Emmanuel Lévinas: l’uomo, l’Europa, la pace
1984. Gemme dalla straordinaria lezione tenuta dallo studioso di fama mondiale nato in Lituania nel 1905 e morto il giorno di Natale del 1995 a Parigi. Un percorso affascinante, quello proposto; centrato sull’io in relazione quale condizione umana per vivere l’esperienza della pace. Pace intesa come amore. Un cammino di pensiero assai provocante e attualissimo per comprendere il drammatico presente che stiamo vivendo. Titolo della lezione: L’uomo religioso di fronte ai problemi dell’Europa e della pace per il Colloquio Internazionale “Identità culturale dell’Europa, le vie della pace”
3 ottobre 2025
Il mistero del soprappiù
di Emmanuel Lévinas
Il problema dell’Europa e della pace è chiaramente il problema posto dalla contraddizione della nostra coscienza di europei. È il problema della umanità dentro di noi, della centralità dell’Europa in cui forze vitali (quelle in cui è ancora attiva la perseveranza brutale degli esseri nel loro essere) sono ormai sedotte dalla pace, dalla pace preferita alla violenza e, ancor più chiaramente, dalla pace di una umanità la quale, europea dentro di noi, si è già orientata decisamente verso la saggezza greca in modo da raggiungere la pace umana a partire dal Vero. (…) Pace a partire dalla verità – meraviglie delle meraviglie – comanda gli uomini senza forzarli né combatterli, che li governa o li mette insieme senza per altro asservirli, verità che può convincere con discorsi, invece di vincere, e che controlla gli elementi ostili della natura mediante il calcolo e il saper – fare della tecnica. Pace a partire dallo Stato che potremmo dire è insieme di uomini che partecipano le stesse verità ideali.
Il modo fraterno di una prossimità altrui
(…) Ma la coscienza dell’Europeo è quindi una cattiva coscienza, a causa della contraddizione che la strazia nel tempo stesso della sua modernità, la quale è probabilmente quella dei bilanci ben definiti nella lucidità, quella della piena coscienza. Questa storia di una pace, di una libertà o di un benessere promesso a partire da una luce che un sapere universale proiettava su mondo e sulla società umana – e persino sui messaggi religiosi che cercavano una loro giustificazione nella verità del sapere – questa storia non si riconosce nei suoi millenni di lotte fratricide, politiche e sanguinose, nei suoi millenni di imperialismo, di disprezzo umano e di sfruttamento, fino a giungere al supremo paradosso per cui la difesa dell’uomo e dei suoi diritti si stravolge nello stalinismo.
(…) Ci si può domandare se non si debba concepire l’ideale stesso della verità – che nessun europeo saprebbe rifiutare – già in funzione di un’ideale di pace, il quale, più antico di quello del sapere, avrà solo ad aprirsi al richiamo della verità. Ci si può domandare se il sapere stesso e la politica che regge la storia non trovino la loro giusta collocazione se non quando rispondono già all’esigenza della pace e si lasciano guidare da questa esperienza. Ma la pace in tal caso non si può più ricondursi ad una semplice conferma dell’identità umana nella sua sostanzialità, alla sua libertà fatta di tranquillità, al riposo dell’essere che si percepisce autoconsistente nella sua identità dell’io. Non si tratterebbe più ormai della pace borghese dell’uomo che si chiude in casa propria e respinge colui che, in quanto esterno a lui, lo nega; non si tratterebbe più della pace conforme all’ideale dell’unità dell’Uno che una qualsiasi alterità può disturbare. (…) Bisogna domandarsi se la pace, invece di far riferimento all’assorbimento o alla sparizione dell’alterità, non sia forse invece proprio il modo fraterno di una prossimità altrui, la quale non sarebbe semplicemente la mancanza di una coincidenza con l’altro, ma assumerebbe il significato netto del soprappiù della socialità su ogni forma di solitudine, soprappiù di socialità e d’amore. Noi non pronunciamo alla leggera questo nome così sovente abusato.
L’unicità dell’amato
Pace come relazione con un’alterità irriducibile ad un genere comune, in cui, già in comunità logica, essa non sarebbe altro che alterità relativa. Pace quindi indipendente da qualsiasi appartenenza ad un sistema, irriducibile ad una totalità, come se fosse refrattaria ad una sintesi. (…) In questa pace troviamo il rapporto con l’altro inassimilabile, con l’altro irriducibile, con l’altro, unico. Solamente l’unico è irriducibile e assolutamente altro! Ma l’unicità dell’unico è l’unicità dell’amato. L’unicità dell’unico ha senso se lo è nell’amore. Da cui pace come amore. (…) Pace come relazione con l’altro nella sua alterità logicamente indistinguibile, nella sua alterità irriducibile all’identità logica di una differenza ultima che si aggiunga ad un genere. Pace come risveglio incessante verso questa alterità, questa unicità. Prossimità come assunzione impossibile della differenza, come definizione ed integrazioni impossibili. Prossimità come impossibile apparire. Ma prossimità! (…) Come surplus misterioso dell’amato. (…) La prossimità del prossimo – la pace della prossimità – è la responsabilità dell’io per un altro, l’impossibilità di lasciarlo solo di fronte al mistero della morte. Cosa che, concretamente, è l’assumere su di sé la possibilità di morire per l’altro. La pace con l’altro va fino a questo punto; qui risiede tutta la gravità dell’amore al prossimo; dell’amore senza concupiscenza. Pace dell’amore del prossimo, pace in cui non si tratta di confermarsi nella propria identità, come nella pace del riposo, ma si tratta invece di rimettere in discussione sempre questa stessa identità, la propria libertà illimitata, la propria potenza.
Ma l’ordine della verità e del sapere ha un ruolo da svolgere in questa pace della prossimità e nell’ordine etico che essa significa. In grande misura è l’ordine etico della prossimità umana che suscita o richiama quello dell’obiettività, della verità e del sapere. Cosa, questa, estremamente importante per il senso stesso dell’Europa: la sua eredità biblica implica la necessità di quella greca. L’Europa non è una semplice confluenza di due correnti culturali. Essa è la concretezza in cui la saggezza del teoretico e biblico formano più di una semplice convergenza.
La necessità di pensare insieme
Quel rapporto con l’altro e l’unico, che è la pace, richiede una ragione che tematizzi, sincronizzi e sintetizzi, che sia in grado di pensare un mondo e di riflettere sull’essere, concetti, questi, necessari alla pace degli uomini. La responsabilità verso l’altro uomo è nella sua immediatezza, sicuramente precedente a qualsiasi problema. Ma come può essa essere elemento d’obbligo se un terzo disturba questa esteriorità a due, in cui la mia soggezione di soggetto è soggezione nei confronti del prossimo?
Il terzo è diverso dal prossimo, ma è anche un altro prossimo ed è anche prossimo dell’altro e non semplicemente un suo simile. Cosa devo fare? Che cosa hanno già fatto loro uno all’altro? Chi dei due è prima dell’altro nella mia responsabilità? Chi sono dunque costoro, l’altro e il terzo, l’uno in rapporto all’altro? Qui sta il problema. Il problema della giustizia è il primo nel dominio intero – umano. Oramai bisogna saperlo, bisogna farsi una co – scienza. Al mio rapporto con l’unico e l’incomparabile si sovrappone il paragone e, secondo equità o uguaglianza, un peso, un pensiero, un calcolo, il confronto degli incomparabili e quindi, la mentalità – presenza o rappresentazione – dell’essere, la tematizzazione e la visibilità, del volto in qualche modo de – figurato come semplice individuazione di individuo; il peso dell’avere e degli scambi: la necessità di pensare insieme, alla luce di un tema sintetico, il multiplo e l’unità del mondo: e, di qui, promozione nel pensiero della intenzionalità e dell’intellegibilità del rapporto e del significato ultimo dell’essere; di qui, infine, l’importanza estrema nella molteplicità umana della struttura politica della società sottomessa alle leggi e quindi alle istituzioni nelle quali il per l’altro della soggettività – nella quale l’io – entra con la dignità del cittadino nella reciprocità perfetta delle leggi politiche essenzialmente ugualitarie o tenute a diventarlo.
Il fondamento della coscienza è la giustizia
(…) Non è irrilevante sapere – e questa è l’esperienza dell’Europa del XX secolo – se lo Stato egualitario e giusto in cui l’europeo trova compimento – Stato che si vuole instaurare e soprattutto conservare – proceda da una guerra contro tutti o dalla responsabilità irriducibile dell’uno per l’altro e se esso possa ignorare l’unicità del volto e l’amore. Non è irrilevante saperlo affinché la guerra non diventi instaurazione di una guerra in buona fede, in nome di necessità storiche.
La coscienza nasce come presenza del terzo nella prossimità dell’uno per l’altro e quindi nella misura in cui essa ne discende che essa può costituirsi in modo disinteressato. Il fondamento della coscienza è la giustizia e non viceversa: la obiettività riposa sulla giustizia. Alla stravagante generosità del per l’altro si sovrappone un ordine ragionevole, ancillare o angelico, della giustizia attraverso il sapere e la filosofia. In questa luce la filosofia è una misura portata all’infinito dell’essere per l’altro tipica della pace e della prossimità, e caratteristica della saggezza dell’amore.
Editing del testo a cura del Centro Culturale San Carlo (poi Centro Culturale di Milano) con la Associazione Italiana Centri Culturali nel 1984 per la Rivista SYNESIS (oggi @Archivio del CMC) in Atti del Colloquio Internazionale “Identità culturale dell’Europa, le vie della pace” convegno svoltosi a Torino dal 19 al 22 gennaio 1984 organizzato dal Comitato per la Pace del Comune di Torino, Comitato Amici della Polonia con la collaborazione del Centro Culturale Piergiorgio Frassati. Convegno introdotto da Rocco Buttiglione e concluso da don Francesco Ricci.