Charles Peguy: «Gesù venne e tagliò corto. In un modo molto semplice: facendo il cristianesimo»

Anche il grande convertito francese ha tagliato corto, andando dritto al punto, con semplicità, lasciando spazio, nel suo cuore a «un atomo di stupore». Consiglio valido per tutti. Riprendere alcuni tratti significativi della sua drammatica, intensa e felice vicenda umana e culturale è un modo convincente di vivere con umana disponibilità il mistero della morte e Resurrezione di Cristo. Oggi più che mai, con un mondo in guerra dominato da chi vorrebbe mettere una pietra sopra a qualsiasi segno di speranza. Ma c’è la notizia sempre sorprendente che vince la cattiveria di ogni tempo: “l’incidente di percorso” del sepolcro vuoto…


27 marzo 2026
Prima di tutto: la libertà
di Flora Crescini

Honoré Daumier – L’insurrezione – The Upri sing – L’Emeute

Un manifesto pasquale del movimento di Comunione e Liberazione del 1991 riportava un passo di Charles Péguy che dice: «C’era la cattiveria anche al tempo dei Romani. Ma Gesù venne e tagliò corto. In un modo molto semplice: facendo il cristianesimo». Ci sembra di poter dire la stessa cosa per Charles Péguy. Anche lui taglia corto, in un modo molto semplice. Mentre scrive, “fa” il cristianesimo. Non a caso don Luigi Giussani diceva: «Péguy è il più grande amico che abbiamo. Non dice una frase che non richiami un sentimento ignorato ma latente nel nostro animo».

Dunque, Charles Péguy, pensatore così profondo che in questo presente umanamente turbolento conviene proprio riprendere. Nasce a Orléans nel 1873. È segnato sin dalla più tenera infanzia dall’assenza del padre (scomparso pochi mesi dopo la sua nascita). Viene allevato dalla nonna e dalla madre, impagliatrice di sedie.

Noi abbiamo conosciuto un popolo, lo abbiamo toccato e ne siamo stati parte, quando ancora ce n’era uno… Ho veduto, durante la mia infanzia impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali… Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene… A tal punto il lavoro era una preghiera. E la fabbrica un oratorio. (1913, L’argent)

La sede dei Cahiers de la Quinzaine la rivista creata e stampata da Peguy

Péguy si rivela uno scolaro critico e appassionato nella ormai laica scuola di Francia. A 17 anni è già quello che oggi chiamiamo un contestatore. Infatti, rompe con la metafisica, con la tradizione cristiana del suo paese, e sceglie per il positivismo. Si sbarazza del cattolicesimo e aderisce al socialismo. Partecipa alle grandi battaglie del suo tempo: l’affare Dreyfuss, per esempio. Ma, quando al Congresso del partito socialista nel 1899 viene approvata la censura per gli articoli di giornale, Péguy rompe con quella organizzazione. Fonda i Cahiers della Quinzaine, e l’intento del giornale è che chi scrive è tenuto a usare una sola cosa: la propria libertà. Cosa che non ritrova più nel Partito. Il quindicinale è uno dei pochissimi giornali o periodici del tempo che denuncia il genocidio degli Armeni, ad opera dei Turchi.
Nel frattempo, si occupa di Giovanna d’Arco, sua concittadina, sulla quale dovrebbe scrivere una tesi. Approfondendo le vicende di questa santa, dal punto di vista storico, si convince dell’inutilità dei metodi storici che ha imparato a praticare nei suoi studi (la storia forbici e colla). La pulzella sospinge Péguy oltre le frontiere apparenti della storia umana, alla ricerca di ragioni adeguate ed esaurienti. Gli rivela così la sua vocazione poetica: l’arte, più che l’analisi, è la maniera più sicura per attingere al reale. Più tardi scriverà che «tutta la forza del genio è nella penetrazione del reale».

Mi sono convinto che era decisamente impossibile con la storia così come si è obbligati a scriverla, di fare la storia di questa vita interiore. Mi è venuta allora un’idea che ho finito per aver l’audacia di accogliere: quella di improntare al dramma e al verso, se occorre, tutte le sue risorse. (15.1.1895, Lettre à Deshairs)

Perché Giovanna d’Arco? In questa ragazza, in questa contadina, l’esigenza della salvezza è totale, come quella del giovane Péguy. La giovane cristiana (che ha tredici anni), come lo studente ateo, si infiamma all’idea dell’inferno e si dichiara pronta ad abbandonare la propria anima al fuoco eterno per liberare i dannati. E tale esigenza, quella di una salvezza totale, sarà presente anche quando Péguy diventerà cristiano:

Hauviette a Jeannette
A te nulla fa del bene. Tutto ti fa del male. Tutto ti lascia insaziata. Ti consumi…, sei consumata di tristezza… e non guarisci, non guarisci mai…

Jeannette a Hauviette
Oh! Se occorre, per salvare dall’eterna fiamma i corpi dei morti dannati…, abbandonare il mio corpo all’eterna fiamma, mio Dio, dà il mio corpo all’eterna fiamma…, che vale così poco, che conta così poco, che ha così poco peso… Se occorre, per salvare dall’assenza eterna le anime dei dannati sconvolti dall’assenza…, che vada la mia anima all’assenza eterna. La mia anima a quell’assenza che mai si spegnerà. (Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, 1912)

Ma cos’è l’inferno? Lasciamo parlare ancora Péguy, attraverso Madama Gervaise (simbolo della Chiesa):

So che la tua anima è dolorosa a morte, di sapere che è complice del male universale, complice e autrice…
Disprezzare se stessi…, si potrebbe fare…, c’è, ci sono delle abitudini peggiori. Ma ti sei accorta che sono tutti vili, quelli che amavi…, che hai amato… Bimba mia, bimba mia, si ama sempre.
Ma amare coloro che si disprezzano è un gran bene. Ma disprezzare coloro che si amano è la più grande sofferenza che ci sia. È la maggiore bassezza e la maggiore indegnità… Da quando ti sei accorta che sono tutti vili…, sei menzognera… Perché fai finta di amarli, e non puoi amarli. Eppure li ami lo stesso… Come puoi amarli. Di un amore mentito, di un amore tradito e che si tradisce…, di un amore falsato.

Siamo agli inizi del 900. Accompagnato da problemi di salute e da problemi economici, questo periodo è caratterizzato da una sospensione dell’azione immediata sul proprio tempo. Esso è più drammaticamente presente attraverso l’attenzione all’ora che passa. Grazie alla lettura di Blaise Pascal, gli ideali del socialismo vengono confrontati con le verità dell’avvenimento cristiano. Con Pascal scopre tutta la forza della comunione cristiana, e in particolare della comunione cattolica. Si sente un povero uomo ordinario che, con gli uomini vissuti prima di lui, ha in comune il cuore con le sue evidenze ed esigenze originarie.
Nel 1907, Péguy scrive La gloire temporelle: evoca la bellezza dei paesaggi francesi e l’epopea rivoluzionaria, al termine della quale fa un paragone tra l’eroe e il santo. Il socialista, l’ateo, l’antimetafisico, qui, parla della Grazia. Essa sta al santo come la razza sta all’eroe. Ma di quale grazia parla Péguy?

La grazia è ancora più misteriosa e più profonda della bellezza. La grazia è ancora più arbitraria, più libera, più sovrana, più perfettamente illogica e gratuita, inquietante anche, come tutto ciò che è donato gratuitamente. Potenza della Grazia. Potenza eterna del sangue eterno. Di un sangue eterno. Quello di Gesù Cristo.

Nel 1905 Péguy ha scritto, come appunto per sé, «le verità sono persone essenzialmente compromettenti»; nel 1907 la verità è finalmente una persona, Gesù Cristo: che si compromette e che compromette.
Il 10 settembre 1908, Péguy, segnato da una grave malattia epatica e dalla morte di un caro amico -Eddy Marix, confessa all’amico Lotte dopo un’ora di dialogo: «Non ti ho ancora detto tutto. Ho ritrovato la fede, sono cattolico». Ascoltiamo cosa Lotte annota nel suo diario:

Fu come una forte emozione d’amore, e, piangendo a calde lacrime, con il capo tra le mani, gli dissi mio malgrado: -Ah! Vecchio mio, siamo tutti allo stesso punto! Siamo tutti allo stesso punto: da dove venivano queste parole, dal momento che un attimo prima ero ancora incredulo? Di quale lento, oscuro, profondo travaglio esse rivelavano la conclusione? In quel momento compresi di essere cristiano.

Il motivo profondo che ha indotto Péguy a riaccostarsi alla realtà del Cristianesimo è la scoperta dell’incarnazione.
Tutto ciò lo spiega in un’opera scritta di getto, a noi nota col titolo di Véronique. Clio, musa della storia, povera vecchia donna, senza eternità, senza avvenire, tutta intaccata di malinconia, dialoga con Péguy a proposito del tempo, che incenerisce tutto, della miseria e della morte. E di Gesù Cristo, l’anima carnale che è venuta nella storia, e che ha portato la sua incarnazione a compimento nella sua resurrezione.

Non aveva bisogno di noi.  E anche Gesù non doveva che restarsene ben tranquillo, in cielo, prima di questa parte centrale, assiale, cardiaca della creazione, prima dell’incarnazione, prima della redenzione… È venuto, perché il mondo è venuto. Diversamente… era tanto semplice e presto fatto. Era fatto in anticipo: non doveva che non creare il mondo, non rimaneva che non creare l’uomo. Non c’era più alcuna storia, non c’era più alcun fastidio. Tutto il mondo restava a casa sua. Quanto bisogna che io sia grande, amico mio, per aver spostato tanto mondo, disturbato tanto mondo… Un Dio, amico mio, Dio si è disturbato, Dio si è sacrificato per me. Ecco il cristianesimo.

Il cristianesimo è questo incastro: l’eterno nel temporale e il temporale nell’eterno: se si toglie un pezzo, non è che l’altro resta in piedi. Se si toglie un pezzo, crolla tutto.
Prosegue ancora Clio:

Costituisco un pezzo indispensabile nel meccanismo, nell’organismo dell’eternità, un pezzo non solo inevitabile, ma indispensabile.
Io -la storia- ho nell’eterno un’origine così profonda, io la temporale, … io la storia, io il tempo, … io la passeggera ho una sorgente così profonda che le colpevolezze, che le responsabilità che ne derivano sono le più reali, le più gravi, … le sole gravi, le sole reali…
Ciò che è al cuore…, ciò che costituisce il proprio del cristianesimo è questo incastro maschio e femmina, questo innesto, questo aggiustamento di due pezzi, così straordinario, così inverosimile, l’uno nell’altro…: il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale.

Ma ora, non c’è più caduta né redenzione, non ci sono più questi due pezzi particolari sistemati in un modo così straordinario, ora le miserie non sono più cristiane. Dopo il grave errore di mistica commesso dai preti si assiste a due tipi di eresie (oportet esse hereses): la mistica che nega l’eterno del temporale. Il materialismo che, tra tutti i sistemi filosofici è quello che ha più di questa mistica, che ne ha più bisogno, che ne manca di più. Ma è una mistica di specie particolare, che non è molto pericolosa. Essa non raggiunge, essa è senza prestigio sulle anime tenere, sulle anime inquiete, sulle anime profonde… Essa è inoffensiva, incapace di offendere a causa della sua grossolanità…

Tutt’altra è la mistica contraria: quella che nega il temporale dell’eterno, quella che vuol disfare, togliere, smontare il temporale dall’eterno. È come più propriamente anticristiana. Negare il cielo non è quasi certamente pericoloso. È un’eresia senza avvenire. Negare la terra, invece, questa sì che è la tentazione. Anzitutto è cosa da non poco. Il che è peggio. Sta dunque qui l’eresia pericolosa, l’eresia con avvenire, quella che nega il temporale dell’eterno. Si perviene così a questi vaghi spiritualismi, idealismi, immaterialismi, religiosismi, panteismi, filosofismi, così pericolosi perché non grossolani. Negare la temporalità, la materia, la grossolanità, l’impurità, negarmi, rinnegare me la temporale, ecco il fine dei fini, il puro e la purezza, il puro sublime…

Ma, ancora una volta, nell’insicurezza del mondo moderno, nell’insufficienza delle dottrine moderne, nel vuoto troppo evidente, troppo appariscente dell’intellettualismo moderno, in questa insufficienza, in questa scandalosa irrealtà, in questa intellettualità, in questa sterilità, il vecchio trono ancora una volta farà spuntare foglie e rami, ancora una volta la vecchia quercia lavorerà il vecchio tronco, ancora una volta la Grazia lavorerà. Essa lavora già, amico mio.

In questa opera, Péguy arriva a indicare lucidamente la colpa mistica degli incaricati del potere dell’eterno, i preti. Una colpa molto semplice e, al tempo stesso, grave: l’avere disprezzato la materia, il temporale. E, partendo da questo disprezzo, anche a esercitare il mestiere nel quale si dimostrano più capaci: lamentarsi.

Sono i tempi cattivi. È una formula. Per mascherare la pigrizia, per nascondere agli altri, a tutti, soprattutto a se stessi le loro spaventose responsabilità… Tutti i tempi appartengono a Dio…Tutti i chierici purtroppo non gli appartengono… Essi non vogliono fare il loro mea culpa, loro, che ne hanno fatti fare tanti, professionalmente… Non vogliono affatto confessare la responsabilità eterna. Essi rinculano, essi mentono. Dunque non confesseranno mai, non vogliono misurare il disastro. Tutto un popolo che era così profondamente cristiano, così interiormente cristiano; e sembrava che fosse stato cristiano per la sua eternità temporale, e niente, oggi niente.

E dai chierici arriva ai devoti, che sono un po’ come l’anello di Saturno attorno al clero, ossia quanto di più dilaniante esista per Dio e per l’uomo stesso: Péguy non contesta le persone del suo tempo, pieno di atei, di agnostici e di miscredenti. Attacca i devoti. Infatti, a vendere o a denunciare Cristo al Sinedrio non sono stati gli increduli, ma i devoti, ossia quelli che, come Cristo, frequentavano il tempio. Non accettavano l’enormità e soprattutto il mistero di Cristo, si ritenevano più cristiani di Gesù Cristo, o volevano un Cristo che fosse meno Cristo, e un uomo che fosse meno uomo. «Era troppo grande tra i dottori. Aveva manifestato troppo che era Dio», scrive Péguy. I devoti vogliono salvare la purezza di Cristo, come loro la pensano, come Kant vuole salvare la purezza del pensare; di lui Péguy scrive: il kantismo è la filosofia delle mani pure, peccato che non abbia mani: analogamente i devoti, per salvare la purezza di Cristo, dimenticano che Cristo usava la saliva e il fango per guarire i malati, si dimenticano che in Cristo la grossolana materia e lo spirito erano una sola cosa:

Poiché non hanno la forza e la grazia di essere della natura, credono di appartenere alla grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale, credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo, credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo, credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio… (1914, Nota congiunta…)

Nel clima della Grazia, nel clima in cui Dio è signore, nessuno verrà svilito, come fa il mondo moderno, e nessuno verrà diminuito, come fanno i devoti.

La grazia si eleverà in tutta la sua altezza al di sopra della natura, senza che la natura sia stata abbassata con inganno. L’alta temperatura non verrà dall’avere abbassato lo zero. È il clima che sarà cambiato e non la stazione climatica. «È la temperatura che sarà salita e non il termometro che si sarà abbassato. L’eterno si eleverà in tutta la sua altezza al di sopra del temporale e non è il temporale che si sarà abbassato. Il santo, il martire si eleverà in tutta la sua altezza al di sopra dell’uomo e non è l’uomo che sarà abbassato. Dio si eleverà in tutta la sua altezza al di sopra del mondo e non è il mondo che sarà abbassato. Nessuno sarà preso con l’inganno, nessuno -ed è vergognoso doverlo dire- nessuno e neppure Dio. (1914, Nota congiunta…)

Lavora, a partire dall’ottobre 1909, sul vecchio dramma Jeanne d’Arc aggiungendo sempre e non togliendo mai una riga. Non rinnega nulla del proprio passato ma, ritoccando, modifica tutto. Il dramma diventa mistero. Il 16 gennaio 1910 il nuovo testo viene pubblicato sui Cahiers il primo dei tre misteri col titolo Il mistero della carità di Giovanna d’Arco.

Egli è qui … In eterno è qui tra di noi proprio come il primo giorno. In eterno tutti i giorni. È qui fra di noi in tutti i giorni della sua eternità. Il suo corpo, il suo medesimo corpo, pende dalla medesima croce; i suoi occhi, i suoi medesimi occhi, tremano per le medesime lacrime; il suo sangue, il suo medesimo sangue, sgorga dalle medesime piaghe; il suo cuore, il suo medesimo cuore, sanguina del medesimo amore. Il medesimo sacrifico fa scorrere il medesimo sangue. Una parrocchia ha brillato di uno splendore eterno. Ma tutte le parrocchie brillano eternamente, perché in tutte le parrocchie c’è il corpo di Gesù Cristo … È la medesima storia, esattamente la stessa, eternamente la stessa, che è accaduta in quel tempo e in quel paese e che accade tutti i giorni in tutti i giorni di ogni eternità.

La libreria parigina dove Charles Péguy vendeva la sua rivista è diventata una pasticceria. Che cosa rimane della storica libreria in rue de la Sorbonne 8, a Parigi, nella quale Charles Péguy vendeva, dal 1900 al 1914, i suoi Cahiers de la Quinzaine

Giovanna è tormentata; troppo grande è il male che vede attorno a sé e, cosa ancora peggiore, si accorge che siamo tutti complici e autori del male. Anche le persone che amiamo – padre, madre, fratelli e sorelle – sono tutte vili.
«Tutti quelli che amo sono assenti da me: è questo che mi ha uccisa senza rimedio». «La dannazione è così». Tutto sembra perduto, le persone che amiamo e il mondo che va in rovine, nonché la visita del medico celeste, che non sempre produce gli effetti desiderati. Tutto è desolazione. Così ciascuno di noi misura i propri e gli altrui fallimenti. Ma la misura di Dio è ben altra. Dio guarda la creatura che ha fatto a sua immagine e somiglianza e in essa vede ciò che vede in Se stesso: il mistero dell’essere, un mistero infinito.

Che era dunque l’uomo. Quell’uomo. Che era venuto a salvare. Del quale aveva rivestito la natura. (Gesù) non lo sapeva. Come uomo non lo sapeva. Perché nessun uomo conosce l’uomo. Perché una vita d’uomo. Una vita umana, come uomo, non basta a conoscere l’uomo. Tanto è grande. Tanto è piccolo. Tanto è alto. Tanto è basso. Cos’era dunque l’uomo. Quell’uomo. Del quale aveva rivestito la natura. Suo Padre lo sapeva.

Nell’attacco del secondo mistero, Il portico de mistero della seconda virtù, la speranza, Péguy, facendo parlare Dio, riprende quanto appena detto: «Risplendo talmente nella mia creazione … nella luce e nelle tenebre. E nel cuore dell’uomo, che è ciò che c’è di più profondo nel mondo. Creato. Così profondo che è impenetrabile a ogni sguardo. Eccetto che al mio sguardo». Parlando della speranza, Péguy fa un affondo ontologico, degno di Giussani e de Il senso religioso:

«Che quei poveri figli vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà meglio domattina. Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia. E io stesso ne sono stupito». L’uomo è strutturalmente attesa. Non tanto attesa di Cristo, ma attesa della felicità. Qualsiasi uomo spera, andando a dormire, che il giorno che lo aspetta sarà meglio del giorno da cui si congeda. Perché nel giorno appena passato l’uomo può avere fatto degli errori, può aver mancato il bersaglio, dimenticandosi che è al mondo per essere felice (siamo sempre innocenze recuperate, scrive Péguy). Ciononostante spera ancora di essere felice; per sperare bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia. Banalmente parlando, non attenderemmo qualcosa di cui, in qualche modo, non conosciamo l’esistenza. Questo per dire che la felicità è iscritta nel nostro cuore.

Gesù Cristo, bambina, non è venuto per dirci frivolezze … Non ha fatto il viaggio di scendere sulla terra per venire a contarci indovinelli e barzellette … No, no, bambina, e Gesù non ci ha neanche dato delle parole morte, che noi dobbiamo chiudere in piccole scatole (o in grandi), e che dobbiamo conservare nell’olio rancido come le mummie d’Egitto … ma ci ha dato parole vive da nutrire … Mistero dei misteri, questo privilegio ci è stato dato. Questo privilegio incredibile, esorbitante, di conservare vive le parole della vita.

La storica e bellissima rappresentazione teatrale del CMC e di alcuni Centri Culturali: “La piccola speranza” tratta da “Le Porche du mistère de la deuxiéme vertu” di Charles Péguy. Teatro a cura di e con Andrea Carabelli, con musiche originali di Pippo Molino, i giovanissimi di diverse sezioni della Scuola Andrea Mandelli, col Patrocinio dell’Incontro Mondiale delle Famiglie. Per Milano si svolse nella chiesa medievale di San Celso a fianco del Santuario di S. Maria dei miracoli https://www.centroculturaledimilano.it/la-piccola-speranza-meditazione-teatrale-da-c-peguy/

Dio è venuto sulla terra non tanto per far rispettare le leggi, per seguire le norme di una religione, per raggiungere la perfezione. È venuto, e viene ancora, per farci conservare vive le parole della vita: felicità, giustizia, amore, verità.

O miseria, o gioia, è da noi che dipende. Tremito di gioia. Noi che non siamo nulla, noi che passiamo sulla terra qualche annata da nulla … Noi che non possiamo nulla, che non siamo nulla, che non siamo sicuri del domani … siamo ancora noi incaricati, noi che al mattino non siamo sicuri della sera, e nemmeno del mezzogiorno, e che la sera non siamo sicuri del mattino, dell’indomani mattina, è insensato, siamo ancora noi che siamo incaricati, è unicamente da noi che dipende assicurare alle parole una seconda eternità. Eterna. Una perpetuità singolare … Fragili è da noi che dipende che la parola eterna risuoni o non risuoni.

Cos’è questa parola eterna? È la parola che rende la vita vita, che ci aiuta a vedere la realtà non come un peso, ma come una promessa di felicità. Che ci fa andare a letto la sera sperando che l’indomani le cose vadano bene.

Il motore del cuore umano è il desiderio: desiderio di felicità, di vivere intensamente il reale. Se è vero che senza Cristo non possiamo fare nulla, non possiamo rispondere adeguatamente a ciò che il nostro cuore desidera, è altrettanto vero che Dio non può far nulla senza di noi. Luigi Giussani diceva: «Senza che l’uomo conservi il cuore che gli è stato dato, Dio non può far nulla». E prosegue:

Il cuore può far giungere a un orizzonte spasmodico e tragico. Quanto più è preso sul serio, tanto più porta su un orizzonte spasmodico e tragico: se non incontra qualcosa d’Altro, se l’Altro non si fa incontro a lui. Questo incontro è grazia. Così l’uomo si ricostituisce, ricompone la sua visione del cuore, si riappacifica con se stesso, abbraccia tutto, anche la morte, anche ciò che lo odia; perché quell’incontro lo rende partecipe della Presenza per cui tutto esiste. Il cuore è dunque come un presupposto, ma ciò che rende deciso il cuore a riconoscere è un incontro, attraverso cui si veicola a noi, si svela, ci tocca la grande Presenza. Tutto è grazia. (1992, Agli universitari)

Gli fa eco Péguy, facendoci comprendere che il peccato è il venir meno alle esigenze del cuore

Dio non può fare nulla senza di noi. Bisogna che segua i nostri capricci. Bisogna che aspetti che il signor peccatore abbia la compiacenza di pensare un poco alla sua salvezza. Ecco la situazione in cui Dio si è messo. Colui che ama cade in schiavitù di colui che è amato. Proprio per questo. Colui che ama cade in schiavitù di colui che egli ama. Dio non ha voluto sfuggire a questa legge comune. E per il suo amore è caduto in schiavitù del peccatore. Rivolgimento della creazione, è la creazione all’incontrario. Il Creatore adesso dipende dalla sua creatura … Dio s’è messo in questa condizione. Come la più miserabile creatura ha potuto liberamente schiaffeggiare il volto di Gesù, così l’ultima delle creature può far mentire Dio può fargli dire il vero.

Péguy e moglie Charlotte, ebrea, che si battezzò dopo la sua morte

Col terzo mistero, quello dei Santi Innocenti, Péguy cessa di lottare contro se stesso: una prova vocazionale che lo ha messo duramente alla prova, i problemi economici e familiari. Dice a un amico: «Vedi, io non sono uno che pratica la virtù, sono uno che la subisce. Meglio così, perché chi la pratica ne è il padre e il creatore, chi la subisce ne è il figlio e l’opera». Nel giugno 1912 compie un pellegrinaggio a Chartres. Anche per chiedere la guarigione di un suo figlio, ammalatosi gravemente. In ginocchio, nella cattedrale di Chartes, mette tutto nelle mani di Cristo, si abbandona: Questo tema dell’abbandono è presente anche nell’attacco splendido del terzo mistero:

Conosco bene l’uomo. Sono io che l’ho fatto. È uno strano essere. Perché in lui gioca quella libertà che è il mistero dei misteri. Dopo tutto, gli si può chiedere molto. Non è troppo cattivo. Non si deve dire che è cattivo. Quando si sa prenderlo, gli si può anche chiedere molto. Farlo rendere molto. E sa Dio se la mia grazia sa prenderlo. Se con la mia grazia so prenderlo… Io so prenderlo. È il mio mestiere. E quella libertà stessa è creazione mia. Gli si può chiedere molto cuore, molta carità, molto sacrificio. Ha molta fede e molta carità. Ma quello che non gli si può chiedere, santo Dio, è un po’ di speranza. Un po’ di fiducia, insomma, un po’ di distensione. Un po’ di rinuncia, un po’ di abbandono nelle mie mani… Si irrigidisce sempre.

Il 2 agosto 1914 (inizio del primo conflitto mondiale) lascia la sua casa, passa per Parigi, saluta gli amici e fa pace con coloro che ha offeso. Il 7 agosto scrive a sua moglie: «Non credevo di volerti bene sino a questo punto».
Il 5 settembre muore portando all’attacco i suoi uomini. Lo ritrovano, nei pressi di Villeroy, in un campo di barbabietole, con una pallottola in fronte e il braccio piegato sulla testa.
Dopo la sua morte, la moglie si converte e fa battezzare i figli:

Tutto ciò che si fa lo si fa per i figli.
E sono i bambini che fan tutto fare.
Tutto ciò che si fa.
Come se loro ci prendessero per mano…
Tutto ciò che è piccolo è tutto quel che vi è di più bello e di più grande.
Tutto ciò che è nuovo è tutto quel che vi è di più bello e di più grande.
E il battesimo è il sacramento dei piccoli.
E il battesimo è il sacramento più nuovo.
E il battesimo è il sacramento che comincia.
Tutto ciò che comincia ha una virtù…
una forza, una novità, una freschezza come l’alba.

Cosa dobbiamo a Péguy? E cosa deve forse Dio a Péguy?

Il problema temporale forse è tutto qui, guadagnare se è possibile (e ciò non è affatto essenziale), ma senza perdere, guadagnare, ma soprattutto, ma essenzialmente non perdere in stupore e novità, non perdere questo fiore, se è possibile, non perdere, insomma, un atomo di stupore.

Ha scritto Georges Bernanos: «Un uomo come Péguy era destinato provvidenzialmente ad essere il precursore della rinascita cristiana. Ma è morto. E, appena morto, è caduto tra le mani degli intellettuali che hanno tradito il suo pensiero e falsato il suo messaggio … Ma la sua ora certamente verrà, e non saranno i letterati a darne l’annuncio».