Gli 80 anni di Mediobanca: il doppio volto della finanza italiana
La finanza che conta è transitata nelle austere stanze di quello che veniva considerato il vero gioiello del nostro sistema bancario. Ora quella storia – nata grazie a due figure del calibro di Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia – caratterizzata da luci ed ombre, è finita. Arrivata al capolinea proprio nell’anno del suo rotondo anniversario perché passata sotto il controllo di Monte dei Paschi di Siena. Apriamo il suo avventuroso e misterioso libro ripercorrendone alcuni capitoli fondamentali. E assai istruttivi…
24 aprile 2026
Salotto buono o camera oscura
di Gianfranco Fabi
Dopo 80 anni di onorato servizio Mediobanca è arrivata al capolinea. Con un’operazione altrettanto coraggiosa quanto temeraria il Monte dei Paschi di Siena ha completato l’acquisizione dell’Istituto attraverso un’Offerta pubblica lanciata nel 2025, raccogliendo oltre l’80% del capitale e quindi decidendo la fusione per incorporazione e l’annullamento dalla quotazione in Borsa.
La banca toscana, considerata fino a qualche mese fa come un esempio di mala gestione legata alla politica, è così riuscita non solo a spezzare il legame con lo Stato, ma anche a conquistare quello che era considerato un gioiello nel sistema bancario.
La banca d’affari delle grandi famiglie
La fondazione dell’Istituto da parte di Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia il 10 aprile del 1946, in un’Italia alla ricerca di una nuova strada dopo le distruzioni della guerra e le macerie istituzionali del fascismo, rispondeva a un’esigenza precisa: creare un ponte tra il risparmio e gli investimenti, colmando un vuoto strutturale per il finanziamento delle imprese. Il primo nome, infatti, fu quello di Banca di Credito Finanziario, ma in poco tempo prevalse la formula abbreviata che divenne ufficiale nel 1959.
Raffaele Mattioli era l’amministratore delegato della Banca commerciale italiana, una delle tre banche pubbliche definite a quell’epoca “di interesse nazionale”. Era un banchiere illuminista, grande uomo di cultura, una personalità che considerava la finanza uno strumento al servizio del benessere collettivo. Di formazione prettamente laica aveva tuttavia una grande attenzione verso il mondo cattolico anche perché, pragmaticamente, a quell’epoca i centri di potere politico facevano capo soprattutto alla Democrazia cristiana.
Enrico Cuccia era nato a Roma nel 1907 da una famiglia della borghesia palermitana trasferitasi nella capitale con solidi agganci nell’establishment siciliano. Sposerà Idea socialista, figlia di Alberto Beneduce. Stretto collaboratore di Mattioli come condirettore centrale per l’export della stessa Comit, cercò sempre di far prevalere la sua visione di efficienza finanziaria nutrendo una forte diffidenza verso un sistema politico che non riscuoteva certo la sua simpatia. Per il suo rigore morale e l’immagine quasi ascetica è stato giudicato un “giansenista”, ma chi l’ha conosciuto può testimoniare che nel breve percorso a piedi che ogni mattina faceva per andare in ufficio si fermava in chiesa alla messa delle 8.
Cuccia è considerato, giustamente, il vero deus ex machina di Mediobanca, colui che ha fatto crescere un istituto diventato negli anni un crocevia fondamentale per tutta l’economia italiana, il luogo dove non potevano non passare tutti le maggiori vicende finanziarie del Paese. Dall’ottobre del 49, quando fu indicato come direttore generale e amministratore delegato, fino alla sua morte da presidente onorario nel giugno del 2000, Cuccia ha svolto il suo lavoro (o “tessuto le sue trame” come dicono i critici) nel suo piccolo ufficio di via Filodrammatici (entrando da un piccolo slargo ribattezzato dopo la sua morte Piazzetta Cuccia), sul retro della Scala quasi come un direttore d’orchestra che invece dei violini fa suonare quei pacchetti di azioni, quelle partecipazioni al capitale delle società che, secondo la sua definizione, “non si contano, ma si pesano”.
Sì perché Cuccia è stato il protettore delle grandi famiglie, dagli Agnelli, ai Pirelli, dagli Olivetti ai De Benedetti, aggiungendo di volta in volta ai tradizionali strumenti di raccolta di capitali, come l’emissione di obbligazioni, anche forme evolute di ingegneria finanziaria facendo da traino ad una innovazione normativa che ha visto comunque l’Italia sempre in ritardo rispetto agli altri paesi.
Ecco quindi la promozione delle quotazioni in Borsa, l’offerta delle azioni privilegiate e di risparmio, l’avvio delle prime forme di fondi di investimento in una logica che cercò sempre di affiancare alla dimensione finanziaria anche le competenze di strategia economica e industriale. Una banca d’affari costretta a muoversi in ambiente che venne definito “Capitalismo senza capitali” da Luciano Barca, economista e dirigente del Pci, in un libro in cui sottolineava come le grandi imprese fossero controllate con partecipazioni incrociate e con poco capitale di rischio, con banche pubbliche che finanziavano tutto, e una Borsa praticamente inesistente.
Una fusione emblematica
In questo scenario Cuccia si è sempre mosso come protagonista nascosto. In via Filodrammatici non c’era nemmeno una targa per la sede dell’Istituto: “meglio essere che apparire” fu il suo commento a chi gli chiedeva il perché.
Poche parole perché si è sempre rifiutato di concedere interviste. Una delle operazioni emblematiche della strategia di Cuccia è stata a metà degli anni ’60 la fusione tra Edison, ricca dei risarcimenti pagati dallo Stato per la nazionalizzazione dell’industria elettrica, e Montecatini, un gruppo chimico con grande bisogno di capitali per sviluppare l’innovazione. L’ingegneria finanziaria si mise a fianco della diplomazia industriale per creare un campione nazionale. Un’impresa riuscita fino al momento in cui gli intrecci politici e i giochi di potere alla fine degli anni ‘80 non hanno portato alla creazione della joint venture con l’Eni chiamata Enimont che venne presto coinvolta nella tempesta di Tangentopoli. Una storia drammatica culminata nei suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari e nello smembramento della società con la mediazione, anche questa volta, di Mediobanca che ha cercato di ridurre al minimo gli effetti collaterali delle velleitarie scelte industriali.
Questa vicenda ha segnato in pratica la decadenza della grande chimica italiana, uno dei tre settori, insieme all’informatica e al nucleare, in cui l’Italia aveva posizioni di assoluto prestigio nella ricerca e nello sviluppo industriale (basti pensare al Nobel a Giulio Natta) e che invece per cause diverse hanno conosciuto solo un rapido declino.
Il caso Olivetti
Se per il nucleare fu il disastro di Chernobyl e i successivi referendum a chiudere le porte allo sviluppo del settore, per l’informatica una parte di responsabilità va attribuita proprio a Mediobanca. L’Istituto di Cuccia aveva già affiancato negli anni ’50 l’Olivetti nelle operazioni di consolidamento finanziario in un periodo di forte crescita e di ampio prestigio soprattutto con le macchine da scrivere e le calcolatrici. La società di Ivrea, guidata da Adriano Olivetti, aveva iniziato anche a sviluppare il settore informatico realizzando i primi elaboratori elettronici (il primo, l’Elea 9003, fu completato nel 1958, in anticipo rispetto alla Ibm), un settore che tuttavia aveva bisogno di forti investimenti nella ricerca, investimenti indispensabili perché il core business, basato sulla meccanica, della società era destinato inevitabilmente al declino.
La morte improvvisa e prematura di Adriano nel 1960 rese la società priva di una guida carismatica in un momento di grande transizione. Venne chiesto l’aiuto di Mediobanca che costituì un “Gruppo di intervento” che comprendeva la Fiat, l’Imi, la Pirelli e La Centrale. Venne varato un piano di risanamento finanziario che soprattutto per pressione della Fiat e, sembra, del Governo americano, comprendeva la cessione alla General Electric di tutta la parte informatica.
Una decisione motivata da evidenti esigenze finanziarie, ma che tolse all’Olivetti una gamba essenziale per il proprio sviluppo come hanno dimostrato gli anni successivi che hanno visto la decadenza di una società che era stata, tra l’altro, nel Dopoguerra un esempio di fabbrica umanista con una grande apertura sociale. Ad Adriano Olivetti è rimasto il simbolo di imprenditore illuminato.
Un bilancio poco lusinghiero
Tra le innumerevoli operazioni finanziarie realizzate da Mediobanca un posto di rilievo spetta al salvataggio del gruppo Rizzoli-Corriere della sera che era finito nei gorghi dello scandalo della P2, così come il contrasto ai tentativi di Michele Sindona di conquistare posizioni di potere.
E dopo 80 anni ci si può allora chiedere: Mediobanca è stato un salotto buono dove l’ingegneria finanziaria di Cuccia aiutava la borghesia a mantenere il controllo e a sviluppare le proprie imprese? Oppure è stata una camera segreta dove mettere a punto sofisticate e opache operazioni per difendere il capitalismo dalle sue stesse crisi?
Il bilancio di 80 anni del sistema economico e finanziario italiano non è lusinghiero. Le grandi imprese sono sparite o sono state conquistate dall’estero; i mercati finanziari si sono sviluppati, ma il capitale di rischio resta ancora ai margini; la Borsa manca di attrattività; le imprese più dinamiche sono sempre e solo quelle piccole e medie. Colpa di Mediobanca? Solo in piccola parte. Senza Mediobanca sarebbe stato peggio.