Herta Muller: la debolezza dell’Europa mette in pericolo la democrazia
La voce di un premio Nobel per la Letteratura in un libro di straordinaria attualità: Una mosca attraversa mezza foresta. Storie di regime, esilio e libertà (Feltrinelli). Una donna che ha vissuta sotto la dittatura del regime della Romania comunista di Ceausescu. E che, in questo testo, ne racconta tutta la terribile drammaticità. Esiliata in Germana, continua a scrivere romanzi e saggi. Nei quali si respira la domanda di libertà e si vede un’Europa debole, distratta, incapace di cogliere il rischio assai concreto di un ritorno a forme di governo autoritarie. Se non si fanno i conti con le dittature di ieri può essere complicato tenersene alla larga oggi
13 febbraio 2026
La tentazione dei regimi
di Enzo Manes
L’inviolabilità della dignità dell’essere umano è un tema sempre più svuotato di significato. Oggi viene calpestata un po’ ovunque.
Quando va bene è un concetto astratto, lo si ricorda appena per tirarsi su il morale. Il premio Nobel per la Letteratura del 2009, la rumena Herta Muller, di questo ne ha scritto, con una lingua ricca, autentica, anche poetica in romanzi, saggi e articoli. Lei che ha vissuto sulla propria pelle il tentativo del regime comunista di Bucarest di violare quella inviolabilità. Di calpestare la dignità dell’essere umano per perseguire e continuamente alimentare i propri scopi. Adesso, in libreria, è arrivata una raccolta di suoi interventi pubblici, preziosi, che confermano la verità della sua voce cristallina. Il libro si intitola Una mosca attraversa mezza foresta. Storie di regime, esilio e libertà (Feltrinelli).
La ragione sepolta da detriti di parole
Nella Romania comunista del dittatore Ceausescu non era lecito pensare.
Il pensiero doveva appartenere solo al regime e il popolo doveva pensarla come il regime. Il dominio delle coscienze era il programma che scandiva il tempo e occupava lo spazio della quotidianità in quel Paese dell’est europeo.
Il pensiero di Ceausescu era dottrina che impregnava tutto. Scrive Herta Muller: «I discorsi di Ceausescu riempivano due e a volte anche tre pagine intere di giornale. Un brulichio di lettere stampate piccolissime, servivano due o tre ore per leggerli. Siccome tutto era noto serviva più tempo che per leggere qualsiasi testo contenente pensieri inattesi. E ci si stancava più in fretta che alle assemblee. Una stanchezza così vuota non accade di provarla in altre occasioni. Come dopo un’assemblea, dopo averli letti non si sarebbe stati in grado di dire quale ne fosse il contenuto. Non c’era, e nemmeno una lingua, se non nelle poche frasi che annunciavano una punizione per qualcosa che il giorno prima non era ancora punibile. Solo i divieti si lasciavano ripetere con parole proprie. Bisognava memorizzarli. E sotto il nulla riempito per pagine e pagine la ragione doveva avvertire l’impotenza, e sentirla sepolta dai detriti di parole che non dovevano dare di sé una spiegazione».
L’inevitabilità dell’esilio
Sotto i regimi dittatoriali il privato non esiste più. Herta Muller ha fatto esperienza di questa invasività. Il regime spia e necessita di spie che facciano il suo gioco. Sporco.
A lei è successo di essere raggiunta dall’invito (si fa per dire) a diventare un’informatrice della polizia segreta quando, dopo gli studi in letteratura aveva trovato un posto di lavoro come traduttrice in un’azienda.
Il regime doveva controllare tutto, sapere tutto di qualsiasi individuo perché qualcuno che pretendeva di pensare con la propria testa c’era di sicuro e prima che facesse danni andava scoperto e annientato. Herta Muller si rifiutò di fare la spia e così perse il lavoro. Da allora per le autorità rumene iniziò a divenire un problema. Dapprincipio piccolo poi sempre più vistoso. La giovane donna scoprì l’impossibilità a trovare un lavoro continuativo, soldi non ne aveva, vivere quella condizione di assoluta precarietà generava angoscia e paura.
Costruire qualcosa per sé, in quei momenti, era un pensiero sbagliato. Però lei non lo aveva messo da parte. Perché sbagliato per il regime, per lei vitale, soffio di vita. Iniziò a scrivere racconti, ovviamente censurati.
Ormai Muller criticava apertamente il regime, una mossa coraggiosa di domanda di libertà che Bucarest non poteva accettare. Nel 1987 fu costretta ad espatriare. La parola esatta è esilio. Andò in Germania, terra di cui conosceva la lingua essendo nata nel 1953 in un villaggio del Banato rumeno, lembo di terra di lingua tedesca al confine tra Serbia, Romania e Ungheria. Nel novembre del 2022 scrive degli anni prima dell’esilio, del clima di devastazione umana che prova a soffocare anche gli affetti familiari: «In città dovetti vedermela con gli interrogatori, le perquisizioni in casa, gli arresti di amici, le minacce di morte dei servizi segreti. Sapevo da tempo che aspetto ha la paura mortale creata dallo stato quando ti striscia nei pori. Per il regime ero da tempo una nemica dello stato, a cui era consentito dare la caccia. Ma nessuno di quei miei congiunti mi ha mai chiesto se avevo paura di crollare. Il loro trauma invecchiato non si accorgeva di come la devastazione avanzasse quotidianamente sulla mia pelle. Quando andavo a trovarli durante i fine settimana mi sbattevano in faccia per l’ennesima volta il loro passato. Solo quello e nient’altro, nessuna curiosità, nessun accenno di interessamento. Io li lasciavo fare, assente, fingevo di ascoltarli, tacevo, non accennavo a me stessa. Da tempo non ero più a casa in mezzo a loro, ero invece sull’asfalto, dove mi braccavano». Che dolore in queste parole. Quale ingiustizia in questa frattura. Quale tragedia è stata la dittatura di Cesausescu.
L’offensiva del regime fin dentro le pareti di una casa. Un metodo diabolico di affettare gli affetti. Tutto soffocato. Finanche gli accenni di qualcosa di diverso, pezzettini di umanità. Ma chissà che nei loro cuori qualche sobbalzo lo avvertivano… Perché il luogo in cui si è nati e si vive è per l’essere umano una casa. Farlo fuori è un delitto. A proposito di dignità umana calpestata. Tuttavia il delitto non è mai perfetto. Far fuori il cuore una volta per tutte è impossibile.
«Chi sei tu lo decidiamo noi»
In questo libro di Herta Muller, in ogni sua pagina, in ogni sua riga, c’è lei come donna che racconta esperienze, come parole che sussultano di vita, come giudizio aggrappato alla realtà. Certo, sono pagine dense di drammaticità perché lei non risparmia e non si risparmia nulla, perché non può concedersi di giocare al risparmio. Eppure non si censura (ne ha patita troppa!) la possibilità di accendere passaggi di sana ironia, di leggerezza, di appassionata affermazione del valore struggente della bellezza. E, in filigrana, la sua è una riflessione sui pericoli che ancora permangono di un ritorno a forme di negazione sistemica della libertà.
E il pericolo lo vede per un’Europa che mostra segni di debolezza e dunque di attrazione verso forme di governo autoritarie. Non avendo saputo l’Europa – a suo dire – fare per davvero i conti con il passato dei totalitarismi. Il muro diBerlino è venuto giù ma sono rimaste in piedi le incrostazioni ideologiche che avevano dato linfa al nazismo e al comunismo. Il tempo che viviamo sembra aver rimosso la memoria e questo produce incertezza e incapacità a pensare un futuro di umana convivenza. Herta Muller constata, facendo riemergere un suo momento di degradante umiliazione. È quasi un monito: «L’agente che mi interroga dice: Chi ti credi di essere. Io dico: Un essere umano come lei. Al che lui dice: Questo lo credi tu. Chi sei tu, lo decidiamo noi». E così conclude la scrittrice premio Nobel a commento di quel funesto interrogatorio: «E così era anche in quella dittatura, e così è e sarà in tutte le altre dittature».