Habermas e Ratzinger: la verità e la politica

Pochi giorni fa, il 14 marzo, è morto il filosofo tedesco Jurgen Habermas. Aveva 96 anni. Di lui si ricorda, oltre ai suoi studi, il rapporto di stima reciproca con Joseph Ratizinger. In un incontro pubblico del 2004 il filosofo laico ma non laicista e il teologo dialogarono su temi sensibili e politici – la guerra, i fondamentalismi, l’Europa, la responsabilità personale, l’etica, i diritti – a partire dal rapporto che intercorre tra la fede e la ragione. Tornare ai contenuti di quella conversazione, in questo presente in cui ci si esime dall’ascolto e dal rinvenire punti di bene comune, è un’occasione concreta di conoscere un modo autentico di ragionare. Una presa di distanza umana e culturale dalla logica della prevaricazione. E dell’arruolamento nichilista in eserciti brutali 


27 marzo 2026
Editoriale

Ora che l’impegno per il confronto aperto, schietto, originale, costruttivo gode di pessima salute, oltremisura ingolfato dalle guerre, vale la pena ricordare quanto è accaduto il 19 gennaio 2004, a Monaco, alla Katholische Akademie in Bayern. Quel luogo ospitò un dialogo fecondo tra il filosofo Jurgen Habermas – morto il 14 marzo all’età di 96 anni – e il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Fede e che, poco più di un anno dopo, salirà al soglio pontificio come Benedetto XVI. Il contenuto dell’incontro è diventato poi un libro che, nell’edizione italiana per Marsilio, è intitolato Ragione e fede in dialogo.

Dentro ai temi più urgenti

Due delle più affascinanti personalità della cultura internazionale entravano nel merito di temi ancora oggi di stringente attualità, indagandoli avendo come radice sorgiva e provocante alla vita il rapporto fra fede e ragione. Teniamo conto che la conversazione avveniva in un mondo infuocato dall’aggressività nichilista del fondamentalismo islamico, dal programma neocon della democrazia da esportare (vedi guerra in Iraq), dalle fragilità di senso dell’Occidente e da un’Europa disorientata in latenza di protagonismo responsabile.
L’evidenza della reciproca stima ha potuto far dire ad Habermas che «confrontarsi con temi attuali, quali la riforma dello Stato sociale, la politica dell’immigrazione, la guerra in Iraq, l’abolizione dell’obbligo di leva, non significa solo trattare singole strategie politiche: si tratta di temi che implicano, invece, l’interpretazione controversa di principi costituzionali e, quindi, ne va del modo in cui vogliamo comprenderci alla luce delle molteplicità delle nostre maniere di vita e del pluralismo delle nostre visioni del mondo e delle nostre convinzioni religiose».
Il filosofo tedesco riconosceva alla religione il fatto di essere un indicatore sano di sensibilità umana e questo fattore positivo poteva essere una risposta ragionevole alle più diverse forme di deriva patologica che stavano trovando terreno fertile nei fondamentalismi religiosi così come nel laicismo dogmatico.
Ratzinger condivideva e rilanciava: «In merito al terrorismo, per esempio, sono in forte accordo con quanto ha esposto Habermas su una società “postsecolare”, sulla disponibilità ad apprendere e sull’autolimitazione da entrambi i lati. Noi avevamo visto che vi sono nella religione delle patologie estremamente pericolose… Ma allo stesso tempo vi sono anche patologie della ragione, una hýbris della ragione, che non è meno pericolosa… Io parlerei quindi di una necessaria correlatività tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca purificazione al mutuo risanamento, e che hanno bisogno l’una dell’altra».

Assemblea costituente- Foto Archivio Luce

Il post – secolarismo come occasione

In quell’occasione, troppo frettolosamente messa da parte e dunque non approfondita, discussero di Europa e si trovarono d’accordo nel difendere il modello di democrazia liberale. Li preoccupava, invece, l’avanzata impetuosa di visioni tecnocratiche insieme alla riduzione della società civile a puro mercato di interessi. La religione, proprio su questo crinale assai insidioso, poteva compiutamente intervenire nella sfera pubblica ricordando la centralità della persona e quindi i diritti fondamentali che mai devono essere violati per ragioni ideologiche, in primis l’educazione, la libertà religiosa e d’espressione, la giustizia sociale.
Il filosofo laico e il cardinale cattolico avvertivano l’insidia dei populismi e del crescere delle tensioni come esito del proliferare di regressioni irrazionali. Tuttavia, l’epoca del post – secolarismo, a loro convinzione, poteva rappresentare l’occasione propizia e illuminante, di una ripresa della responsabilità personale.
Un lavoro quotidiano di riscoperta della verità di sé (per Habermas, come gli riconosceva Ratzinger, il tema della verità non si poteva evadere) vissuto come quel processo di apprendimento continuo che vede l’uomo protagonista di relazioni creative.

Jurgen Habermas e Joseph Ratzinger – 19 gennaio 2004 a Monaco alla Katholische Akademie in Bayern

Benedetto XVI vittima dell’intolleranza integralista (laicista)

E così quel dialogo, ripreso in considerazione oggi, aiuta a mantener viva la speranza che si possa superare questa dolorosissima stagione segnata da conflitti e polarizzazioni. Mentre i luoghi del quotidiano diventano per lo più disumane palestre di arruolamento, Habermas e Ratzinger indicavano la strada del metodo dell’incontro che rimane una sfida aperta alla logica della contrapposizione e sempre ostile. La stessa di cui fu vittima Benedetto XVI quando gli venne impedito di parlare all’Università La Sapienza di Roma il 17 gennaio 2008. L’intolleranza integralista di matrice laicista in un luogo di conoscenza. Alla ragione che ragiona, un ossimoro di realtà.  Il testo del suo discorso fu reso pubblico. E in quei fogli si possono ritrovare diversi argomenti che caratterizzarono il dialogo fra Habermas e Ratzinger.