Voi sapete e non Voi non sapete. Comincia con il ricordare in cosa consista la gerarchia delle dignità al di fuori di Israele: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45). Quando afferma che la gerarchia tra i discepoli è una gerarchia di servizio, Cristo non respinge il potere né il primato. Rivela in che cosa realmente consistono. La potenza è sempre feconda, non è competitiva né eliminatrice. Non schiaccia, ma eleva. Il più grande maestro è colui che fa del suo discepolo un maestro più grande di lui. Allo stesso modo la gloria di un padre è che suo figlio sia ancora più glorioso. In altre parole, il desiderio di gloria presuppone un’umiltà profonda, quella di essere stato abbastanza grande per elevare un altro al di sopra di noi, come un sollevatore di pesi… Giusto. Fin qui, ancora ci siamo… Ma a questa legge di fecondità è associata la clausola del mattatoio. Bisogna bere il calice. Bisogna, come il Figlio dell’uomo, dare la propria vita in riscatto. Ecco la prova. 

Voi mi assegnate questo premio e in cambio avete su di me una pretesa. Mi mettete tra i primi, ma, quasi a tradimento, in verità ironicamente, secondo la grande ironia di Cristo, voi proclamate che devo essere il vostro schiavo. Voi lodate le mie opere, ma reclamate la mia vita. Non mi proponete l’alternativa del bandito di strada. Non mi intimate: «La borsa o la vita». Mi date d’ufficio la borsa, e me ne rallegro, ma questo vuole anche dire, necessariamente, che devo dare la mia vita in riscatto. Sono qui sotto la luce, si parla del mio «contributo alla cultura cattolica», ma il mio vero contributo può avvenire solo quando sarò nelle tenebre, da solo con Dio. Non a Bassano del Grappa, ma sul Monte degli Ulivi. Non al calice del cocktail, ma al calice dell’agonia. E non dico questo senza trepidare, per semplice gusto della provocazione. Lo dico tremando, per amore della verità. Come dice il Salmo (48,21), ricordando probabilmente gli animali della fiera agricola: L’uomo nella prosperità non comprende, assomiglia al bestiame che si abbatte. Ciò non significa che chi è lungimirante sfugga al macello, ma che ne è cosciente: sa che il Verbo stesso, nel momento cruciale, non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello (Is 53, 7). Sarò ancora, in quell’ora di oscurità, un testimone della gioia? Come posso esserne sicuro? Voi mi consegnate questo premio e io non posso che consegnarmi al Padre eterno. Non posso che consegnarmi alle vostre preghiere. 

In un ambiente realmente cristiano, un uomo che viene premiato è un uomo che chiede aiuto. E chiama i suoi fratelli in aiuto non come qualcuno che vuole salvarsi la pelle, ma al contrario perché possa consegnarla, metterla sul tavolo, non solo letterariamente, ma letteralmente, come san Bartolomeo lo scuoiato vivo, che presenta la sua spoglia come un abito appena ritirato… 

Se mi è permesso di spingere ancora un po’ oltre la mia riflessione, a costo di sfiorare la scortesia, aggiungerei che non solo c’è la prova di ogni premio cristiano ma c’è anche l’imbarazzo che mi procura il titolo di questo premio in particolare. Avrei contribuito alla «cultura cattolica». Ora non sono certo che qualcosa come la cultura cattolica esista. Ho già sperimentato un simile imbarazzo in passato, quando ho ricevuto il premio «Spiritualités d’aujourd’hui», Spiritualità di oggi. Mi sono trovato a dover spiegare ai membri della giuria che c’era un errore sulla persona o perlomeno sulle sue intenzioni. Essendo ebreo e cattolico, la mia spiritualità non è di oggi, ma di ieri e di domani, poiché è dell’Eterno. Ma soprattutto non potevo tollerare, io, ebreo per nascita e ultra-ebreo per mezzo del battesimo, che mi si potesse prendere per un amico della «spiritualità», parola-contenitore che permette di evitare di parlare di religione e che manca l’essenziale della vita cristiana, cioè la carne, la Parola divenuta carne, e il suo Corpo e il suo Sangue dati sotto le specie del pane e del vino. Accogliere lo Spirito Santo implica andare a Messa in un luogo dove il sacerdozio è passato di mano in mano fin dai tempi degli apostoli a Gerusalemme, e riconoscere che l’atto più mistico è quello di avere la bocca piena, senza più potere dire nulla, per essere salvati da ogni spiritualismo come da ogni fuga dalla storia e dalla geografia. Mi piacerebbe accontentarmi di una piccola meditazione trascendentale nel mio accogliente living, in mezzo a persone sceltissime, ma, come cattolico, ho il dovere di recarmi in una chiesa ammuffita, mal riscaldata, accanto a parrocchiani con i quali ho spesso poca affinità culturale, per ascoltare un parroco la cui eloquenza è noiosa, e la teologia molto approssimativa. Eppure è là che si trova la mia salvezza, in un Dio abbastanza forte per tenermi i piedi per terra e i cui angeli non smettono di ripeterci: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? (At 1, 11) 

Per quanto riguarda la «cultura cattolica», ecco la mia perplessità. Pensare che tale cultura esista significherebbe metterla in concorrenza con le altre culture, e credere per esempio che la cultura cattolica debba trionfare sulla cultura non cattolica, che la Bibbia debba soppiantare gli altri libri. L’idea di una cultura cattolica corre quindi il rischio di essere in combutta con il fondamentalismo. Incita a funzionare a circuito chiuso, a ex-culturarsi, a ignorare le opere del proprio tempo che non abbiano il timbro di una croce ridotta a etichetta… Il cattolicesimo non è una cultura rivale, perché non si colloca sullo stesso piano delle culture. Se si possono paragonare le culture a specie vegetali, la Rivelazione cristiana non è una specie più viva e più bella, che dovrebbe sostituire le altre, come un’erba meravigliosa più virulenta dell’erbaccia. È più come il sole, la pioggia e le forbici del giardiniere. È ciò che permette a ogni cultura di crescere, di purificarsi, di dare fiori più belli e frutti più gustosi. 

La cultura è sempre locale e pagana. La parola rimanda in primo luogo a un rapporto con la terra. Si tratta dell’atto del contadino. Questo atto, Cicerone lo traspone nell’ordine intellettuale, considerando lo spirito dell’uomo come un campo da disboscare, seminare, annaffiare, sarchiare: Philosophia cultura animi est. La filosofia, ma anche le arti e le scienze, sono allora concepite in continuità con il mondo agricolo. Che cosa significa questa continuità o piuttosto questa analogia? Che l’uomo non è colui che inizia né quello che controlla interamente l’opera. L’opera procede da un dono iniziale, quello del seme, dalla specie selvatica donata dalla natura, dalla specie addomesticata da un antenato, e si dispiega sia con lo sforzo di un lavoro che con la grazia di una meteorologia favorevole. Il contadino celebra la natura, lavora con lei e teme gli dei. 

L’uomo di cultura, chiunque esso sia, riconosce sempre il dono primo del materiale e dell’ispirazione e sa che la propria mano è alla mercé dell’artrite. Le culture non sono solo esposte al gelo e alle cavallette. Esse sono di per sé mortali. Possono scomparire a vantaggio di un’altra cultura. Possono anche essere eliminate da quella che non è più una cultura, ma un dispositivo tecnologico. Il microprocessore sostituisce la terra, l’ingegnere il contadino. 

Ora, temo che non siamo più ai tempi della cultura. Il modello non è più quello dell’agricoltura, del dono e dei giorni fasti. È quello del computer, di un controllo totale, e, naturalmente, poiché tale controllo produce un eccesso di tensione, di una perdita totale di controllo. Sotto l’impero del paradigma tecnocratico, dove il programma prevale sulla provvidenza, dove la robotizzazione prevale sul lavoro, si oscilla continuamente tra il monitoraggio e l’ecstasy, il calcolo e la trance… Perché allora si dovrebbe ancora oggi avere la pazienza della cultura? Cicerone dava l’esempio dell’uomo che pianta alberi di cui non raccoglierà egli stesso i frutti. Se il dispositivo tecno-emozionale ci trascina così facilmente all’istantaneità e al presentismo, è perché siamo senza speranza. A differenza dell’antico che credeva nella trasmissione, a differenza del moderno che credeva nel progresso, il postmoderno non crede più nel futuro… Non pianta alberi. Effettua ordini con consegna espressa. Un super cyborg non deve essere coltivato. Ma ancor più, quando l’umanità si sente condannata all’estinzione, quando il Sapiens appare come un Neanderthal in ritardo, prossimo a scomparire, la cultura tende a ridursi a pura distrazione: vedere serie TV di catastrofi su Netflix per non vedere il cataclisma che viene… 

La cosa più terribile nell’incendio di Notre-Dame a Parigi non fu l’incendio stesso, ma la presa di coscienza del fatto che, anche se riparassimo quell’edificio rifacendolo identico, non siamo più all’epoca dei costruttori di cattedrali. La loro cultura è irrimediabilmente perduta. Per preservarne le vestigia, siamo destinati a fare appello a ingegneri agnostici. Martin Rees, astronomo della regina d’Inghilterra, presidente della Royal Society e pensatore del transumanesimo, dichiara molto chiaramente questa perdita del tempo lungo: «Nel Medioevo, i costruttori di cattedrali erano felici di costruire un edificio che sarebbe durato più a lungo della loro vita, perché pensavano che i loro nipoti avrebbero potuto goderne e avrebbero vissuto esistenze simili alla loro. Credo che non abbiamo più questa risorsa. Pretendere oggi di lasciare un’eredità che durerà più di cento anni è un’ambizione più presuntuosa di quanto lo fosse per i nostri antenati». Durare più di cento anni è il marchio delle grandi opere di cultura. Ora, se la risorsa non si trova più nel mondo circostante, dove può ancora sussistere la cultura, in quale terriccio che non è solo della terra, quale ambiente può assicurare una continuità storica sufficiente a che i nipoti abbiano ancora una vita la cui essenza appaia simile a quella dei loro nonni? 

Penso che immaginiate la mia risposta. La rivelazione cattolica non è una cultura, ma diventerà sempre più il luogo in cui le culture potranno ancora sussistere. In un mondo tecnocratico e che rompe sempre col passato, dove non si parla più che di crollo, non c’è che la Chiesa, nella permanenza miracolosa del suo magistero, a mantenere l’unità della condizione umana dal momento dell’espulsione dell’Eden fino alla discesa della Gerusalemme celeste. Le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa (Mt 16-18) significa che nella Chiesa la cultura non è condannata, anche se tutto intorno la terra trema e la valle di lacrime non è più che una Silicon Valley. Diventando cristiano, divento contemporaneo di Mosè, Paolo, Agostino, Tommaso d’Aquino, Dante, Manzoni, ma anche di Sofocle, Aristotele, Virgilio che preparano al Vangelo. So che, sostanzialmente, le domande che pongono Shakespeare o Goldoni valgono ancora per me. Anzi, credo che Nietzsche e Marx avranno posterità solo nella Chiesa, perché il cattolico si interesserà ancora ai loro scritti, quando i seguaci degli algoritmi, dell’animalismo o del fondamentalismo li avranno da tempo abbandonati. La stessa cultura atea non potrà radicarsi se non là dove ancora si celebra la carne e la parola, la verità che germoglia dalla terra e la giustizia che discende dal cielo (Sal 84,12). Non so se ho contribuito a una cultura cattolica, ma se ho partecipato a un cattolicesimo che riconosce la sua missione di salvezza per la cultura oggi, allora il premio che ricevo non è fondato su un malinteso. Sempre più, in futuro, bisognerà rispondere all’Ascolta Israele, per ascoltare ancora Mozart o leggere La Ricerca del Tempo perduto… 

Fabrice Hadjadj