Dodici giorni insieme

In cammino, aprendo specialissime caselline. Dentro, nessun cioccolatino. Ma pensieri sollecitati da ricordi, brani musicali, film, profumi, piccoli gesti ordinari. E altro, e altro ancora. Dodici capitoli di un piccolo e originale calendario dell’Avvento che si tengono per mano. Per avvicinarci, grazie a un percorso assolutamente libero, al mistero e all’abbraccio del Natale.


12 dicembre 2025
Piccole aperture
di Lorenzo Buggio

@Ansel Adams – Moonrise, Hernandez, New Mexico – Erano le 16 e 49 del 1 novembre 1941

Ogni anno mi ripropongo di arrivare a dicembre con un po’ più di calma, con la testa meno piena e il cuore un po’ più sveglio. Poi puntualmente dicembre arriva e mi ritrovo come tutti, incastrato tra mille pensieri, impegni e la sensazione di aver dimenticato qualcosa per strada. È anche per questo che ho deciso di costruire questo piccolo calendario dell’avvento. Non un calendario vero, niente cioccolatini o sorprese, ma una serie di caselline che si aprono una alla volta e che raccolgono pezzi di vita, canzoni, film, profumi, gesti, ricordi. Tutte cose semplici, ma che per me continuano ad avere un peso speciale.

Quello che vi propongo è un percorso molto libero. Potete tornare qui ogni giorno e aprire una casellina alla volta, come si fa con un calendario dell’Avvento vero, lasciando che ogni riflessione vi accompagni per qualche ora o per qualche sera. Oppure potete leggerle tutte insieme, una dietro l’altra, come un racconto un po’ scomposto fatto di dodici capitoli che si tengono per mano. Non c’è un modo giusto. La strada la scegliete voi.

L’idea non è quella di darvi consigli di vita, non ne sarei capace e nemmeno ne avrei il diritto. È più un camminare insieme, per dodici giorni o per il tempo che vorrete, e concedersi qualche momento per guardare meglio qualcosa che magari durante l’anno passa accanto senza farsi notare. Ogni casellina nasce da un ricordo, da un odore, da una scena, da un gesto che a un certo punto mi ha toccato e che oggi ho voglia di condividere.

Non prometto grandi rivelazioni o cambiamenti. Però forse, e lo dico piano, potrebbe capitare che una parola, un’immagine, un ricordo vi si appoggi addosso e vi accompagni per un momento. E già questo per me sarebbe abbastanza.

Quindi eccoci qui. Apriamo insieme la prima casellina oppure apritele tutte, come preferite. L’importante è farlo con calma, senza fretta. Come se questo piccolo calendario fosse un modo per ritrovare il fiato e, ogni tanto, anche un pezzetto di noi stessi.

GIORNO 1: Vivo di Andrea Laszlo De Simone

Primo giorno e già si sente l’inizio di qualcosa di speciale. Immaginando questi dodici giorni insieme come un piccolo percorso condiviso, questa canzone ci offre un punto di partenza molto chiaro. In particolare, mi colpisce la frase: «ti conviene cogliere il tempo che rimane prima che smetta di bruciare dentro al tuo cuore».
È quasi un augurio, un invito a ritrovare e tenere vivo ciò che nel nostro cuore, durante l’anno che sta per finire, abbiamo messo da parte o dimenticato. A volte per paura, altre volte perché abbiamo temuto che se lo avessimo guardato troppo da vicino, si sarebbe perso nel caos della vita quotidiana.
Oggi, mentre ascolterete questa canzone (facilmente reperibile su qualunque piattaforma) vi invito a fermarvi un attimo e a riflettere su cosa vorreste riscoprire, curare o semplicemente nominare dentro di voi. Può essere un pezzo di voi stessi, un ricordo, un talento dimenticato, oppure una persona a cui volete bene. Anche solo pensarlo, riconoscerlo, lasciarlo accendersi un attimo nel cuore può essere un buon primo passo per questo cammino che stiamo iniziando insieme

GIORNO 2: Le caldarroste di Milano

Permettetemi, non intendo obbligare nessuno a comprarle. Quello che vorrei trasmettervi è il desiderio di ritrovare un odore, un luogo, un momento che ricorda come siano proprio le cose semplici a formare il nostro essere.
L’odore delle caldarroste per me è questo. Fin da piccino ogni inverno venivo portato in giro dai nonni e dai miei genitori e quel profumo era sempre lì ad aspettarmi. Crescendo, muovendomi da solo in città, il mio naso continua a riconoscerlo in mezzo alla confusione del centro di Milano.
Negli ultimi anni mi capita di fermarmi vicino a una delle colonne del porticato accanto al Duomo. Mi tolgo le cuffie che di solito accompagnano i miei spostamenti e resto lì, avvolto dal buon odore. Con gli occhi e le orecchie tese osservo le persone che più o meno velocemente esistono e si arrabattano per portare avanti la loro giornata.
Ecco che allora forse oggi anche voi potreste fare qualcosa di simile. Fermarvi un attimo, lasciarvi avvolgere da un odore o da un luogo che vi ricorda chi siete.

@Andrè Kertész Lost Cloud New York City 1937

GIORNO 3: L’abbraccio di una persona cara

Forse sembra banale, forse sembra smielato, ma oggi questa casellina si apre proprio su un abbraccio. E non perché manchino i temi profondi o le riflessioni complesse, ma perché certe cose, quando iniziamo davvero a guardarle, diventano più grandi di quanto crediamo.
Negli ultimi anni ho capito che un abbraccio può cambiare la direzione di una giornata intera. Quello di un amico che non si vede da tanto e che, appena ti stringe, ti ricorda senza parole che non siete mai stati davvero lontani. Quello che ricevi quando torni a casa stanco e ti sembra di avere addosso il peso del mondo, e all’improvviso quel peso scompare. Oppure l’abbraccio piccolo, leggero, inatteso di un figlio, che arriva così com’è, con tutta la sua tenerezza.
Oggi vi chiedo una cosa semplice. Regalate un abbraccio. Di pochi secondi, niente di complicato. Se siete voi ad averne bisogno, chiedetelo senza vergogna. Se invece siete voi a offrirlo, fatelo magari di sorpresa, come quei gesti che scaldano. E se dall’altra parte doveste trovare uno sguardo un po’ perplesso, non fatevi spaventare. Spiegate che per voi quell’abbraccio ha un valore, che dentro quel gesto c’è un pezzo della vostra giornata che cercava un posto dove appoggiarsi.
Nel film Green Book di Peter Farrelly c’è una frase che ormai mi porto sempre dietro: «Il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare il primo passo». E allora oggi, almeno per oggi, proviamo a non avere paura. Facciamo noi quel passo. E lasciamoci attraversare dall’idea che un abbraccio è una forma semplice ma potentissima di dire e di sentirsi dire che siamo amati.

GIORNO 4: Le nuvole di Fabrizio de André

«Vanno, vengono, ogni tanto si fermano».

È una canzone particolare, lo so. E forse anche un po’ meno conosciuta rispetto ad altri brani più celebri di Fabrizio De André. Eppure, proprio qui, in queste poche parole, c’è qualcosa che continua a parlarmi ogni volta che le ascolto. Una piccola occasione per fermarsi e guardare indietro a questo anno che sta finendo. Pensare a chi è arrivato nella nostra vita, magari in punta di piedi, a chi se n è andato lasciando un vuoto più o meno grande, e a chi invece è rimasto, scegliendo di restare accanto a noi anche nei giorni complicati.
Essere grati di queste presenze, dei momenti che abbiamo vissuto insieme, o dei momenti nuovi che si sono creati quasi senza che ce ne accorgessimo. La verità è che nella quotidianità è fin troppo facile lasciar scorrere tutto, proprio come fanno le nuvole di De André, che passano e si allontanano senza che le osserviamo davvero.
Oggi allora vi chiedo una cosa semplice. Guardate il cielo. Che sia grigio, azzurro, limpido o pieno di quelle compagne bianche che sembrano non fermarsi mai. Magari con la canzone in sottofondo, lasciando che la voce di De André apra lo spazio per un pensiero in più. E chissà, forse tra una nuvola e l’altra vi tornerà alla mente una voce, un volto, un incontro che stava scivolando via senza volerlo. Una piccola presenza che merita di essere ricordata. Una persona che, come una nuvola buona, si è fermata proprio sopra di voi.

Kôji Yakusho in “Perfect Days” di Wim Wenders Credits DCM

GIORNO 5: Hayao Miyazaki ed il tempo delle cose

È difficile scegliere un solo film di Hayao Miyazaki. Per questo oggi non ho voluto indicarne uno in particolare, ma soffermarmi su un elemento che attraversa quasi tutte le sue opere, un filo sottile che lega personaggi, paesaggi e storie. Il tempo delle cose.
Viviamo in una società che ci chiede, e a volte pretende, che tutto avvenga in fretta. Ogni gesto deve essere veloce, ogni momento deve portare a qualcos’altro, come se la lentezza fosse un lusso da evitare.
Nei film di Miyazaki invece il mondo respira. Esiste il tempo di preparare un pasto con calma, il tempo di riordinare una stanza come gesto di cura, il tempo di sedersi accanto a un amico nuovo e mangiare qualcosa insieme, senza nessuna fretta di ripartire. Esiste perfino il tempo di ricordarsi il proprio nome, quello che ci definisce e che a volte dimentichiamo nel caos delle giornate.
Oggi provate a regalarvi un momento così. Non deve essere grande, non deve essere perfetto. Anche soltanto cinque minuti dedicati a un gesto semplice, fatto con attenzione, possono diventare il vostro personale tempo delle cose.
E come insegnano i film di Hayao Miyazaki, spesso la bellezza arriva proprio lì, in quei momenti che sembrano piccoli e invece non lo sono affatto.

GIORNO 6: Perfect Days – Wim Wenders

Perché fare bene il proprio lavoro?
Oggi la casellina si apre proprio su questa domanda che sembra semplice, ma in realtà tocca qualcosa di molto profondo.
E mentre ci penso, mi viene subito in mente Perfect Days di Wim Wenders. È un film che non dà una risposta urlata, non pretende di insegnare niente. Mostra. Accompagna. E la risposta, quella vera, la si trova solo guardandolo, lasciandosi portare dal ritmo quieto del protagonista.
Se però proviamo a pensarci insieme, sentendo un po’ la mia, credo che la dignità dell’essere umano nasca esattamente da qui. Dal fare bene ciò che appartiene alla nostra esistenza, anche quando sembra piccolo, anche quando nessuno se ne accorge.
E qui torniamo anche alla casellina di ieri. Siamo così abituati a dare valore solo a ciò che gli altri vedono, a ciò che fa rumore, che finiamo per dimenticarci delle cose silenziose. Quelle che non applaudono, ma che ci costruiscono. Quelle intime, quotidiane, quasi timide.
Allora perché farlo. Perché è lì, nei dettagli nascosti, che abita la nostra dignità. Perché sono quei gesti silenziosi a ricordarci chi siamo davvero, anche quando il mondo non ci sta guardando.

GIORNO 7: Fare la settimana enigmistica con qualcuno

Oggi è giovedì e, come ogni giovedì, esce la nuova Settimana Enigmistica. Non è una sponsorizzazione, non mi paga nessuno, ma mi sono accorto che questa rivista, in un modo o nell’altro, ha sempre fatto parte dei miei momenti più semplici e più belli.
Da bambino la facevo con mia nonna. Lei adorava i rebus ed era veramente brava. Quando li finiva, cercava anche di spiegarmeli, ma ancora oggi non ho capito bene come funzionino. Poi però mi lasciava fare i giochini più semplici, come unire i puntini, e io ero contento così.
Un po’ più grande, durante le vacanze con i miei genitori, sono arrivati i cruciverba. un modo tranquillo di condividere il tempo, di stare lì insieme.
E adesso, con la mia ragazza, capita spesso che una mattina lenta o un viaggio inizino con una definizione letta ad alta voce e un tentativo di risposta che ci fa ridere. Sono ricordi piccoli, ma per me hanno una luce speciale. Per questo oggi vi dico: andate in edicola, prendete la nuova Settimana Enigmistica. Fatelo con qualcuno a cui volete bene, un amico, un parente, chi volete. Sedetevi insieme e concedetevi quel tempo semplice, quello in cui basta davvero poco per sentirsi vicini.

GIORNO 8: The Help di Tate Taylor

«Tu sei carina, tu sei brava, tu sei importante».

Questa frase compare nel film The Help e la riflessione di oggi vuole partire proprio da lì. Il consiglio, come in altre caselle, è di recuperarvi il film se non l’avete mai visto. Se invece lo conoscete, potete rivederlo oppure leggere il libro, che vale davvero la pena.
Perché fermarsi su queste parole. Senza fare troppi spoiler, il modo in cui arrivano nel film rimanda a qualcosa che, secondo me, riguarda un po’ tutti. Quante volte, per colpa di qualcuno esterno o semplicemente perché ce lo dimentichiamo, iniziamo a convincerci che non siamo abbastanza. Magari da piccoli o in certi periodi della vita ci sembrava chiaro di essere bravi, belli, capaci. E poi, piano piano, qualcosa si incrina e finiamo persino a sentirci quasi insignificanti.
E invece no. E non è la retorica delle feste, non è quel “siamo tutti più buoni” che ogni tanto si sente in giro. È un invito a essere un po’ più buoni con noi stessi, a concederci quella gentilezza che di solito riserviamo solo agli altri. Perché anche se non siamo perfetti, anche se non assomigliamo a nessuno dei modelli che ci vengono buttati addosso ogni giorno, rimaniamo comunque importanti.
Non importanti nel senso di visibili, famosi o riconosciuti. Ma importanti perché la nostra vita, con tutte le sue crepe e le sue tenerezze, è comunque una vita vissuta. E questo, a pensarci bene, basta già.

GIORNO 9: Una brioche e un caffè seduti

Forse è una cosa semplice, forse anche un po’ sciocca a dirla così, però oggi questa casellina si apre proprio su una brioche e un caffè, ma seduti. Non presi di corsa, non trangugiati davanti al bancone mentre già pensiamo a cosa ci aspetta dopo. Seduti davvero, con calma, come quando ci si concede un gesto piccolo.
Mi sono accorto che ogni volta che mi siedo per fare colazione, anche solo per cinque minuti, cambia qualcosa. È come se il mondo rallentasse quel tanto che basta per farmi ricordare che ci sono anch’io dentro a quella giornata che sta iniziando. E che non tutto deve per forza avvenire a una velocità che non ho scelto.
Può essere un momento da soli, quasi un regalo a sé stessi, o un modo per stare con qualcuno senza pretese, con quella leggerezza che a volte pesa più di mille discorsi. Una brioche, un caffè, un tavolino, e intorno il rumore della città che corre mentre tu, per una volta, non devi correrle dietro.
Oggi allora provate a farlo davvero. Andate nel vostro bar di fiducia o in un posto che non conoscete ancora, sedetevi e lasciate che quel gesto così normale diventi un piccolo atto di cura. Perché volersi bene non ha sempre bisogno di grandi cose. A volte basta un caffè caldo, una brioche che profuma di burro e la possibilità, per un attimo, di restare seduti.

GIORNO 10: Sotto la Madonnina

Forse questa casellina è un po’ troppo milanese, lo so. Però certe cose, quando le hai viste crescere con te, diventano più di un simbolo. La Madonnina che, come canta Giovanni D’anzi nel suo «O mia bela Madunina, ti te dominet Milan», continua ad osservarci dall’alto rimane sempre un punto a cui tornare con lo sguardo. E non necessariamente per questioni religiose, non per cercare protezione nel senso più classico. Piuttosto come richiamo a qualcosa che ci accomuna, un modo semplice per ricordarci che, anche nella frenesia della città, esiste ancora un luogo dove lo sguardo può riposare.
Perché la Madonnina ha questo potere. Di giorno è parte del panorama, quasi scontata nella sua presenza dorata. Ma di notte, oppure nel buio del mattino d’inverno, quando Milano deve ancora svegliarsi del tutto, diventa un’altra cosa. Una figura che brilla in mezzo al cielo scuro, una luce che sembra sapere più di quello che dice. E allora è facile sentirla come una confidente silenziosa, una presenza che non pretende nulla e però c’è, ferma, a ricordarci che anche nei periodi più pesanti la città ci tiene insieme.
Vi propongo allora di concedervi un momento, stasera o domani mattina, prima di aprire la prossima casellina. Fate un giro in piazza Duomo, magari passando accanto alle luci ancora mezze addormentate delle vetrine o al profumo del primo caffè che esce dai bar. Fermatevi un attimo, proprio lì in mezzo, e alzate lo sguardo verso quella figura lucente.
Provate a parlarle, anche solo in silenzio. Offritele un pensiero, un dubbio, una gratitudine, qualcosa che forse non avete ancora detto a nessuno. Non importa cosa. Quello che importa è il gesto. E vedrete che, in qualche modo tutto suo, lei vi starà ad ascoltare. E magari, anche solo per un attimo, Milano sembrerà un po’ meno grande e voi un po’ meno soli dentro di lei.

Spirited away- Ghibli Miyazaki

GIORNO 11: Lucio battisti – Anna

Hai ragione anche tu
Cosa voglio di più?
Un lavoro io l’ho
Una casa io l’ho
La mattina c’è chi
Mi prepara il caffè
Questo io lo so
E la sera c’è chi
Non sa dirmi no

Cosa voglio di più?”

Questa canzone di Lucio Battisti, con testo di Mogol, mi permette di mettere a fuoco qualcosa che spesso dimentichiamo. Nel mio lavoro mi capita tante volte di ascoltare persone che, con un po’ di esitazione e quasi con senso di colpa, mi dicono che pur avendo tutto, un lavoro, una casa, una vita apparentemente piena, sentono comunque che manca qualcosa. Una piccola crepa, un vuoto difficile da nominare.
La verità è che spesso, anche perché la nostra società ce lo suggerisce in continuazione, pensiamo che la nostra esistenza possa essere racchiusa nelle cose concrete: oggetti, risultati, eventi, bisogni da soddisfare. Come se bastasse spuntare una lista per sentirsi appagati. Poi però succede qualcosa che spiazza. Un incontro, proprio come quello raccontato nella canzone di Battisti, o magari un momento inatteso della vita, un attimo che ci sorprende… ed è lì che si rimette in movimento il motore più prezioso che abbiamo: il desiderio.
Quel desiderio che non si accontenta del “già dato”, che non si ferma agli oggetti o alle abitudini, che punta sempre un po’ più in là. Quel desiderio che ci rimette in cammino e ci ricorda che siamo fatti per cercare, per incontrare, per stupirci ancora.
E allora oggi, mentre ascoltate questa canzone che si trova facilmente anche su YouTube, provate a fermarvi un istante. Anche se questo periodo dell’anno sembra essere sempre più dominato dalle cose da comprare e dalle luci delle vetrine, ricordiamoci che ciò che conta davvero è tenere vivo il desiderio. Il desiderio di incontrare quel qualcosa o quel qualcuno capace di farci ripartire, di rimetterci in moto e di farci sentire, ancora una volta, profondamente vivi.

GIORNO 12: Soap Opera di Alessandro Genovesi

Ho pensato molto a cosa lasciarvi come ultima casellina prima di Natale. Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di proporvi un film italiano forse poco conosciuto: Soap Opera di Alessandro Genovesi. Non fatevi ingannare dal titolo o dal trailer: non è una semplice banalità, né uno di quei film frivoli delle feste. È un film che tocca diversi punti legati a questo periodo dell’anno e, in un certo senso, anche a un po’ delle nostre vite.
Molti di noi vivono in condomini, e proprio questo è il punto di partenza del film: cosa sappiamo davvero degli altri, delle persone che condividono spazi con noi, soprattutto quando si sentono soli? Il film parte con un evento drammatico, un suicidio, qualcosa che nel nostro immaginario è lontano dalle feste, un pensiero che vorremmo scacciare. Ci immaginiamo sorrisi, buon vino e amore in ogni casa, eppure per alcune persone il sorriso non c’è.
E allora cosa fare? Non voglio portarvi lì, verso la tristezza. Anzi, il messaggio che mi porto da questo film è proprio un altro: l’inaspettato che può nascere dal dolore. Perché anche nei momenti difficili, anche quando le vite sembrano scorrere senza che ce ne accorgiamo, può emergere qualcosa di nuovo. Un gesto, una parola, un incontro che spinge a rialzarsi, a guardare fuori dalla propria porta e a trovare la bellezza nelle piccole cose quotidiane.
Prima di mettervi domani, o già stasera, a brindare con chi vi è vicino, vi invito a fermarvi un attimo. Pensate a ciò che può nascere dai momenti complicati, alle possibilità nascoste dietro un incontro inatteso, a quelle connessioni umane che spesso diamo per scontate. E lasciatevi ricordare che anche nelle giornate più difficili c’è spazio per la gentilezza, per la vicinanza e per la sorpresa che fa battere il cuore un po’ più forte.
E allora amici, grazie di aver camminato insieme a me in questi dodici giorni. Grazie per aver aperto queste caselline con calma, curiosità e cuore. Finalmente posso dirlo: buon Natale!