Benedetto XVI: «In questa enciclica desidero parlare dell’amore»

Vent’anni l’enciclica Deus Caritas Est di Benedetto XVI. Un testo sorprendente incentrato sull’amore. «In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri». Mai come oggi queste parole interpellano e muovono alla responsabilità. Il 29 marzo 2006, il Centro Culturale di Milano, promosse un incontro sul contenuto dell’enciclica. Per la sua preziosa attualità riportiamo l’intervento di monsignor Lorenzo Albacete, figura autorevole del cattolicesimo statunitense, studioso e collaboratore delle maggiori testate laiche Usa, tra le quali il New York Times Magazine. Che disse: “Il contributo della Chiesa alla lotta per un mondo migliore è un’educazione del cuore alla carità”.


24 aprile 2026
Per un mondo migliore
di Lorenzo Albacete

Benedetto XVI firma la Enciclica Deus Caritas est

La pubblicazione dell’Enciclica ha colto molti di sorpresa: ci si aspettava un documento incentrato sulla dittatura del relativismo, problema denunciato dallo stesso Card. Ratzinger nel discorso pronunciato ai Cardinali Elettori prima della sua elezione, ma nessuno si aspettava un’Enciclica sull’amore. Ratzinger, come il nostro Don Giussani, ha riconosciuto che questo problema del relativismo, del secolarismo radicale e del nichilismo, è una conseguenza di qualcosa di più profondo. In gran parte la cultura anticristiana oggi è sostenuta da una gran paura e questo è il primo punto che vorrei sottolineare di questa Enciclica; tale paura è, dentro certe condizioni, anche comprensibile.
Per affrontare questa situazione, dobbiamo evitare la conclusione che questa paura venga da una cattiva volontà, da uno spirito di ribellione contro il Mistero infinito e trascendente che sveglia in noi il senso religioso. Questa paura è anche verso la parola e il concetto di verità, intesa come qualcosa necessariamente fonte di intolleranza. Posso confermare questo giudizio basandomi sul mio dialogo continuo con il mondo accademico, letterario, dei media a New York. Per esempio, durante un incontro per discutere di educazione a Boston, proprio nel luogo dove è nata la rivoluzione americana, un mio caro amico lo ha detto chiaramente: lui e i suoi amici hanno paura dell’idea di verità.
Il dialogo con i non credenti, che Ratzinger ha avuto per molti anni, ha convinto il Santo Padre che la maggiore preoccupazione nei confronti del Cristianesimo non è la sua “ultra-mondanità”, ma esattamente l’opposto. Per loro ciò che rende il Cristianesimo potenzialmente pericoloso, fonte di conflitto e intolleranza all’interno di una società pluralista, è l’insistenza sulla ragionevolezza della fede, cioè che la fede sia fonte di una conoscenza applicabile a questo mondo, e che quindi i suoi insegnamenti debbano essere applicabili a tutti, credenti e non credenti, allo stesso modo. La fede cristiana ha già affrontato tale critica, sottolinea Ratzinger continuamente in questo dialogo, nei suoi primi contatti con il mondo religioso e filosofico dell’Impero romano.
Il mondo romano celebrava il pluralismo religioso ed avrebbe tranquillamente accettato il cristianesimo come opzione etica o “spirituale”, ma non come fonte di verità su questo mondo, argomento che veniva considerato esclusivo dei filosofi. A quel tempo il Cristianesimo non accettò un posto tra le religioni celebrate dall’Impero: guardava a se stesso come ad una filosofia, un cammino di conoscenza della realtà e non primariamente come una fonte di ispirazione etica o spirituale.

Monsignor Lorenzo Albacete all’incontro sulla Enciclica Deus Caritas est al Centro Culturale di Milano @ArchivioCMC

Pretendeva inoltre di essere l’unico cammino ad una conoscenza completa del senso e dello scopo della vita. In verità, nel corso dei secoli, il Cristianesimo ha usato di questa pretesa per giustificare la sua intolleranza nei confronti di altre visioni del mondo, facendo uso talvolta persino della violenza per la difesa di ciò che considerava vero. Negli Stati Uniti gli eventi dell’11 settembre ci ricordano che purtroppo questa infelice tendenza non è limitata alla fede cristiana, ma sembra appartenere ad ogni credo. Se un dio offre verità assolute, allora tutti coloro che ne dissentono sono nemici della verità e quindi nocivi alla società. Non fa alcuna differenza allora se un’intolleranza viene da un dio cristiano, che punisce città e paesi con disastri naturali (come hanno detto alcuni pastori evangelici negli Stati Uniti dopo l’uragano Cathrina) o da un dio musulmano che spinge i terroristi ad uccidere vittime innocenti. Da qui l’insistenza – sono sicurissimo di questo –  da parte del Papa a sottolineare soprattutto e prima di tutto che Dio è amore e che amore e verità sono inseparabili. “In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri[1].
Per Papa Benedetto XVI, Dio ama di un amore personale. L’amore di Dio per noi è divino (agape) ma anche umano, questi due infatti sono in Dio strettamente intrecciati. “Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche totalmente agape[2]. Ecco perché l’amore appassionato di Dio può essere descritto con “ardite immagini erotiche[3]. La fede rivela che l’amore di Dio “è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso[4] e sostituisce l’esigenza di giustizia con l’esigenza di misericordia.

l primo storico incontro di un Papa di Roma con il Presidente Americano avvenne il 16 Aprile 2008. Gli attori principali di allora erano Benedetto XVU e George Bush, il quale definì la visita “una splendida giornata per Washington”. In 13 mila salutarono il Pontefice assiepati sul prato davanti alla facciata principale della residenza presidenziale. “Viva il Papa”, gridarono gioiosi in lingua italiana molti dei presenti, sventolando bandierine a stelle e strisce e gialle e bianche, colori del Vaticano. Ventun salve di cannone salutarono Papa Ratzinger mentre nell’aria risuonavano gli inni nazionali. Quella giornata segnò l’ottantunesimo compleanno del Pontefice emerito. Una pasticceria di Washington offrì a Benedetto XVI una torta a forma di piazza San Pietro, una replica dolce alta 50 centimetri e larga 75 con il colonnato del Bernini e la facciata della basilica.

Una risposta alla Teologia della Liberazione

Nella seconda parte dell’Enciclica, egli evidenzia come la missione caritativa della Chiesa prenda forma dal credo che amore umano e amore divino siano inseparabili. Credenti e non credenti possono così insieme combattere contro la povertà e l’ingiustizia e non temere che la Chiesa imponga la sua dottrina sociale alla vita politica.
La prima Enciclica di un Papa di solito riflette i maggiori temi che ispireranno il suo magistero e la guida che egli intende offrire alla Chiesa durante il suo pontificato. Ognuno oggi può rendersi conto che, nonostante la sua straordinaria durata e l’ampiezza dei temi affrontati, il pontificato di Papa Giovanni Paolo II è stato fondamentalmente riassunto già nella sua prima Enciclica, la Redemptor Hominis. Potremmo dire che il suo è stato il pontificato dell’evangelizzazione, nell’era dominata dal dramma dell’umanesimo ateo.
Giovanni Paolo II insisteva in continuazione nel dire che non può esserci un autentico umanesimo senza Cristo, perché tutti gli esseri umani sono creati per trovare in Lui il compimento della loro umanità. Cristo è in un certo senso unito ad ogni uomo, senza nessuna distinzione al momento del suo concepimento nel grembo materno, dice Wojtyla nella Redemptor Hominis, e non ha mai smesso di ripeterlo in una sorprendente molteplicità di modi.
L’Enciclica Deus caritas est, appare come la logica conseguenza di questo tentativo di evangelizzazione. Se in un certo senso Giovanni Paolo II ci ha offerto il contenuto del messaggio della Chiesa, Papa Benedetto ce ne indica il metodo, che più precisamente consiste in un’educazione all’amore. Sebbene non sia mai stato affermato esplicitamente, questa Enciclica è da molti punti di vista una risposta alla cosiddetta “Teologia della Liberazione”, che proponeva un’analisi marxista della società come base per un umanesimo cristiano. Ricordiamo che fu l’allora cardinal Ratzinger, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ad esprimere ripetutamente il giudizio negativo del magistero papale su molte forme di “Teologia della Liberazione”. Sotto molteplici aspetti l’Enciclica offre una risposta più profonda, più serena e anche più bella alla sfida della “Teologia della Liberazione”. Essa propone che il ministero della carità della Chiesa diventi un’educazione del cuore umano all’amore, come modalità di risposta al drammatico bisogno contemporaneo di giustizia di questo mondo.
Da questo punto di vista l’Enciclica presenta diverse consonanze ed approfondisce in modo significativo l’appello sull’educazione “Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio”.
Il Papa cita la critica marxista alla carità cristiana: “I poveri, si dice, non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì di giustizia. Le opere di carità – le elemosine – in realtà sarebbero, per i ricchi, un modo di sottrarsi all’instaurazione della giustizia e di acquietare la coscienza, conservando le proprie posizioni e frodando i poveri nei loro diritti. Invece di contribuire attraverso singole opere di carità al mantenimento delle condizioni esistenti, occorrerebbe creare un giusto ordine, nel quale tutti ricevano la loro parte dei beni del mondo e quindi non abbiano più bisogno delle opere di carità[5].
Egli ritorna sull’argomento anche in uno dei paragrafi successivi: “Parte della strategia marxista è la teoria dell’impoverimento: chi in una situazione di potere ingiusto – essa sostiene – aiuta l’uomo con iniziative di carità, si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore[6].
L’errore di questa posizione, dice il Papa, è che riflette una “filosofia disumana”, infatti “L’uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro […] l’umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano[7]. La carità cristiana è “dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata[8], e anche una più importante questione di fedeltà alla nostra umanità, che si rivela attraverso i bisogni del cuore. “Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore[9]. Infatti “non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore[10].
L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta, non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore dovrà sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo[11]. Questo è il cuore della presa di posizione contro tutte le ideologie di giustizia sociale che pongono tutti i bisogni umani nelle mani dello Stato. Ed è anche la ragione teologica definitiva del principio della sussidiarietà. Lo Stato non può amare, solo le persone umane possono amare. “Lo Stato che vuole provvedere a tutto assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente – ogni uomo – ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto[12].

Un’educazione del cuore alla carità

Mi sembra importante sottolineare il fatto che si tratta di una ragione teologica: l’amore di cui l’uomo avrà sempre bisogno, l’amore per cui il suo cuore è stato creato è la caritas, l’amore divino, la partecipazione alla vita trinitaria.
Tante volte si dice che la prima parte dell’Enciclica è di ordine dogmatico, teologico, mentre la seconda è un’applicazione della prima. Non credo sia vero. Infatti, come comincia la seconda parte? Con una citazione di S. Agostino “Se vedi la carità, vedi la Trinità[13]. Trattandosi di amore divino si vorrebbe che rimanesse una realtà dell’altro mondo, distaccata dall’amore umano.
Invece nella prima parte dell’Enciclica il Santo Padre ha sviluppato l’intuizione dominante del magistero di Giovanni Paolo II: “E’ solo nel ministero di Cristo che il mistero dell’uomo è pienamente rivelato” (Gaudium et Spes 22). Benedetto XVI ha espresso questo principio in termini di amore, ovvero la relazione tra l’amore divino e l’umano si realizza nell’incarnazione del divino in questo mondo.
Nella seconda parte dell’Enciclica l’amore è allo stesso tempo una realtà divina e umana. Nella mancata realizzazione di questo passaggio sta la radice dell’errore delle “Teologie della Liberazione” basate sul marxismo o su qualsiasi altra analisi sessuologica dei bisogni umani.
Esse ignorano la conseguenza dell’Incarnazione. Sono ideologie dualistiche che riducono il fattore divino a pura ispirazione e poi insistono giustamente nel dire che l’ispirazione non può colmare il bisogno di giustizia. Ma per il Papa il potere della carità non è quello di un’ispirazione esterna ed etica. La carità trasforma lo stesso cuore umano, la fonte del nostro giudizio e della nostra azione. 
Il contributo della Chiesa alla lotta per un mondo migliore è un’educazione del cuore alla carità. Introducendo la seconda parte dell’Enciclica, il Papa sottolinea la centralità del dono dello Spirito Santo che è il frutto dell’attenzione di Cristo per il mondo. “Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui[14]: è un’eco della veduta patristica della storia della salvezza come educazione del cuore dell’uomo alla vita divina e l’educazione del cuore di Dio alla vita umana: l’educazione dell’eros in agape, ma anche l’educazione dell’agape in eros. Non era mai stato detto dal magistero pontificio. E’ un’educazione che trasforma il cuore della comunità ecclesiale. Poiché l’evangelizzazione del mondo attraverso la parola ed il sacramento diventa una forza che valorizza l’uomo.
L’educazione del cuore all’amore, la parola e il sacramento, non hanno nessun potere e non possono portare un cambiamento vero. Ė proprio per questa terza dimensione della misura della Chiesa che parola e sacramento diventano fonte di cambiamento nella vita personale, nel giudizio sulla verità e come tale un contributo culturale. Questo ministero di carità è essenziale alla natura della Chiesa.
La presenza di Cristo attraverso la Parola e il Sacramento diventa un’energia per il cambiamento della condizione della vita umana in questo mondo. Non si tratta assolutamente di dualismo perché, attraverso questa educazione alla carità, Cristo e la sua opera di redenzione sono resi presenti nella storia della vita umana, rinnovandola attraverso la trasformazione del cuore umano.
L’educazione alla carità è il metodo attraverso cui l’evangelizzazione diventa un evento nella storia umana. Senza questo metodo il Vangelo resta un’astrazione e niente realmente cambia. Tale educazione del cuore “era ormai istaurata nella struttura fondamentale della Chiesa stessa”,[15] in quanto “l’esercizio della carità si confermò come uno dei suoi ambiti essenziali insieme con l’amministrazione dei Sacramenti e l’annuncio della Parola”[16]. Il ministero della carità nella Chiesa è dunque un’espressione che “appartiene alla sua natura”[17] e che ha una valenza molto più pregnante che quella di fare la carità in modo eticamente motivato: “è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza”[18].
Così il principio di sussidiarietà, che è centrale nella dottrina sociale della Chiesa, non rappresenta solo un principio etico, ma esprime la conseguenza stessa dell’Incarnazione. Sebbene il ministero della carità della Chiesa si differenzi dall’obbligo dello Stato di perseguire la giustizia sociale, l’educazione all’amore offerta da questo contribuisce anche al perseguimento della giustizia sociale attraverso i suoi effetti sulla ragione umana. Questo mi sembra un ultimo punto di importanza assoluta, di cui nemmeno io capisco totalmente le conseguenze, ma sono sicuro che saranno sviluppate durante il pontificato di Benedetto XVI.
Stiamo parlando di un effetto di questo ministero della caritas sulla ragione umana. Insistendo su questo punto, il Papa risponde nuovamente alla posizione di quei teologi che abbraccerebbero acriticamente un’analisi e un giudizio sulle domande concrete di giustizia separatamente dalla loro esperienza. Tale analisi dovrebbe essere un lavoro della ragione, tenendo presente però che il ministero della carità in quanto realtà educativa ha un impatto sulla ragione stessa. Il problema della giustizia è infatti “un problema della ragione pratica, ma per poter operare rettamente, la ragione deve essere sempre di nuovo purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile[19]. Infatti “In questo punto – di questa misteriosa purificazione della ragione – politica e fede si toccano[20]. Questa affermazione disturberà alcuni che insistono sulla radicale separazione tra la fede e la vita politica. Il Papa insiste in continuazione sul fatto che la Chiesa non è coinvolta nella politica in quanto tale e che i non cristiani non hanno nulla da temere dalle proposte della Chiesa riguardo alle esigenze di giustizia.
Ė assolutamente vero che “la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente –  un incontro che apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificante per la ragione stessa”.[21] La fede libera la ragione dai suoi accecamenti e perciò la aiuta ad essere sé stessa. La purificazione della ragione “non vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che non appartengono a questa.”[22] Essa avviene dentro l’autonoma sfera della ragione stessa e può essere verificata dalla ragione stessa. Questa convinzione della Chiesa è il rischio educativo. Ė questo il motivo per cui la natura educativa del ministero della carità è così importante. L’educazione non consiste nell’imposizione di punti di vista e convinzioni, ma è un invito rivolto al cuore dell’uomo ad una proposta sulla realtà e ad un metodo per verificarla ragionevolmente. Come introduzione alla realtà, l’educazione fa appello al cuore umano così com’è. Ė questo il modo con cui la Chiesa offre, attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica, il suo contributo specifico affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili.


[1] Benedetto XVI, Deus caritas est, pag. 4.
[2] Idem, pag. 24-25.
[3] Idem, pag. 25.
[4] Idem, pag. 26.
[5] Idem, pag. 55.
[6] Idem, pag. 73.
[7] Idem, pag.73-74.
[8] Idem, pag. 71.
[9] Idem, pag. 72.
[10] Idem, pag. 65-66.
[11] Idem, pag. 62.
[12] Idem, pag. 62-63.
[13] Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 8, 12: CCL 50, 287.
[14] Benedetto XVI, Cit., pag. 45.
[15] idem pag 49.
[16] ibidem pag 49.
[17] ibidem pag 54.
[18] ibidem pag 54.
[19] Idem, pag. 60.
[20] Idem, pag. 60.
[21] Idem, pag. 60.
[22] Idem, pag. 60.