Chiedersi sull’età del “non perché”
Che fare con tutte le siepi che nella vita troviamo davanti a noi? Indicano un ostacolo insuperabile oppure sono lì per invitarci ad andare oltre. Perché abbatterle forse non conviene. Si tratta di comprendere come si possa non arrendersi all’ostacolo. Il percorso è un recupero dello starci davanti con domande che muovano, essenziali. Siamo chiamati a scegliere. Tendere a procedere oltre la siepe è buon inizio. Un cammino responsabile. Anche contemplativo.
17 luglio 2026
La riscoperta
di Lorenzo Buggio
Cosa significa parlare dell’età del “non perché”? Siamo abituati a pensare che tutte le risposte si possano trovare facilmente, il problema si presenta quando questo tipo di risposta non viene data subito, ma richiede un aspetto ormai molto dimenticato, ovvero il concetto della contemplazione. Ora non voglio tediarvi con definizioni da Treccani per dimostrare di conoscere paroloni, cerco dunque di spiegarvi cosa intendo per contemplazione. La contemplazione riguarda l’aspetto di potersi fermare a riflettere e quindi vedere veramente aspetti della vita, del paesaggio, o comunque di un qualcosa che altrimenti andrebbe perso.
Il paesaggio della finestra
Prendete ciò che vedete ogni mattina fuori dalla finestra di camera vostra o della cucina. Ogni mattina, soprattutto forse adesso, vi affacciate bevendo il caffè, o semplicemente la guardate quando abbassate la tapparella per evitare che il caldo sole estivo entri. Ecco, ora vi chiederei di fare questo esercizio: se siete a casa, per favore chiudete gli occhi; se siete lontani da quella finestra che avete scelto, teneteli pure aperti. Quello che vi chiedo è di dirmi ciò che da quella finestra si vede, e non vale dire che si vedono delle case, un parco o la strada. Vi chiedo di descrivermi il maggior numero di elementi che potete osservare da quella finestra.
Immagino, o almeno spero anche per i fini di questo articolo, che molti di quegli elementi, una volta che tornerete a guardarli li riscoprirete come nuovi. Ma perché questo? Perché effettivamente noi contempliamo poco quello che ci circonda o ci accade.
Tutta questa prima parte mi serviva perché effettivamente il paesaggio della finestra potrebbe essere collegato alla nostra vita. Non voglio fare il forzato leopardiano, però molto spesso, quando si tratta della nostra vita, ci ritroviamo sempre di fronte a una siepe che ci impedisce di vederla veramente. La cosa che però aggiungo al poeta è che ultimamente quello che viene fuori da una parziale ma attenta osservazione è che quella siepe viene messa proprio dalle stesse persone che vivono quella vita.
E come mai questo grande blocco? Perché effettivamente è molto più semplice vivere la vita così, senza doversi preoccupare di osservare quello che scorre.
Cerco di spiegarmi meglio: la vita inevitabilmente scorre, non servono i nostri cugini greci a dirci che, come i fiumi, la vita va solo avanti.
Ma molto spesso quello che si dimentica è che il fiume, o altri elementi che scorrono, lo fanno senza mai poter decidere. Il fiume non può decidere se scorrere a destra o a sinistra, da una parte all’altra, non può nemmeno decidere di fermarsi a prendere uno spritz. Noi invece, per fortuna o purtroppo, questo possiamo farlo.
Inizialmente forse non è così: cresciamo da bambini delegando, o essendo obbligati a delegare (dipende dai punti di vista) agli altri le nostre decisioni, perché effettivamente non siamo pronti per prenderle. E quindi genitori, parenti, insegnanti, figure “più grandi” decidono per noi, e per quanto possa sembrare qualcosa di estremamente limitante, è anche qualcosa di estremamente sicuro. Non scegliere, o meglio far scegliere agli altri, toglie anche il doverci chiedere il perché delle cose.
Un passaggio fondamentale
In psicologia infantile si determina una fase della vita dei bambini come la “fase dei perché”, ovvero quella prima fase in cui i bambini tartassano i loro genitori e chi li sta intorno con continue domande sul perché: “perché facciamo questo?”; “perché abbiamo due narici?”; “perché il cielo sta in alto e la terra in basso?”.
Ecco, queste domande effettivamente non hanno il fine di conoscere, quanto strutturano la base per poter rassicurare il bambino sul poter chiedere. Difatti non è tanto importante saper rispondere perfettamente a queste domande, quanto permettere di farle e farsi trovare disposti ad accoglierle.
Questa fase serve anche perché poi, crescendo, a un certo punto (che alcuni annoverano con l’adolescenza, ma che in realtà possiamo trovare anche in altri momenti di vita precedenti o successivi a quegli anni) la persona arriva a doversi chiedere dei perché, e questi sono molto più personali di quelli sulla terra o sul numero di narici.
I perché che si formano in questo momento sono i perché della propria vita: perché devo studiare? Perché devo fare quello che mi dicono gli altri? Ma c’è anche un’altra forma di perché, che è il “che cosa voglio fare?”, “chi sono io?”, “che cosa può cambiare?”.
L’affrontare questo tipo di domande diventa centrale, ed è proprio in questo passaggio, tra il delegare all’altro e il domandarsi da soli, che sempre più spesso vedo qualcosa saltare, sento sempre di più che invece ci stiamo costringendo a evitare questa fase, passiamo dalla decisione dell’altro (dei genitori, degli amici, della famiglia o della società) a una fase senza domande, che è ancora peggio. Dico che è ancora peggio perché, fintanto che si presentifica la decisione dell’altro, esiste, seppur magari sopita, la possibilità di contrastarla; mentre se ci si posiziona in un ambito senza domande, lì invece si rimane stagnanti.
Ovvero sempre di più mi interfaccio, anche non rispetto al mio ruolo professionale, con persone che, piuttosto che domandarsi qualcosa, preferiscono rimanere sopite in decisioni prefabbricate, prive di un proprio coinvolgimento. E quindi si sceglie il lavoro comodo, la vita comoda, il televisore, la casa, e infine anche un compagno o una compagna che non faccia troppe domande, ovvero che non ci interroghi troppo.
Si sceglie dunque sempre qualcosa che è comodo, semplice, che ci allontana piano piano da quelle domande, da quelle possibilità di soggettivare sempre di più la nostra vita. Poi però, prima o poi, qualcosa si rompe, è inevitabile: solo le vite delle bambole non hanno rotture. Il lavoro cambia, gli amici si perdono, magari i compagni a un certo punto se ne vanno, o iniziano a fare delle domande. E allora lì cosa succede? Succede che subentra la crisi, perché comincia, da quella famigerata siepe iniziale, a trasparire un orizzonte che per anni non si è voluto vedere, e questo porta a delle domande, a delle fatiche, a dei pensieri che non riescono a essere messi a tacere.
Per essere vivi
Arriva allora dunque il momento di decidere se stare di fronte a quel panorama, guardarlo, affrontarlo, o se invece scappare via di nuovo cercando una nuova siepe, un nuovo sguardo lontano.
Non voglio dire che stare di fronte a quel panorama sia semplice: decidere cosa sia veramente nostro implica la possibilità di stare male, di vivere una sofferenza, o anche di poter sbagliare. Però la siepe ci obbliga soltanto a poter vedere qualcosa che di luce non ne ha.
Forse è proprio qui che il “perché” torna ad avere un’età. Non quella dei bambini, che chiedono per scoprire il mondo, ma quella degli adulti, che devono trovare il coraggio di scoprire sé stessi. È un’età in cui le risposte contano meno della disponibilità a continuare a fare domande. Perché una risposta chiude, mentre una domanda, molto spesso, apre.
E allora forse contemplare significa proprio questo: concedersi il tempo di non riempire subito il silenzio con una risposta qualsiasi, ma restare abbastanza a lungo davanti a ciò che ci inquieta da permettergli di dirci qualcosa. Significa accettare che alcune domande ci accompagnino per anni, senza vivere questo come un fallimento, ma come una parte inevitabile dell’essere vivi.
Alla fine, forse, non è tanto importante riuscire ad abbattere tutte le siepi. Alcune rimarranno sempre lì. Quello che possiamo scegliere, però, è se continuare a usarle per non guardare oltre oppure se avvicinarci, fermarci davanti a esse e domandarci, ancora una volta, che cosa ci impediscono di vedere. Perché è proprio da quel gesto, apparentemente così piccolo, che spesso comincia una vita un po’ più nostra.