Correre per non vedere
Pigiare un po’ meno sull’acceleratore potrebbe riservare esperienze inedite. Riscoprire esperienze elementari per troppo tempo trascurate. Perché, impegnati nella quotidianità in corse continue, è venuta meno la capacità di aprire gli occhi sulle cose più semplici, normali, belle. Correre per un di più che non si aggiunge come valore ma come fuga. Dedicare tempo a riconoscere quello che ci circonda non è tempo perso. Non significa certo fermarsi. Vuol dire prendere la vita a un ritmo sensato. Per non perdere di vista la vita
19 giugno 2026
Elogio del rallentare
di Lorenzo Buggio
Nell’ultimo mese sono stato costretto a fare una cosa che per me è al pari del riconoscermi mortale. Odiosa e temibile, almeno quanto i vostri aspetti più reconditi. Alcuni lo ricondurrebbero al fatto di essere nato e cresciuto a Milano. Io penso che abbia a che fare con altro, ma questi sono aspetti che spetta al mio analista ascoltare. Che cosa è questa cosa tremenda? Ho dovuto rallentare.
Mi sono fatto male a una caviglia. La soluzione era semplice: riposo, niente peso.
Io, appena uscito dall’ambulatorio, sono andato a fare la spesa portando sacchetti pesanti a mano. Perché? Una quota di autosabotaggio, forse, ma non credo sia la spiegazione esaustiva. Il giorno dopo la caviglia urlava, e io ero costretto a camminare come se avessi un bastone. Devi andare più piano me lo ripetevo la mattina, appena sveglio, quando volevo già mettermi a correre: bastava appoggiare il piede per terra per digrignare i denti dal dolore. Devi andare più piano me lo ripetevo quando cercavo di infilare venti cose in una giornata e dopo la sesta la caviglia chiedeva di fermarsi.
Quel che ci perdiamo
All’inizio ho odiato questa cosa con tutto il cuore. Desideravo tornare al ritmo frenetico di prima, che ora vedevo per quello che era: una piccola coperta consumata, conosciuta bene, che ti tiene caldo e ti fa dimenticare il resto.
Ed è proprio lì, in quel desiderio di dimenticare, che ho trovato qualcosa di interessante.
Per spiegarmi voglio partire da un’immagine semplice. Pensate a quando siete in macchina, guidatori o passeggeri. A una certa velocità, il paesaggio laterale smette di essere un paesaggio e diventa un’unica striscia sfocata. Più si va veloci, più tutto si confonde, più tutto diventa irriconoscibile. Quando invece si rallenta, per una manovra, per il traffico, per qualsiasi motivo, si inizia a vedere di nuovo: i singoli elementi, quelli belli e quelli brutti.
Ho pensato spesso a questa immagine in queste settimane, perché mi ha aiutato a capire qualcosa. Sono arrivato alla conclusione di aver trascorso buona parte della mia esistenza nella prima metà di quell’immagine: sempre a correre, sempre ad andare avanti. Nel momento in cui ho rallentato, mi sono reso conto che il mio correre non era legato al voler fare, al voler progredire. Era legato al non voler vedere.
La realtà sfuocata
Non ci è voluto molto. Sono stati pochi giorni, e già mi ritrovavo a chiedermi: perché? Perché non riuscire a fermarsi? Perché essere sempre pronti a fare qualsiasi cosa, ad accettare un impegno dopo l’altro, a trovare ogni volta una giustificazione?
Non credo di essere l’unico. Guardandomi intorno in questi giorni più lenti, ho riconosciuto la stessa struttura in molte persone. Una fretta che non nasce dalla quantità di cose da fare, ma da qualcosa di più profondo. Certo, possiamo raccontarcela diversamente: ho molti impegni, mi sono caricato di responsabilità, le bollette non si pagano da sole. Tutto vero. Ma c’è sempre qualcosa in più, un di più che non si aggiunge come valore ma come fuga.
Lo vediamo nel rispondere immediatamente a un messaggio quando non sarebbe necessario. Nel rinunciare a un’uscita perché non si riesce a stare dietro al ritmo. Nell’uso di sostanze, e l’alcol è una sostanza, per abbassare la tensione senza davvero fermarsi. Così quegli elementi sullo sfondo rimangono sempre un po’ sfocati, tenuti a distanza di sicurezza. Il problema non è che non riusciamo a rallentare perché la vita non ce lo permette. Il problema è che anche quando potremmo farlo, non lo facciamo. C’è sempre un motivo per restare a quella velocità. E quando rallentiamo, ci angosciamo. O ci distraiamo in qualche altro modo, così da non dover guardare davvero.
Se si rallenta si può parlare
Poi arriva il momento in cui non si può più andare avanti come prima. Può essere un infortunio, come nel mio caso. Può essere un cambiamento di vita che impone un ritmo diverso. Può essere una persona che va a un’altra velocità e che non vogliamo lasciarci alle spalle, guardandola rimpicciolire nello specchietto retrovisore. E allora bisogna trovare un altro ritmo: non il ritmo dell’altro, ma uno che tenga insieme entrambi.
Quando rallenti abbastanza da vedere i singoli elementi del paesaggio, li vedi tutti: quelli belli e quelli che avresti preferito non vedere. I problemi che tenevi nell’angolo della mente, ben al riparo dalla velocità, tornano a fuoco. Ed è scomodo. È esattamente per questo che si corre, almeno in parte. Ma la vita è anche questo: poter guardare quegli elementi, affrontarli, e magari trovare qualcuno con cui parlarne. Se si rallenta, si può parlare. E sentirsi, anche solo per un momento, un po’ più liberi. Questo l’ho scoperto anche grazie a chi ho intorno. Non è una cosa che si impara da soli.
La morale, se vogliamo chiamarla così, è più semplice di quanto sembri. Dedicare tempo a riconoscere quello che ci circonda non è tempo perso. È tempo necessario. Prima o poi, volenti o nolenti, l’esistenza finirà, e tutto quello che avremo lasciato indefinito rimarrà tale per sempre. Insieme agli alberi, al paesaggio che scorre, potrebbe esserci una casa, un luogo, un piccolo dettaglio che valeva la pena vedere.