Andrea Pezzi: l’urgenza di un’Odissea per restare umani

Il viaggio necessario attraverso l’incontro con l’Odissea di Omero. È questa l’avventura che propone l’imprenditore impegnato nel settore del digitale e dell’intelligenza artificiale nel libro La nostra Odissea (Il Saggiatore). L’autore porta nomi e situazioni nel presente. Li lega a vicende, contraddizioni, sfide e pericoli che stiamo vivendo. Tra domande fondamentali per dare la precedenza all’uomo in relazione e le illusioni di onnipotenza contenute nella rincorsa alla performance e all’efficienza ad ogni costo


13 febbraio 2026
Ritorno a Itaca
di Roberto Persico

Ulisse fugge dalla tana di Polifemo nascosto sotto una pecora

Non è una lettura accademica La nostra Odissea di Andrea Pezzi (Il Saggiatore).
Non lo è perché tutt’altro che accademico è l’autore: prima DJ, poi produttore e conduttore di programmi televisivi, quindi imprenditore nel campo del digitale e da ultimo dell’intelligenza artificiale. E con uno sguardo non accademico restituisce la letteratura alla sua vocazione originaria, aiutare a comprendere l’umano: «leggendo le pagine dell’Odissea, ho la netta impressione che siano loro a leggere me».
Non un me astratto, generale, ma un me – e un noi – che vive qui e ora: «la speranza – dice ai lettori – è che voi possiate aiutarmi a tornare insieme a Itaca. Tornare nell’umano proprio ora, mentre si spalanca l’era dell’intelligenza artificiale. Come restare umani, quando l’efficienza ci supera?».

Il cavallo di Troia: la prima crepa

Nelle pagine di Pezzi, il viaggio di Ulisse è una metafora del viaggio dell’umanità (soprattutto occidentale), perché «i suoi libri disegnano una mappa delle diverse idee di umano che hanno preso il sopravvento nei secoli – una mappa che parte dalla memoria e arriva alla visione attraversando le perdite, le deviazioni, le aberrazioni, le illusioni di onnipotenza. Tutto per mostrarci come ci siamo allontanati da Itaca e, al tempo stesso, qual è la rotta per tornare là dove essere umani non è un problema da risolvere ma una verità da abitare».
Così, «Itaca si staglia come il punto dove origina la storia. È il luogo che ci contiene», il luogo dove sorgono le domande che ci rendono umani: «Cos’è la verità dell’Essere? Cos’è il giusto nell’esistere? Cos’è il bello della vita?». La guerra di Troia rappresenta il momento in cui «il cavallo introduce un principio nuovo: la vittoria non per forza o per giustizia, ma per inganno. Da quel momento, la mente diventa arma e l’intelligenza comincia a distaccarsi dalla saggezza. Il cavallo di Troia [è] il primo varco, la prima crepa, il momento in cui abbiamo scelto il vantaggio sull’integrità, la supremazia sulla relazione, [che] secoli dopo porterà alla manipolazione, al controllo algoritmico che oggi ci riguarda tutti».

Andrea Pezzi

La caverna che rischiamo di abitare

In questa linea, Pezzi legge il paese dei Lotofagi, la terra dell’oblio, come la dimenticanza dell’Essere che è il rischio che si annida nel cuore delle religioni istituzionali, e interpreta Polifemo come «la forza cieca del capitalismo» che «non parla, non ascolta, non scambia: consuma», davanti alla cui cieca forza «Nessuno è il travestimento che salva Ulisse ma anche il germe di un’ambiguità che ci accompagna fino a oggi: per sopravvivere, noi siamo disposti a fingere di essere nessuno. O meglio, di non essere», così che «il rischio è incarnare sia Polifemo che Nessuno, riducendo lo sguardo al visibile, il nome al marchio, il sé al profilo. Confonderci nel gregge e, allo stesso tempo, raccontarci diversi dal gregge. È questa la caverna che rischiamo di abitare, dolce e comoda, ma mortifera».
I Lestrigoni incarnano poi «la forza distruttiva del pensiero duale», la frattura cartesiana e poi kantiana fra una mente esclusivamente razionale e una materia ridotta a misurabilità («questo è l’umano della modernità di Kant: una creatura capace solo di un agire disincarnato, che si muove rettamente in un mondo vuoto.»); Circe diventa l’emblema della tecnica manipolativa; Scilla e Cariddi il simbolo degli opposti ma simmetrici totalitarismi fascisti e comunisti, e così via.
Così via fino all’incontro con i Feaci, da cui comincia davvero il ritorno a Itaca. Perché «i Feaci ascoltano. Non giudicano. Non si mostrano increduli. Non chiedono prove. Ascoltano. Poi, dopo aver ascoltato, decidono di aiutarlo senza interesse né tornaconto». Perché «per tornare serve qualcuno che ci aiuti. Che sappia ascoltare. Che, anche non avendo affrontato tutte le tappe del viaggio, sia in grado di comprendere il senso». «I Feaci sono qui, adesso. Forse sono coloro che resistono al cinismo diffuso, che educano e si educano alla complessità, che scelgono la verità interiore anche quando è scomoda. Sono voci che non gridano ma indicano la via». «Chi crede che la vita non sia solo una sequenza di funzioni ma una chiamata al senso è un Feace. Chi rifiuta la scorciatoia della tecnica quando cancella il volto dell’altro, chi abita la tecnologia senza lasciarsene possedere, chi protegge il sacro delle relazioni è un Feace».

Il lato positivo della scienza e della tecnica

Da questo incontro parte la seconda parte del viaggio di Ulisse e dell’umanità (che qui sarebbe troppo lungo ripercorrere e lasciamo alla curiosità del lettore), che permette di recuperare anche tutte le tracce di bene che finora ci eravamo persi ma che pure nel corso della storia del pensiero e di tutta l’umanità sono sparse a piene mani, compresi gli aspetti positivi della scienza e della tecnica.
Se i paragoni possono sembrare azzardati, chi avesse la pazienza di leggere le argomentazioni di Pezzi scoprirebbe che hanno una loro affascinante coerenza, e nel loro insieme disegnano un percorso che è insieme il tragitto dell’umanità e il cammino che ciascuno può percorrere.

Il viaggio di Ulisse per arrivare a Itaca

Chesterton e lo sguardo che viene “dall’altra parte”

PS. Non so se Chesterton amerebbe questo libro. Forse no. Da qualche parte infatti (chiedo perdono, ora non riesco a recuperare il luogo esatto, vado a memoria) GKC scrive che il vero avversario del cristianesimo non è il materialismo, che è troppo rozzo per rispondere al desiderio umano di verità, ma qualche forma di spiritualismo, che risponde al bisogno umano di spiritualità vanificando però l’annuncio dell’Incarnazione e riducendo Gesù a uno dei tanti saggi illuminati.
E in effetti la visione del mondo di Pezzi ha qualcosa che riecheggia l’accusa di Chesterton: «Ho un nome per questo qualcosa: Umanesimo perenne. Che per me rappresenta una saggezza che, nel suo essere senza tempo, attraversa gli esseri umani migliori di ogni tempo. Un sapere che non si insegna ma che ci visita, chiamandoci per nome se sappiamo fargli spazio. Una verità che ci sceglie e ci trascende. Un’intelligenza della vita che si serve degli esseri umani per manifestarsi – e poi li supera. In quest’intelligenza della vita, tutt’altro che artificiale, io riconosco Itaca».
E forse l’«umanesimo perenne» di Pezzi potrebbe riportare alla memoria l’Anticristo di Solov’ev. Però. Però, come ebbe a scrivere tantissimi anni fa Emanuele Severino, «Il deserto avanza. Ma lo sguardo che vede crescere il deserto non appartiene al deserto. Sta “dall’altra parte”. E in esso è riposta ogni possibilità di salvezza».
E allora forse anche Chesterton sorriderebbe, e riconoscerebbe nell’opera di Pezzi uno sguardo che viene “dall’altra parte”, lo sguardo di un compagno di strada nel duro lavoro di ricostruire una civiltà che non sia basata sulla performance, sul dominio e sul successo ma sull’ accettazione grata di quel che c’è e anche di quel che manca, perché «una civiltà non è definita dalla sua capacità di progredire, ma dalla capacita di accettare ciò che perde».