Golfo in fiamme: tutti i rebus di una guerra fuori controllo
Passano i giorni e il quadro d’insieme nell’area coinvolta dal conflitto scatenato dall’offensiva israeliana e americana all’Iran si fa sempre più ingarbugliato. Certezze su quando e come andrà a finire non ve ne sono. Le ore passano fra bombardamenti, dichiarazioni ardite, contraddizioni. Israele sembra essere la più motivata. Gli Usa si ritrovano in un vicolo cieco a leggere in filigrana le voci interne all’amministrazione. L’Iran sotto le bombe, comunque ancora capace di reazione militare, ha i suoi gravi problemi con il protagonismo aggressivo dei Guardiani della Rivoluzione sempre più cuore effettivo del potere. Analisi a tutto campo mentre la situazione pare proprio essere sfuggita di mano
13 marzo 2026
Conflitto d’interessi
di Claudio Fontana*
La guerra scatenata il 28 febbraio dall’attacco israeliano e americano all’Iran appare sempre più fuori controllo, nonostante nelle dichiarazioni di lunedì sera il presidente americano Donald Trump abbia lasciato intendere che la fine delle ostilità potrebbe essere vicina.
Dalle minacce ai fatti
Che il conflitto sia già sfuggito di mano è testimoniato dal fatto che domenica mattina a Teheran sembrava non essere sorto il sole a causa dei bombardamenti israeliani sui depositi di petrolio (peraltro criticati persino da un falco come il senatore americano Lindsey Graham), o che gli americani abbiano subito colpito una scuola elementare, uccidendo più di 175 persone – una responsabilità confermata dagli americani stessi, nonostante i timidi tentativi di scaricare la colpa sugli iraniani. Dall’altro lato – come vedremo – gli iraniani non si sono certo risparmiati. Le preoccupazioni sono amplificate dal fatto che il sistema internazionale si è completamente avviluppato su se stesso, facendosi beffa delle regole che si era dato dopo il 1945, liquidate come inutili strumenti retorici che servono solo a nascondere gli interessi dei più forti. Meglio allora infischiarsene apertamente, dicono.
Tuttavia, come ha correttamente notato Eskandar Sadeghi-Boroujerdi sul sito della London Review of Books, questa volta non c’è stato alcun tentativo retorico di convincere l’opinione internazionale e il Congresso americano della necessità di agire: è bastato ventilare una minaccia imminente e promettere che la Repubblica Islamica sarebbe rapidamente crollata per passare dalle parole ai fatti. Da questo punto di vista il contrasto con la guerra in Iraq del 2003 è notevole: quanto era stato faticoso fabbricare una scusa sufficientemente elaborata per giustificare l’invasione del Paese. Certo, poi l’Iraq è stato comunque invaso e la giustificazione venne infine trovata. Ma c’era un costo che anche l’unica superpotenza mondiale doveva sostenere prima di permettersi di usare illegalmente la forza. Oggi quel costo è azzerato e questo rende il ricorso alle armi tragicamente più frequente.
Marco Rubio: obiettivi limitati
Ulteriore confusione deriva dal fatto che gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza avere un preciso obiettivo politico. O meglio, avendone troppi, intercambiabili a seconda dell’umore del presidente e dei membri della sua amministrazione. Il presidente americano Donald Trump ha iniziato parlando della necessità di un cambio di regime, per poi “accontentarsi” dell’azzeramento del programma missilistico di Teheran, di quello nucleare (che stando alle sue parole era già stato “obliterato” nella guerra dei dodici giorni), alla distruzione della marina militare iraniana.
I continui richiami iniziali alla sollevazione popolare contro la Repubblica Islamica andavano nella direzione del cambio di regime, così come la decapitazione della leadership con l’uccisione di Ali Khamenei e di molti esponenti del suo entourage. Questa settimana il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato invece che gli obiettivi sono ben più limitati. Sullo sfondo, poi, c’è sempre il controllo del petrolio, non solo in termini dei flussi che attraversano lo Stretto di Hormuz ma anche delle vaste risorse iraniane. Il presidente americano continua intanto a rilasciare dichiarazioni ondivaghe, in contrasto con la sua stessa amministrazione: lunedì sera, ad esempio, ha affermato che la guerra si avvia al termine, mentre il segretario alla Guerra Pete Heghseth ha detto che è solo all’inizio. Incalzato, su quale delle due affermazioni fosse corretta, la risposta è stata semplicemente “entrambe”.
Non sappiamo, dunque, cosa attenderci dagli Stati Uniti. Più coerente, invece, la posizione israeliana, con Benyamin Netanyahu fermamente intenzionato a distruggere la Repubblica Islamica, pur consapevole – immaginiamo – del fatto che non vi sia nessuna forza politica alternativa pronta a prendere il potere al posto del clero e soprattutto dei Guardiani della Rivoluzione. Il punto fondamentale in questa situazione è che i due Paesi che hanno attaccato l’Iran sembrano averlo fatto con due obiettivi distinti: il cambio di regime o il caos per Israele, la riduzione della potenziale minaccia iraniana per gli Stati Uniti.
Una pericolosa estensione geografica
Un elemento piuttosto evidente del fatto che la guerra sia fuori controllo ha a che vedere anche con la sua estensione geografica. Dopo solo una settimana i Paesi coinvolti sono Iran, Stati Uniti, Israele, Libano, Giordania, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Turchia, Cipro e Azerbaijan. Una nave iraniana, poi, è stata affondata a 3000 km di distanza dal principale teatro di guerra, al largo dello Sri Lanka. Mai dopo il 1945 una guerra aveva raggiunto una simile estensione geografica, per di più in un momento storico in cui il mondo è scosso da altri, simultanei conflitti (basti pensare al Sudan, all’Ucraina, al Pakistan e all’Afghanistan). Il rischio inoltre è che alla contesa si uniscano anche gli Houthi yemeniti, fino ad ora prudenti.
Qualora questi ultimi si buttassero nella mischia, si rischierebbe di vanificare i tentativi di sbloccare lo Stretto di Hormuz, tornando a impedire il transito attraverso quello di Bab el-Mandeb e lungo il Mar Rosso verso il canale di Suez. Se a questo aggiungiamo il ruolo svolto da Cina e Russia nel fornire sostegno informativo all’Iran il numero di Paesi coinvolti in questa guerra a sole due settimane dal suo avvio sfiorerebbe i venti.
Iran: colpire al cuore le grandi capitali dell’area
Sono anche gli obiettivi delle operazioni militari a essere costantemente allargati: non solo nel primo giorno di guerra è stata colpita la scuola di Minab dove hanno perso la vita almeno 175 persone, ma poi ci si è spostati ad attaccare le infrastrutture civili, come quelle petrolifere che costituiscono la linfa vitale dei sistemi economici dei Paesi coinvolti. Sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno colpito strutture di desalinizzazione cruciali in un’area geografica avara di acqua dolce.
Qualora questa diventasse la prassi, le grandi capitali del Golfo come Riyad, Doha e Abu Dhabi non potrebbero sostenere la presenza di milioni di cittadini. L’obiettivo della risposta iraniana è proprio colpire il modello economico dei Paesi arabi del Golfo: in questo senso gli attacchi a famose zone turistiche di Dubai costituiscono una minaccia esistenziale anche per gli Emirati Arabi Uniti.
Nonostante finora stiano riuscendo a difendersi in maniera egregia, per questi Paesi la sfida è soprattutto di lungo periodo: non solo sarà molto complicato, anche a guerra finita, trovare un nuovo modus vivendi con l’Iran, ma immagini come quelle dei bombardamenti inflitti al Burj al-Arab e all’hotel Fairmont sulle isole artificiali di Palm Jumeirah rimarranno probabilmente a lungo nella mente di turisti in cerca del lusso sfrenato e uomini d’affari alla ricerca di luoghi sicuri per i propri capitali. La campagna mediatica messa in atto da influencer residenti nel Golfo che soprattutto ad Abu Dhabi e Dubai parlano di quanto si sentano sicuri anche sotto le bombe è in realtà sintomo della gravità della situazione.
Le difficoltà del clero sciita
Ulteriore incertezza deriva dagli sviluppi politici interni all’Iran. L’elezione di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema è seguita a un conflitto piuttosto esplicito tra le diverse anime della Repubblica Islamica, con il clero sciita “tradizionale” che ha visto declinare la sua influenza in favore degli apparati militari-economici collegati ai Guardiani della Rivoluzione. Mentre Trump sembra lasciar intendere di voler chiudere la guerra in tempi piuttosto rapidi, il calcolo iraniano è radicalmente differente: gli esponenti della Repubblica Islamica sanno che per poter dichiarare vittoria è sufficiente che il regime, per quanto indebolito, sopravviva. Per sopravvivere la strategia iraniana punta a massimizzare i danni inflitti agli alleati degli Stati Uniti e all’economia globale. Gli iraniani hanno dimostrato di saper sopportare i danni inflitti dagli israeliani e dagli americani probabilmente in misura maggiore delle controparti e fanno affidamento sulle pressioni degli alleati nei confronti di Trump, oltreché sul suo appetito per vittorie rapide ed eclatanti, per convincere Washington a concludere la guerra con un accordo più favorevole a Teheran.
Il rischio è proprio questo: trovarsi nel prossimo futuro a fare ancora i conti con la Repubblica Islamica, ma in una forma ulteriormente radicalizzata e indurita dall’essere sopravvissuta a una guerra contro una superpotenza globale (gli USA) e una regionale (Israele). Senza dimenticare un elemento fondamentale: il più grande argine alla militarizzazione del programma nucleare iraniano era proprio Khamenei padre. La scommessa iraniana è che il tempo sia dalla parte di Teheran.
*Articolo aggiornato al 10 marzo 2026