Dove stiamo andando? La fatica di scegliere davvero
Il mondo di oggi non aiuta. Comunque, più o meno consapevolmente, l’uomo ci ha messo del suo. E i risultati non sono molto lusinghieri. Appiattirsi a questo tran tran fa sbiadire lo domanda di sempre: lo scopo vero per cui siamo in vita. La questione che rimane sensata. Perché ci richiama a quel che per davvero vogliamo fare della nostra vita. Sprecarla è possibile. Si tratta di capire se si è soddisfatti della direzione presa. E capire è già la presa di coscienza di un buon cammino. Perché la presa di coscienza è sempre una scelta
22 maggio 2026
Aspettative, abitudini, desideri
di Lorenzo Buggio
Nella vita serve uno scopo. Non credo sia soltanto un pensiero personale o un’idea astratta. Sempre di più sembra qualcosa che il mondo stesso, il contesto in cui viviamo e ciò che vediamo ogni giorno ci richiedano. Ma cosa vuol dire davvero?
A un certo punto…
Forse questa necessità è sempre esistita, ma oggi appare con ancora più forza. Viviamo in un mondo che spesso ci riporta a una dimensione quasi esclusivamente produttiva e consumistica, dove sembra importante soprattutto avere: possedere un oggetto, inseguire una novità, riempire un vuoto senza domandarsi troppo da dove arrivi.
Continuiamo a produrre, a muoverci, a correre. Corriamo per prendere la metro, per rispettare gli impegni, per raggiungere cose che sembrano fondamentali. Eppure, a un certo punto, la nostra esistenza ci mette davanti a una domanda che non possiamo più evitare: dove mi sto muovendo? Qual è la nostra direzione?
Qual è il nostro scopo? Sono domande che ritornano continuamente. Ce le riportano i social network, i video, le conversazioni. Le vedo emergere soprattutto in persone che arrivano verso la fine dell’università o dopo anni di studio vissuti rimandando una decisione fondamentale: che cosa voglio fare davvero della mia vita?
Potrei prendere la posizione più semplice, quella comoda. Quella che critica il presente e dice che “una volta era meglio”, che si sapeva cosa fare e dove andare. Ma non credo sia vero.
Prima, molto spesso, era la comunità a decidere. Era il contesto, il gruppo sociale, la famiglia, perfino le relazioni. C’erano matrimoni costruiti attorno al guadagno, tradizioni familiari da continuare, vite che sembravano già orientate prima ancora di essere vissute. Il mondo moderno, invece, ha aperto una domanda nuova: chiedersi che cosa si voglia fare.
Il problema, forse, è che non siamo stati davvero capaci di sostenere il peso di questa domanda.
E allora arrivano i dubbi. Arrivano le sofferenze, quei momenti interiori che vorremmo cancellare. E ci viene anche suggerito che sia possibile farlo concentrandoci su ciò che possediamo, sulla vita che mostriamo, sui soldi necessari per scappare o comprare qualcosa che, inevitabilmente, prima o poi ci abbandonerà.
La scelta piatta
Ed ecco che il dubbio ritorna. Perché abbiamo iniziato una relazione se, nel tempo, ciò che volevamo è cambiato? Perché abbiamo scelto un lavoro quando magari le persone che avevano sostenuto quella scelta (genitori, parenti o altri riferimenti) non ci sono più o non rappresentano più ciò che siamo?
Perché abbiamo iniziato qualcosa? Perché abbiamo continuato? Perché abbiamo tenuto duro?
Sembrano domande ovvie. Domande che dovrebbero avere sempre una risposta pronta. Ultimamente, però, vedo che spesso non è così. Quello che noto è il protrarsi di scelte che, in fondo, non vengono sentite come proprie. Scelte rimandate ad altro, al contesto, alla comodità, alla paura di interrompere un percorso.
La scelta semplice è quasi sempre la scelta più comoda. Quella piatta, quella che evita di porre domande.
E forse l’obiettivo di questo scritto è proprio l’opposto: prendersi, anche solo per il tempo di questa lettura, la posizione più scomoda. Chiederci dove stiamo andando.
Non mi interessa quanti anni abbiate mentre leggete. Potete averne venti, trenta, sessanta o settanta. Ogni momento della vita rende questa domanda importante. Perché essere vivi significa anche questo: scegliere.
E scegliere è ciò che indirizza la nostra vita e le dà uno scopo. Ma scegliere implica qualcosa di difficile. Significa domandarsi, pur sapendo che possiamo cambiare, se sappiamo davvero dove vogliamo andare e cosa siamo disposti ad affrontare. Questo è il punto.
Che cosa scegliamo nella vita? Che cosa abbiamo scelto? E dove vogliamo continuare a scegliere? A un certo punto non basta più dire “me l’hanno detto”. Non basta appoggiarsi soltanto alle aspettative o alle decisioni altrui. La nostra esistenza, prima o poi, ci chiede di prendere una posizione e orientare la nostra vela.
Non con una certezza ingenua o arrogante, come se potessimo sapere già come andranno le cose. La vita risponde sempre a modo suo. Possiamo predisporre, immaginare, desiderare, ma poi dobbiamo stare dentro ciò che accade.
La domanda rimane
Eppure, rimane una differenza fondamentale: essersi mossi. Perché quello che sento raccontare sempre più spesso, soprattutto quando qualcosa si conclude (una relazione, un lavoro, una fase della vita), non è tanto il rimpianto di aver scelto, quanto quello di non averlo fatto davvero.
Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma io sto scegliendo”. Forse sì. Ma la domanda rimane.
Quella scelta è tua oppure appartiene a qualcun altro? È qualcosa che nasce da te o qualcosa che hai ereditato, adattato, accettato? A chi appartiene quel momento? A chi appartiene la tua vita?
Forse questa domanda richiederebbe molto più spazio. O forse sarà qualcosa da affrontare ancora. Quello che vorrei lasciare oggi è soltanto questo invito: proviamo a stare in questa scomodità.
Se pensiamo al concetto di senso, ci accorgiamo che indica sempre una direzione. Pensiamo al “senso unico”: ci dice da che parte possiamo andare.
Allora chiedersi quale sia il senso della propria vita significa, forse, domandarsi proprio questo: dove mi sto dirigendo? Chi guida i miei passi? Sempre più spesso immaginiamo che il senso debba coincidere con qualcosa di glorioso (fama, potere, successo).Ma non credo sia necessariamente così.
Un senso profondo
Penso a certe figure narrative, senza entrare negli spoiler, da Game of Thrones fino alle opere di Tolkien. Personaggi che non vivono vite grandiose, che non hanno il destino dei re o degli eroi celebrati, eppure custodiscono un senso profondo.
A volte il loro compito è semplicemente tenere chiusa una porta, sacrificarsi, permettere che qualcun altro possa continuare a vivere e portare avanti il proprio cammino. Ecco, credo che questo sia un punto che spesso dimentichiamo.
Il senso della nostra esistenza non deve per forza richiudersi dentro noi stessi. Può aprirsi anche all’altro. Può significare essere presenza, guida, perfino maestro.
E forse essere maestri significa anche questo: non possedere tutte le risposte, ma permettere a qualcosa o a qualcuno di continuare a esistere. Per questo vorrei chiudere tornando alla domanda iniziale. Che cos’è, per noi, questo senso? Dove stiamo andando? E i passi che stiamo compiendo, anche se silenziosi e non gloriosi, ci appartengono davvero?
Perché forse la questione non è vivere una vita straordinaria. Forse la questione è capire se la direzione dei nostri passi sia davvero nostra.