Cosa c’entra l’amore con le stelle?
Pensieri suscitati dal titolo dantesco scelto per l’edizione di quest’anno della manifestazione riminese: L’amor che move il sole e le altre stelle. Una riflessione che si sofferma sui due sostantivi: le stelle e l’amore. Tra ricordi personali e dialoghi con la musica lirica e la letteratura. Per riconoscere la bellezza e la verità della relazione fra l’amore e le stelle. Nel segno e nel senso dello stupore e dello splendore. In un presente dove si avverte, invece, un calo del desiderio che spalanca alla sterilizzazione di fatto del rapporto amoroso
17 luglio 2026
Meeting 2026
di Alessandro Banfi
Alla fine del primo atto della Madama Butterfly di Giacomo Puccini c’è un duetto d’amore fra Pinkerton e Cio-Cio San, i due principali protagonisti di questa “tragedia giapponese”. Il duetto inizia con l’americano che canta alla sua sposa la famosa aria: «Bimba dagli occhi pieni di malìa, ora sei tutta mia…».
È un amore possessivo, una conquista quasi coloniale in chi pensa che, poi tornato in patria, avrà una «vera sposa americana». La bimba Butterfly risponde: «Dolce notte! Quante stelle! Non le vidi mai sì belle! (…) Tutto estatico d’amor ride il cielo…». Quello del capitano americano è un amore possessivo, che alla fine uccide o induce al suicidio (come avverrà). Quello della piccola giapponese è invece un amore che coinvolge tutta la realtà e tutto l’universo: ha nel cielo e nelle sue stelle il riferimento ultimo.
L’amore e le stelle. Non so a voi ma il verso finale della Commedia dantesca, L’amor che move il sole e le altre stelle, che il Meeting di Rimini ha scelto in questa storica edizione del 2026 come titolo, mi ha suscitato due domande.
Chi muove chi? (Di questa però parleremo un’altra volta). E l’altra domanda è: che cosa c’entra l’amore con le stelle? Parto da quest’ultima perché a me pare che, non solo per uno spirito amante, sia proprio una questione fondamentale. Accantoniamo dunque la riflessione sul «move», sul movimento, sul verbo, e soffermiamoci su questi due sostantivi.
Un grande specchio della terra
Le stelle. Quando ero bambino mio padre Vittorio, che è stato uno scienziato geniale e che aveva la passione dell’astronomia, ci portava ad osservare il cielo nell’Osservatorio astronomico di Pino Torinese, con cui collaborava, sulla collina sopra la città di Torino. La stagione migliore per l’osservazione era gennaio (per via dell’assenza di foschia e grazie alla serenità atmosferica) e in quelle freddissime notti a noi il cielo veniva spalancato come un enorme arcipelago di luci.
Si saliva nella grande cupola e mio padre ci illustrava quella volta nera e con noi si stupiva. “Stasera come si vede bene Cassiopea”, diceva ad esempio molto soddisfatto. E poi ci faceva ammirare Giove e Saturno coi suoi anelli, la Via Lattea, il Carro… Nella casa di campagna, sopra Pecetto torinese, si era fatto costruire dai tecnici del Laboratorio RAI di Torino (in cui sbarcava il lunario) un canocchiale amatoriale a cui aveva applicato lenti fantastiche, che aveva piazzato in soffitta, sottotetto. Ho sempre pensato che il padre fosse un tipo così: che ti spalanca gli orizzonti, che ti indica la possibilità, che ti fa vedere il cielo, che ti educa allo sguardo attraverso uno stupore.
Ora poi che mio padre ha raggiunto le sue amate stelle pare a me che la sua lezione fosse anche più vera di quello che potevo allora comprendere.
Racconto questo episodio personale per dire che le stelle sono davvero la grande metafora dell’ampiezza e della profondità della realtà. Non le vedo posizionate in un iperuranio lontano, ma anzi appaiono come un grande specchio della terra.
Sono l’emergenza più evidente della grandezza delle cose, della loro vastità (il “sublime” della natura lo chiama Immanuel Kant) ma anche della “datità” delle cose, come la chiamerebbe Marilyn Robinson (la grande scrittrice americana che ha scritto il saggio “The Giveness of Things”). Insieme le stelle comunicano che questa nostra realtà è finita e insieme sconfinata per l’occhio umano e difficilmente intuitiva per la ragione. E non accade solo nelle sere dei primi di agosto quando cadono le stelle di San Lorenzo.
Don Giussani: “Quello che state facendo cosa c’entra con le stelle?”
E l’amore? Che cosa può centrare la grande passione del cuore con tutto quello che le stelle comunicano? Per tornare alla citazione iniziale, ci sono due modi alternativi di vedere l’amore umano, quello fra uomo e donna: il possesso o la gratuità.
Il Don Giovanni di Mozart- Da Ponte o il Miguel Mañara di Oscar V. Milosz impersonano le due posizioni. Sono entrambi grandi ammiratori delle donne e grandi amanti. Il primo commette omicidio e finisce all’inferno, il secondo conosce una donna, Girolama, che gli insegna a voler bene in modo diverso, e finisce in monastero. Per tornare alla Butterfly di Puccini, Cio-Cio San ama veramente l’americano e lo aspetta tutta la vita. Mentre Pinkerton la usa e l’abbandona.
Don Luigi Giussani, fondatore del movimento Comunione e Liberazione, raccontava spesso un episodio che gli era accaduto. Si rivolse una sera d’estate a due giovani fidanzati, che si erano ritratti imbarazzati al suo passaggio, con una domanda. Il sacerdote chiese loro: “Quello che state facendo cosa c’entra con le stelle?”.
Non era un’osservazione moralistica ma un interrogativo preciso sul loro modo di vedere la vita, in cui il grande prete lombardo metteva l’accento sul rapporto con l’infinito e anche con tutta la realtà. Un grande amore, un amore vero, cambia infatti la percezione stessa del reale, cambia lo sguardo. È in questo senso che la piccola giapponese di Puccini parla del “firmamento” e delle “stelle”, nel suo manifestarsi innamorata di Pinkerton.
Un amore che non è in relazione con le stelle fra l’altro ha tagliato, limitato, censurato il proprio desiderio. «Spem longam reseces» consigliava già Orazio nella sua più celebre poesia, “limita la lunga speranza”. Il saggio, sosteneva, è colui che sa gestire l’ansia di infinito e si auto-riduce l’aspirazione al tutto.
Ma nel significato stesso della parola desiderio, in un’etimologia latina dal significato filosofico, de-sidera significa proprio mancanza di stelle. «Perché bramo Dio?» scrive Giuseppe Ungaretti parlando di cielo stellato nella sua Dannazione composta sul Carso. Un amore che si limita, che non desidera troppo, è l’amore che rinuncia alle stelle. E oggi piscologi e terapeuti raccontano che c’è un calo del desiderio, sempre più diffuso. Con buona pace di tutta la pornografia e la trasgressione del mondo di oggi, capita tanto spesso di vedere una sterilizzazione di fatto del rapporto amoroso.
«Se non avessi creato il cielo…»
L’amore e le stelle, insomma, se non sono in relazione, stentano a mostrarsi nel loro pieno splendore. Gian Lorenzo Bernini era disoccupato da due anni quando compose uno dei suoi massimi capolavori, L’estasi di Santa Teresa nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. Pochi ricordano il cartiglio che volle mettere sul frontespizio di quella straordinaria cappella. È una frase tratta dall’Autobiografia di Teresa d’Avila, che Gesù avrebbe pronunciato, rivolgendosi alla mistica spagnola. «Nisi coelum creassem, coelum te solam crearem», che significa: «Se non avessi creato il cielo, lo avrei creato solo per te». Si rimane senza fiato.
Forse anche il Maestro ha davvero citato il cielo per descrivere un grande amore.