Emmanuel Carrère: quando il destino si fa vita

Kolchoz, l’ultimo scritto dell’autore francese con nelle vene sangue russo, edito in Italia da Adelphi, è un accattivante affresco ricco di ricordi, pensieri, rimandi storici, appunti per il presente. Un libro importante che mette in luce il suo percorso di ricerca profondamente umano. Dove la realtà c’è tutta, per esperienza inafferrabile, e per questo fondamentale nella sua costruzione e ricostruzione. C’è la Russia. E c’è la Francia. Ma anche il mondo o i mondi. Il cuore della vicenda che non può avere un solo motivo conduttore è la sua famiglia, in modo particolare la madre. Ma non è tutto rose e fiore quel rapporto E come potrebbe esserlo? Eccoci così alla letteratura che sta sul crinale della realtà. In un equilibrio instabile che non può non attrarre il lettore   


17 luglio 2026
Una storia nella storia
di Walter Ottolenghi

A che serve la letteratura?

«Quand’era giovane, a venti, venticinque anni, mio padre leggeva Proust, amava Proust…. Tanto più sorprendente in quanto non ho mai visto mio padre con un libro in mano». «Proust ha cominciato a diventare Proust per snobismo. Sposando mia madre, mio padre ha puntato, in termini di snobismo, sul cavallo vincente, anche se nemmeno nei suoi sogni più folli avrebbe mai potuto immaginare dove questo cavallo lo avrebbe condotto. E una volta che la vita, nella realtà, ha preso quella piega, a che serve la letteratura?». Ho trovato straordinario che Carrère abbia inserito questi ricordi e pensieri in un libro che sembra tutto una sua personale Recherche.
Quando si è vissuto intensamente una vita ricca di eventi al di là di ogni ragionevole aspettativa, quando la realtà ha clamorosamente surclassato i mediocri orizzonti che delimitavano i passi iniziali del tuo cammino, cosa possono aggiungere le pagine scritte da qualcun altro? Pensiero all’estremo limite dello snobismo, certo, ma anche perdita di capacità di guardare e sperare oltre e, quindi, soglia senza ritorno di frustrazione e depressione.
Il figlio primogenito di quella coppia fuori dal comune è partecipe fin da piccolo della sua grande avventura attraverso eventi straordinari che hanno segnato il secolo. E compie invece un itinerario che lo conduce a guardare oltre e trova, evidentemente, nella scrittura uno strumento potente per fare i conti con la realtà. Quella della grande Storia, quella della sua famiglia e quella del suo io profondo.

Un Kolchoz di tenerezza

Il Kolchoz della famiglia Carrère d’Encausse non ha niente a che fare con l’agricoltura sovietica. È solo un termine che il lessico familiare ha consacrato per definire l’ammassarsi dei tre figli dentro il lettone e sui cuscini stesi intorno quando il papà è in trasferta. C’è tutta l’ironia dissacrante per un termine ufficiale che la burocrazia staliniana ha coniato per inquadrare la collettivizzazione delle campagne nel grandioso (e fallimentare) disegno di sovietizzazione del mondo a venire.
Qui ridotto a definire un’allegra baraonda fatta di cuscini spostati e di bambini eccitati dalla violazione di uno spazio per soli adulti. Dove il termine baraonda sembra costituire il legame semantico con le strampalate sperimentazioni sovietiche. Ma c’è anche la traccia di un amore non ricambiato verso il grande paese slavo, che fa da contrappunto all’intera narrazione.
L’ultimo Kolchoz viene improvvisato dai tre figli, ormai sul traguardo della terza età, attorno al letto dell’hospice che accoglie la madre nei suoi ultimi giorni. Per accompagnarne l’agonia. La circolarità proustiana del racconto qui non è solo un tópos letterario. Segna la continuità di un amore che, nonostante le incomprensioni reciproche, è durato per tutta una vita riuscendo ad essere compagnia intima fino a consacrare il momento del distacco supremo.
Russia dunque, ma anche Francia. Patria di adozione prescelta dall’emigrazione “bianca”, esule dall’impero che da zarista era diventato “rosso” dopo la presa di potere della parte bolscevica. Approdo che per la maggioranza aveva significato il brusco passaggio dagli agi della nobiltà o della borghesia a una vita di stenti e umiliazioni. Sopravvivendo con l’adattamento alle attività marginali che, allora come oggi, sono destinate agli ultimi arrivati. Titoli, cultura, educazione: tutto finito nel tritacarne con cui si guarda dall’alto in basso l’indigenza anche di chi, senza nessuna colpa o responsabilità, ha perso tutto e deve ricominciare dai gradini più bassi. Difficoltà che però rendono più forti i legami con chi ha condiviso la stessa sorte e aiutano così a ritrovare una dignità e una nobiltà di spirito nella nuova situazione. Danno un senso alla storia di cui si è portatori, fino alla consapevolezza di possedere una ricchezza interiore invincibile e di avere a portata i mezzi per metterla a frutto.

Emmanuel Carrere da bambino con sua madre

Russia e Caucaso

Non sarà andata così proprio a tutti. Però è stato il caso non solo di Yelena (Hélène) Zourabichvili, madre di Emmanuel Carrère, ma anche di altri suoi parenti e di tanti discendenti di quell’originale migrazione che hanno assunto a pieno titolo responsabilità e fama in tanti settori della società francese.
Per gli Zourabichvili e la loro comunità di espatriati c’è una particolarità: possono solo superficialmente essere definiti russi. Eredi di una civiltà e cultura di gran lunga precedenti a quelle russe, di una terra occupata dalle mire imperiali di Caterina II. Un Caucaso relegato a periferia coloniale di un impero straniero. Pura cerniera e soglia dell’Europa, tanto che il termine caucasico è stato scelto per definire i tratti somatici delle popolazioni che abitano l’intero continente. Dove Noè ricevette dalla colomba il ramoscello d’ulivo e pigiò il primo vino.
Sede agli inizi del IV secolo dei primi regni cristiani della storia, antecedenti di diversi decenni l’editto di Tessalonica. E chiese di fondazione apostolica: Andrea (Georgia), Taddeo e Bartolomeo (Armenia). La Moscovia, ovvero la Russia attuale, si liberò invece dal giogo tartaro e si costituì in entità statale nel XV secolo. La precedente Rus di Kiev (attuale Ucraina, parte di Russia occidentale, di Polonia e paesi Baltici), fu un regno cristianizzato nel X secolo e smembrato nel XIII dalle invasioni tataro-mongole.
L’etnia georgiana porta in sé questa fierezza storica, certamente frustrata dalla sottomissione a un impero con radici totalmente estranee e ora vicino ingombrante. Le pressioni e ingerenze putiniane con velleità di ristabilire le frontiere zariste e sovietiche sono fonte di continue tensioni.
Così come il disagio di una forte presenza di fuoriusciti russi rifugiati all’inizio della guerra con l’Ucraina per sfuggire alla leva militare e alla prevedibile crisi economica. Si tratta di persone con elevate disponibilità economiche ed abituate a ostentare e pretendere i privilegi acquisiti col loro ceto e le loro attività finanziarie non sempre chiarissime. Un bell’ingombro.
Pure la minoranza georgiana aveva conquistato una sproporzionata dose di potere nel regime sovietico, grazie a temibili personaggi come Josif Džugašvili (Stalin) e Lavrentij Berija, che portarono ai vertici dello stato il know-how acquisito tra la criminalità comune della terra natia dove avevano consolidato la loro competenza e abilità come rapinatori, tagliagole, torturatori ed altre specializzazioni indispensabili ad amministrare efficacemente la complessa macchina dell’apparato sovietico.
Questo retroterra storico emerge ripetutamente nell’opera di Carrère, ricca in proposito di riferimenti e citazioni, senza però alcuna pedanteria, ma come fossero vicende tutto sommato domestiche, cornice che tiene insieme i quadretti più particolari delle articolate biografie familiari che compongono l’insieme.

Helene Carrere D’Encausse

Corsi e ricorsi

Questo impianto narrativo mi è sembrato, in effetti, molto russo, con i tanti personaggi presi, poi lasciati, poi ripresi, come una spirale di corsi e ricorsi che si allunga su quasi un secolo di mondo che cambia sempre più velocemente. Del resto, se vita e destino si intrecciano non è solo il destino a farsi vita, ma è anche la vita a farsi destino. Inutile cercare una trama, non ce n’è una veramente tale. Piuttosto cercare un senso, quello sì.
E qui entra l’aspetto molto francese. Come per diversi grandi autori francesi contemporanei, un libro scritto ultimamente su di sé, meglio: di domande di sé. Questa grande velocità del tempo che accelera sempre più lo svolgersi della storia e delle conoscenze e che cerchi di acchiappare con le tue interpretazioni e analisi già invecchiate la mattina dopo. Alla fine solo l’amore, gli affetti, l’amicizia riescono a tenere l’io tutto assieme. Il fallimento di Prometeo e il trionfo dell’Agape? Chissà.
Il nome di Péguy è forse quello citato più frequentemente tra le letture più amate dalla madre, Hélène. Forse per la passione con cui questo autore non si arrende all’inesorabilità dei tempi e della storia, ma la provoca e la sfida in campo aperto, profetizzando un divenire illuminato dalla Grazia, cioè dall’Amore. Veramente Carrère non si sofferma su questi aspetti, ma pensando alle pagine lette su Hélène, la sua vita e la sua storia, è un’interpretazione che può avere il suo perché.
Dal suo destino inesorabile di immigrata decaduta in una vita di stenti riesce a far scaturire la positività di essere comunque in un paese ricco di idee e di libertà e se ne appropria con energia e passione. Fino ad approdare alla prestigiosa facoltà di Sciences-Po, dove incontra Louis Carrère d’Encausse. Si innamora di lui e si innamora anche della Francia.
La sua carriera non è una passeggiata, ma i suoi meriti la portano ad essere uno degli analisti storici e politici più influenti del paese. La sua conoscenza rara ed eccezionale della storia, della cultura e della politica russe la rendono particolarmente ricercata e preziosa. Una grande risorsa per la Francia contemporanea, che le conferisce le più alte onorificenze pubbliche e l’ammette all’Académie française. Nel 1999 ne viene nominata Segretario perpetuo, prima donna al vertice nei quattro secoli di storia dell’istituzione.
Nella commemorazione ufficiale dopo la sua morte il presidente Macron dirà “E ora è a lei, Hélène, nipote delle steppe e madre dell’Académie, apolide e matriarca, orfana e zarina, che la Francia in lutto rende un’ultima volta omaggio”.

Il Presidente Mattarella accoglie Salome Zourabichvili Presidente della Georgia

Il rompicapo russo

Pur essendo stata per decenni un punto di riferimento per la Francia e l’occidente nell’interpretazione delle trasformazioni dell’Unione Sovietica prima e della Federazione Russa poi, nemmeno Hélène riesce ad afferrare correttamente il senso dell’involuzione della Russia negli ultimi decenni e si lascia prendere in contropiede dall’irragionevole comportamento di Putin e dal suo intrappolarsi nel dedalo della tragica guerra contro l’Ucraina. Nemmeno lei è riuscita a sciogliere fino in fondo quel rompicapo avvolto in un mistero dentro un enigma, come Churchill aveva definito la Russia nel 1939, ai tempi del diabolico sodalizio tra Stalin e Hitler.
Suo figlio Emmanuel nel suo libro azzarda una sintesi brutale riguardo l’incomprensibilità della Russia per le raffinate menti formate alle accademie occidentali, eredi dell’illuminismo, dell’idealismo e, perché no, della sempreverde logica aristotelica. La chiave di lettura è il popolo russo, quello che in realtà nessuno conosce davvero, diverso da quello delle grandi metropoli con cui riusciamo di solito ad entrare in contatto, che comunica e pubblica in modo palese o clandestino, ma comunque udibile.

Emmanuel Carrere

Una vita di m… e la distopia del nuovo secolo.
Dalla Terza Roma al Quarto Reich?

Lo spunto origina da una serie di soggiorni nella sperduta cittadina di Koteľnič per girare un documentario sulla Russia profonda agli inizi degli anni 2000. “Cosa siete venuti a riprendere a Koteľnič? Abbiamo una vita di merda, è questo che volete mostrare alla tv francese?”. E fin qui siamo nello stereotipo della Russia sterminata, trascurata da secoli da qualsiasi governo e lasciata sprofondare nella vodka e nell’indolenza, purché non dia rogne.
La questione riprende vigore con lo scoppio della crisi ucraina e le masse di russi mandati a morire senza uno scopo comprensibile. Adesso lo stereotipo non è più sufficiente per spiegare. Cosa pensa il popolo russo? Un amico che segue sistematicamente i media e i social russi e mantiene legami con gli amici di laggiù gli offre la chiave di lettura. “È un popolo che sta precipitando in una gigantesca distopia. In 1984 tutti devono partecipare ogni giorno a due minuti di odio collettivo. La tv russa ripete a martello questo odio ventiquattr’ore su ventiquattro. Ventiquattrore su ventiquattro è sempre la stessa litania: l’Occidente vuole la morte della Russia, ma la Russia vincerà come ha sempre fatto perché è la Terza Roma e la sua vita è miserabile ma la sua anima è forte, mentre la vita dell’Occidente è piacevole ma la sua anima è debole, depravata…”. Secondo il ministro degli esteri Sergej Lavrov “La ragione dell’operazione militare speciale risiede nell’autocompiacimento dei paesi occidentali dalla fine della seconda guerra mondiale”. A Koteľnič, vent’anni prima, sapevano di fare una “vita di merda”, ma almeno se ne vergognavano, tanto da volerla nascondere. “Putin ha restituito orgoglio a quelli che hanno una vita di merda. Avere una vita di merda è il segno della loro elezione. Sono loro il sale della terra. Fanno di nuovo paura ai froci, ai trans, a tutti i devianti il cui “autocompiacimento” offende la Russia”.
Più che la santa missione della Terza Roma sembra il programma del Quarto Reich, come scritto da un blogger russo in esilio.
“Ci siamo illusi pensando che il putinismo fosse semplicemente un regime mafioso, mosso da quella cosa a conti fatti rassicurante che è l’avidità. Si tratta di tutt’altro. Si tratta di creare ed esporre agli occhi del mondo un uomo nuovo, un vero russo abitato dal risentimento, dalla violenza, dalla crassa ignoranza e dal malvagio orgoglio di aver capito che la vita è la guerra di tutti contro tutti”.

La cugina Presidente

Ma la famiglia Zourabichvili-Carrère non è solo Francia e Russia. Anche la Georgia entra prepotentemente nel racconto. La cugina Salomé Zourabichvili intraprende una brillante carriera nel corpo diplomatico francese, fino a diventare ambasciatrice in Georgia. Il presidente Micheil Saakashvili “Misha” apprezza rapidamente la competenza e le capacità di Salomé e osa l’azzardo di chiederla in “prestito” al presidente Chirac per nominarla ministro degli esteri con il compito di gestire l’avvicinamento del suo paese all’Europa. Incredibilmente Chirac acconsente e Salomé, appena insediata al ministero, negozia brillantemente nientemeno che con Sergej Lavrov il ritiro delle basi militari russe. Una banale critica al presidente Misha causa il suo allontanamento dal ministero, dove il suo successo nei confronti della Russia rischiava di mettere in ombra lo stesso presidente.
Rimane in Georgia e rilancia, candidandosi anni dopo alla presidenza della repubblica. La ottiene nel 2018. La carica è però priva di poteri esecutivi e, quindi, poco influente sugli indirizzi politici del paese. Alla scadenza del mandato Salomé guida l’opposizione alla nuova maggioranza filoputiniana, insediatasi a seguito del discutibile risultato elettorale del 2024, di cui gli osservatori OCSE hanno contestato la regolarità. Le pesanti ingerenze russe nella vita politica del paese hanno causato una battuta d’arresto  nel processo di avvicinamento all’Europa, comunque visto con favore dalla popolazione che certamente non nutre sentimenti di simpatia verso l’antico colonizzatore. A Salomé il difficile compito di gestire il delicato  equilibrio tra il sentimento popolare e la realpolitik verso l’ingombrante vicino.

La regione del Caucaso

Una storia di famiglia, infine.

In casa Zourabichvili e Carrère non accade dunque mai nulla di banale, tanto potentemente la storia del mondo da un secolo in qua vi fa irruzione. Pure vi si riproducono le dinamiche che segnano la vita familiare di tutti. Si ama, si litiga, si tradisce, si perdona e ci si ritrova. E ci si nutre a vicenda e ci si apre al nutrimento che viene dagli altri. Anche alla ricchezza spirituale di Padre Olympe, contadino siberiano riparato in Francia dove intraprende gli studi di teologia e, una vota ordinato, conquista la fiducia dei parrocchiani stracciandoli a una gara di vodka. «E domani alle otto vi voglio tutti a messa». Tutti presenti, più o meno sobri. O del parroco di Saint-Germain-des-Prés con cui Hélène ha stabilito un legame spirituale nei suoi ultimi tempi, facendosi promettere che l’avrebbe assistita nel suo ultimo viaggio. E così avviene. Quando è il momento rientra in due giorni dalla Corea. Un ecumenismo pragmatico di una donna che ha fatto del mondo la sua patria, amando con uguale intensità il suo paese d’origine e quello di adozione.
L’epilogo è un’immagine del padre di Emmanuel,  Louis Carrère d’Encausse. Pur rimanendo in secondo piano rispetto alle grandi vicende che hanno coinvolto la sua famiglia è stato un punto di riferimento e equilibrio degli affetti che l’hanno tenuta insieme. Lo vediamo in questo quadretto finale impegnato in una sorta di pellegrinaggio alla ricerca di un cippo romano nella boscaglia sopra Encausse, il suo paese d’origine in vista dei Pirenei. Da questo punto esatto sarebbe partito Pompeo Magno per la terza guerra mitridatica, durante la quale avrebbe sottomesso a Roma i territori dell’attuale Georgia nel 66 a.C. La chiusura di un cerchio a 2.000 anni di distanza, consacrata dall’amore per Hélène.
Longtemps je me suis couché de bonne heure….
(incipit della Recherche)