Fare spazio. Sul coraggio di essere mancanti

Essere sazi è una condizione che non aiuta. Così siamo dentro la logica del continuo accumulo. E questa ostinazione è umanamente improduttiva. Tradisce la struttura autentica del desiderio. Che, nella sua essenza, è apertura. Sempre desiderio di qualcosa che manca. Perché il desiderio non nasce dalla pienezza. Allora, la domanda che dovremmo porci, e che raramente ci poniamo davvero, non è “come posso ottenere di più?” ma piuttosto: “sono ancora capace di sentirmi mancante?”


27 marzo 2026
Nascita del desiderio
di Lorenzo Buggio

©Kovi Konowiecki, from The Hawks Come Up Before the Sun 2_kovikonowiecki_hawks

Immaginate una ciotola vuota. Non è un’immagine difficile, anzi è quasi fastidiosamente semplice. Eppure, proprio nella sua semplicità, custodisce qualcosa che la nostra epoca fatica, o forse rifiuta, di guardare in faccia. La ciotola è lì, vuota. E quella vacuità non è un difetto, non è qualcosa da correggere d’urgenza. È, al contrario, la condizione di ogni possibilità. Aggiungete una biglia, poi un’altra, poi un’altra ancora. Piano piano lo spazio si riduce, la ciotola si popola, fino al punto in cui ogni ulteriore aggiunta diventa impossibile, o violenta. Volete ancora aggiungere qualcosa? Dovrete prima togliere. Dovrete, cioè, fare i conti con la necessità della perdita.
Questo piccolo esperimento mentale, quasi infantile nella sua immediatezza, è in realtà una delle rappresentazioni più oneste di ciò che accade nella nostra vita psichica. E lo è in un senso preciso, che vale la pena svolgere con attenzione, senza fretta, resistendo all’impulso, così contemporaneo, di arrivare subito alla conclusione. Il desiderio nasce dalla mancanza, non dalla pienezza. Questa non è una consolazione. È una struttura. Lacan lo ripeteva con quella ostinazione tutta sua: il desiderio è sempre desiderio di qualcosa che manca, non perché siamo esseri difettosi o condannati all’infelicità, ma perché il desiderio è, nella sua essenza, apertura. E l’apertura presuppone che esista uno spazio, un vuoto, un margine in cui qualcosa di nuovo possa insediarsi. Si desidera ciò che non si ha. Non ciò di cui si è già colmi. La domanda che dovremmo allora porci, e che raramente ci poniamo davvero, non è “come posso ottenere di più?” ma piuttosto: “sono ancora capace di sentirmi mancante?“.

Consumo senza appetito

Nello studio psicologico questa domanda emerge spesso in modo obliquo, travestita da altra cosa. C’è chi arriva lamentando una stanchezza inspiegabile, chi descrive un torpore nel desiderio, chi dice di avere tutto; eppure, di non sentire nulla.
Non è cinismo, non è ingratitudine. È, più precisamente, il sintomo di una saturazione. Come la ciotola troppo piena, anche la psiche, quando non riesce più a tollerare il vuoto, quando ogni lacuna viene immediatamente colmata, ogni silenzio riempito, ogni assenza tappata, perde la sua capacità generativa. Perde, cioè, la sua capacità di desiderare. E senza desiderio, che cosa resta? L’abitudine. La ripetizione compulsiva. Il consumo senza appetito.

Abitare l’insoddisfazione

Viene in mente l’Ecclesiaste, uno dei testi più antichi e più lucidi che l’umanità abbia prodotto sul tema della sazietà: “L’occhio non è mai sazio di vedere, né l’orecchio è mai pago di udire.” Non è un lamento. È una diagnosi.
L’insoddisfazione non è il segno che qualcosa non va in noi, è il segno che siamo vivi, che il desiderio è ancora in moto. Il problema nasce quando, invece di abitare questa insoddisfazione e ascoltarla, la trattiamo come un guasto da riparare, un vuoto da tappare nel minor tempo possibile.
Siamo una generazione caratterizzata dal “troppo”. Troppo piena, troppo veloce, troppo connessa, troppo esposta. L’eccesso non riguarda soltanto le cose materiali, gli oggetti, le notifiche, le informazioni che si accumulano come sedimenti senza essere mai davvero assorbite. Riguarda anche le relazioni, le esperienze, i progetti. Tutto viene sommato, sovrapposto, accumulato in strati. Ma i sedimenti non parlano tra loro. Restano lì, uno sopra l’altro, senza che tra di essi si apra mai il respiro necessario all’elaborazione, alla trasformazione. Pensiamo a come iniziamo una nuova relazione senza aver mai davvero concluso quella precedente, non formalmente, ma interiormente. Pensiamo a quante volte inseguiamo un nuovo progetto mentre la mente è ancora ancorata altrove, incapace di lasciare andare ciò che è stato. Ogni nuovo inizio porta con sé il peso di ciò che non è stato metabolizzato, di ciò che non è stato lasciato andare.

Il vuoto non è un nemico, ma…

Italo Calvino, nelle Lezioni americane, parlava del valore della leggerezza non come superficialità ma come capacità di togliere peso, di sottrarre. Togliere peso alla struttura del racconto, scriveva, e a questa indicazione quasi artigianale si può dare una lettura più ampia: togliere peso all’esistenza non significa impoverirla, significa renderla capace di muoversi, di sorprendersi, di desiderare ancora. La leggerezza, in questo senso, è una pratica interiore prima che estetica. È la disponibilità a fare spazio.

Pensate a una pianta giovane. Può crescere in un piccolo vaso, certo. Ma a un certo punto il vaso diventa una prigione. Le radici cercano spazio, e se quello spazio non viene concesso, la pianta smette di crescere, o cresce storta, o muore. Nessuno direbbe che il problema è la pianta. Il problema è il contenitore che non si è saputo allargare. La nostra difficoltà, oggi, non è tanto quella di non sapere cosa vogliamo. È quella di non riuscire a sopportare di non saperlo. Di non riuscire a stare nel vuoto abbastanza a lungo da permettere che qualcosa di nuovo, di autentico, possa emergere da esso. Il vuoto spaventa. Lo abbiamo trasformato nel nemico, nel segno del fallimento, nella condizione da combattere con ogni mezzo disponibile. Eppure, il vuoto è la condizione del desiderio. È lo spazio in cui la vita prende slancio.

Mary Ellen Bartley Large White Bottle and Shadow, 2022 stampa d’archivio a pigmento – da Francesca Calzà ARTU febbraio 2024

È nella domanda che sono vivo per davvero

C’è una differenza, sottile ma decisiva, tra il desiderare sempre di più e il permettersi di desiderare davvero. Il primo è un movimento compulsivo, orizzontale, che scivola rapidamente da un oggetto all’altro senza mai fermarsi, senza mai scavare. Il secondo è un movimento verticale, che richiede radici. E le radici, si sa, hanno bisogno di terra, non di cemento. Dostoevskij, in Memorie dal Sottosuolo, metteva in bocca al suo protagonista una riflessione che brucia ancora oggi: l’uomo non vuole soltanto il benessere, vuole anche la possibilità di scegliere il proprio dolore, di affermare la propria mancanza contro ogni logica di ottimizzazione. È un paradosso, certo. Ma è un paradosso che dice qualcosa di vero sulla struttura del desiderio umano: esso non si lascia mai ridurre a un calcolo, perché nasce sempre da un’eccedenza che nessun riempimento riesce a colmare del tutto.
Permettersi di essere mancanti non significa rassegnarsi alla scarsità, né coltivare una morbosa nostalgia per ciò che non si è. Significa riconoscere che la mancanza è il luogo in cui il soggetto si muove, si interroga, si trasforma. È nella lacuna, non nella pienezza, che nasce la domanda. Ed è nella domanda che comincia, ogni volta, qualcosa di vivo. Forse, allora, il compito più difficile e più necessario che questa epoca ci pone non è quello di acquisire, ma quello di svuotare. Non di aggiungere, ma di fare spazio. Non di riempire ogni silenzio, ma di imparare a sostare in esso abbastanza a lungo da sentire cosa ci chiede.
La ciotola vuota non è un fallimento. È un invito. Che cosa succederebbe se cominciassimo a trattare il vuoto non come qualcosa da colmare, ma come qualcosa da custodire?