I “Datacy” e il problema del senso.
Comunicare e condividere l’umano

Martedì 17 marzo 2026, ore 21.00 Auditorium CMC
Largo Corsia dei Servi, 4 – Milano
Interviene (in presenza) Derrick De Kerckhove
coordina Enzo Manes, giornalista, Direttore di “.CON”
per il Ciclo “Dalla parte dell’umano”
Dialoghi con protagonisti delle neuroscienze, della filosofia e della psichiatria.
Progetto a cura di Elisa Buzzi, Cesare Cornaggia, Flora Crescini, Camillo Fornasieri, Onorato Grassi, Enzo Manes
Derrick De Kerckhove, belga, sociologo della comunicazione -il suo mentore e maestro diretto è Marshall McLuhan.
Famoso in tutto il mondo per le ricerche sulla capacità dei media di influenzare la realtà percettiva umana (psicotecnologie i concetti di iperpertinenza e di webnwess), De Kerckhove ritiene che l’azione di questi media digitali sarebbe in grado di riconfigurare le nostre stesse strutture cognitive e relazionali, tanto che l’umano starebbe subendo una trasformazione epocale in un passaggio dall’”io” al “noi connesso”. La conferenza si sofferma inoltre sulle riflessioni più recenti presentate nel suo nuovo libro “L’uomo quantistico – Mente, società, democrazia: dove ci porterà la prossima rivoluzione digitale” ed. RAI
Le utopie politiche, tecnologiche, ecologiste contemporanee, pur diverse tra loro, hanno un punto in comune: la svalutazione e persino il disprezzo per ciò che è umano.
Eliminare gli errori e i difetti umani in una migliore organizzazione tecnologica, economica e sociale è l’obiettivo che, da molte parti, sembra si voglia raggiungere affinché la società funzioni meglio.
Convinzioni e idee da anni presenti nella nostra cultura sembrano arrivate a un punto cruciale: l’essere umano, una sorta di “macchina” vivente, può essere sostituito, messo da parte, addirittura osteggiato, per poter “andare avanti” e migliorare le cose, a partire dalla abolizione delle differenze e del conflitto.
Ciò che un tempo gli esseri umani facevano sembra che ora si possa realizzare con maggior efficienza ed efficacia, perché affidato e svolto dalle nuove tecnologie.
Per il potere, infatti, gli individui contano finché sono produttori o consumatori, tanto che la violenza delle guerre rende la morte di decine di migliaia di uomini, donne e bambini un evento ritenuto inevitabile, al quale occorre rassegnarsi e addirittura abituarsi.
Che ne è, in questo contesto, dell’irriducibilità dell’essere umano “vivente”?
Nelle scienze, nella pratica medica e psichiatrica, in filosofia come nella letteratura la domanda sorge con una evidenza sempre crescente.
Che cosa può dirsi umano? Che cosa caratterizza l’”umano”? Che cosa rende l’uomo oggi “umano”?
A queste domande se ne potrebbero aggiungere altre: che cosa permette all’umano di affermarsi, di “fiorire”? Che cosa “educa” ad essere “umani”? Come tutto ciò è una prospettiva migliore di quelle oggi od un tempo prevalenti? Ed infine perché conviene, anche dal punto di vista economico, sociale, civile, preferirlo?
INGRESSO LIBERO


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