Quale sfida alla nostra convivenza “il respiro di un polmone solo”

24 settembre ore 20,45
Auditorium CMC

con Giuliano Frigeni, Vescovo di Parintins, Rio delle Amazzoni
dialogo con Michele Faldi, della redazione del CMC

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Un luogo del pianeta che ha “acceso” i media e le attenzioni, lasciando immutata la nostra estraneità. C’è lunga vita, annuncio, saggezza che possiamo incontrare per una nuova idea di responsabilità.
Incontriamo mons. Giuliano Frigeni Vescovo di Parintins, missionario del Pime
L’Amazzonia, si estende per 5 milioni e 500 mila chilometri quadrati in nove Paesi dell’America Latina: Brasile, per la maggior parte, ma anche Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana francese.
Quale il motivo dell’attenzione della Chiesa che si concentra con il Sinodo dell’Amazzonia a Roma?
Lo racconterà a Milano Monsignor Giuliano Frigeni, 71 anni, missionario del Pime, vescovo di Parintins, città che sorge su una delle isole fluviali più vaste al mondo. Estesa come l’Italia settentrionale, la diocesi è stata fondata nel 1955 dai missionari del Pime, e conta circa 250 mila abitanti.
L’Amazzonia è l’area più fragile ma anche la più emblematica: una particolare e fragile unità di natura (la foresta che dà il 6 % dell’ossigeno del pianeta) con popoli, circa 260 ceppi linguistici, tradizioni e visioni del mondo, città in crescente aumento con i problemi dei giovani di solitudine, alcolismo e droga, sono un equilibrio che richiede un nuovo impegno, visione e consapevolezza.
L’Amazzonia è un eccezionale esempio della vita che hanno generato i Missionarie e analogia con le nostre convivenze, proprio perché richiede scelte e priorità verso l’integralità dell’uomo e del senso religioso e civile della convivenza.

Di seguito alcune delle dichiarazioni e racconti del Vescovo Frigeni per invitarci al suo incontro

“Come Chiesa ci interessa in particolare la presenza dell’uomo, sia di chi è arrivato 500 anni fa come i portoghesi – ai quali si sono aggiunti altri europei, cinesi, giapponesi, indiani negli ultimi tempi – sia di chi la abita da millenni, le popolazioni native. Vogliamo aiutare l’Amazzonia non a sopravvivere, ma a vivere, a diventare una realtà che aiuti anche il resto dell’umanità ad amare di più la natura. Avvengono grandi cambiamenti in pochissimi anni, che questo Sinodo deve considerare. Non si può guardare nostalgicamente l’Amazzonia com’era, solo nell’ottica della conservazione. Forse questo ci rassicura psicologicamente, ma non corrisponde alla realtà dei fatti. Oggi bisogna pensare alla città dentro la foresta”

“L’Amazzonia è l’area più fragile ma anche la più emblematica, è come se dicesse all’umanità: se continuate così mi perderete, e vi perderete. Le piantagioni di soia sono il business del momento. Non c’è alcuno scrupolo nel distruggere milioni di ettari di foresta per produrre soia che le multinazionali poi trasportano in Cina e nel Nord America. Non viene recuperato nemmeno il legno pregiato, c’è solo fretta di fare spazio e passare oltre. Non intendo dire che non debbano esserci attività economiche nella foresta, ma che esistono esempi di un uso diverso delle risorse nel rispetto della natura, che andrebbero sviluppati. Un altro grosso problema è la corruzione

La notizia del Sinodo è arrivata come un regalo. In ogni diocesi un team di ricerca, di cui fanno parte anche docenti universitari locali, sta raccogliendo dati, anche quelli forniti dai droni e dagli strumenti che indagano le risorse del sottosuolo. Poi tutte queste informazioni saranno convogliate a Brasilia e quindi a Roma.

«La Chiesa ha uno sguardo incentrato sulla persona umana, che è radicalmente diverso rispetto a chi vede l’Amazzonia come una riserva di risorse da sfruttare. I missionari e le missionarie hanno avuto delle intuizioni preziose nel passato. Ad esempio, 60 anni fa il primo vescovo di Parintins, Arcangelo Cerqua, del Pime, ha acquistato delle terre per costituire delle cittadine agricole, dove le comunità locali vivono di pesca e coltivazione della terra, preservando queste aree dallo sfruttamento.

C’è stato poi un grande lavoro nel campo dell’educazione. Fra le varie opere realizzate dal Pime a Parintins ci sono 13 asili, scuole, un ospedale, un centro per persone disabili e uno per sordomuti, scuole di alfabetizzazione e cooperative per i pescatori e gli agricoltori. Credo che oggi anche noi missionari dobbiamo cambiare. In Amazzonia si sono formate delle “isole” salesiane, francescane, pimine, ognuna con le sue opere. Oggi c’è bisogno di uno scambio maggiore».

«Vedremo le proposte che emergeranno dal Sinodo. È necessario innanzitutto conoscere le culture dei popoli che abitano l’Amazzonia, i loro riti e i loro miti. Un patrimonio che non può assolutamente scomparire. L’evangelizzazione deve valorizzare queste culture e la loro diversità. Sul piano pastorale ci sono diverse ipotesi, fra cui quella di ordinare preti sposati fra le popolazioni indigene. Personalmente non credo che sia questa la soluzione. Ci sono laici indigeni impegnati nell’evangelizzazione, una presenza che può essere sostenuta e valorizzata”.

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