I piani dell’imprevedibile Trump

Il blitz a Caracas, “il cortile di casa” da presidiare con decisione, l’idiosincrasia verso il multilateralismo, le fratture con il movimento Maga, la preferenza per gli Stati – nazione e il fastidio per l’Unione europea. Le mosse del presidente Usa nell’anno che porterà all’elezioni di metà mandato


16 gennaio 2026
Rebus americano
Conversazione con Marco Bardazzi a cura di Nicola Varcasia

Dove va l’America? A un anno dall’inizio ufficiale del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, la domanda apre ogni giorno un nuovo, spinoso, capitolo. Solo a metterne in fila alcuni titoli, lo sconquasso è evidente: Nigeria, Venezuela, Groenlandia, Gaza, Iran, Ucraina. E poi: la politica dei dazi, quelle sui migranti, i disordini interni. E pensare che il ritorno del Make America Great Again era iniziato nel segno di un neo isolazionismo di marca esattamente opposta all’idea di un’America gendarme del mondo. Da quell’inizio ripartiamo con Marco Bardazzi, giornalista, uomo di comunicazione e grande esperto di cose americane e che nel podcastAltre/Storie americaneracconta gli Usa con Mario Calabresi.

Come inquadrare il blitz per rapire Maduro, per citare solo l’ultimo caso clamoroso, nel disegno trumpiano?
È l’ennesima conferma della difficoltà di incasellare Trump, che ha fatto dell’imprevedibilità una cifra della sua presidenza. Per tutta la campagna elettorale del 2024 era stato lui stesso a rivendicare una linea isolazionista, posizione ribadita anche dai suoi collaboratori, almeno nelle fasi iniziali della corsa alla Casa Bianca.

Qual era l’ipotesi?
Cercare di favorire la pace nei territori di guerra, senza più impegnare le forze americane in operazioni militari. Oggi, invece, siamo approdati a un imperialismo, in particolare sul continente americano. Ma con una costante.

Quale?
Non abbiamo visto quelli che gli americani chiamano boots on the ground, i militari che effettuano fisicamente delle operazioni. Se non con il metodo del blitz, come per la cattura di Maduro. In questo Trump, per ora, è coerente. Fa capire di non voler esportare la democrazia come ai tempi di Bush, con l’impiego di truppe in Afghanistan e in Iraq. Allo stesso tempo, sta facendo qualcosa di diverso che però, come termine di paragone, ci riporta all’America di inizio Novecento di Theodore Roosevelt al periodo di un certo imperialismo americano.

Qual è la differenza tra le operazioni di oggi e quelle dei neocon repubblicani o di Obama e Biden?
È duplice. Da una parte, secondo Trump, queste sono operazioni di polizia e non militari, legate al cambio della struttura di un Paese. Dall’altra nascono dall’iniziativa diretta degli Stati Uniti, senza alcun multilateralismo o intesa con gli alleati e senza neppure la consultazione del Congresso. Emerge l’idea di una libertà di manovra, visibile con Maduro ma anche in altri casi, come il bombardamento in Nigeria nei giorni di Natale e, prima, in Yemen e Siria

Quando è avvenuta la svolta in politica estera?
È emersa con chiarezza a novembre, con la pubblicazione della dottrina per la sicurezza nazionale della Casa Bianca

Perché?
Di solito, le strategie di sicurezza nazionale sono testi piuttosto standardizzati, che ogni amministrazione è tenuta a presentare per legge al Congresso a inizio mandato. Quella voluta da Trump, invece, è il frutto di un’elaborazione profonda, che segna una discontinuità netta e supera due convinzioni iniziali del quadriennio presidenziale

Di cosa si tratta?
La prima è che il principale teatro geopolitico di interesse fosse l’Asia, in particolare la Cina, con l’idea a cui accennavamo prima, di una linea isolazionista, non legata ad azioni militari sul campo. Al contrario, la dottrina presentata a novembre concentra l’attenzione sull’emisfero occidentale, sul continente americano. Richiamando una visione che riporta indietro l’orologio all’epoca di Theodore Roosevelt, se non addirittura alla dottrina Monroe del 19° secolo. In modo piuttosto improvviso, il focus del Dipartimento di Stato e del Pentagono si è spostato sull’emisfero occidentale, includendo anche la Groenlandia

La seconda convinzione?
L’insistenza sullo Stato-nazione come unico interlocutore legittimo. L’amministrazione Trump punta a dialogare con Stati-nazione forti, in una visione ancora una volta ottocentesca, svuotando di significato ogni forma di multilateralismo. Non è un caso se dal documento emerga proprio l’Unione Europea quale realtà che Washington percepisce come più problematica, se non apertamente ostile. L’Ue, con la sua complessità, rappresenta l’esatto contrario del modello di interlocutore rivendicato da Trump

Che ripercussioni sta avendo questa svolta all’interno del movimento Maga?
Non era attesa e ha aperto forti tensioni al suo interno. Il momento di rottura è stato l’uccisione di Charlie Kirk, che a settembre ha innescato un processo di ridefinizione dell’intera destra trumpiana. Da allora si è acceso uno scontro, legato sia alle elezioni di midterm del prossimo novembre, sia al tema del dopo Trump. Se nel 2024 il movimento si era ricompattato per la rielezione del presidente, oggi appare diviso in fazioni sempre più contrapposte

Quali sono quelle più ostili?
Quelle che si sono spinte sul terreno dell’antisemitismo e che criticano duramente l’amministrazione Trump per il rapporto con Israele. È un’area che contesta il presidente su quasi tutte le operazioni militari: l’azione su Maduro è stata apprezzata per il risultato, ma resta un’eccezione

Cosa chiedono?
In generale, questa ala chiede a Trump di concentrarsi sui problemi interni: costo della vita, salari, difficoltà economiche degli americani che lo hanno votato. C’è sorpresa, e in molti casi spaesamento, di fronte al crescente impegno internazionale e ai toni sempre più imperialistici. Alcuni si sono apertamente rivoltati contro il presidente, altri lo criticano dall’interno. In questo contesto acquistano peso le figure che guardano al dopo Trump, a partire dal vicepresidente J.D. Vance e dal segretario di Stato, Marco Rubio, ma anche consiglieri influenti come Stephen Miller

rump e Theodore -Teddy- Roosvelt New York, 27 ottobre 1858 – Oyster Bay, 6 gennaio 1919

Chi sono gli alti volti anti Trump di matrice repubblicana?
Uno dei più noti è Tucker Carlson, l’ex volto di Fox News con un seguito enorme sul suo canale Youtube. È stato a lungo molto vicino a Trump ma, negli ultimi mesi, è diventato fortemente critico, soprattutto sulla politica estera. Un altro nome centrale è Candace Owens, giovane commentatrice afroamericana, allieva ed ex braccio destro di Kirk. Pur restando nell’orbita trumpiana, si è spinta su posizioni antisemite molto radicali che l’hanno allontanata dal mondo di Kirk, senza intaccarne il vastissimo seguito

Anche il controverso Nick Fuentes è rientrato nei giochi?
Fuentes è una figura estremista, dai tratti neo-nazisti. Per anni era rimasto ai margini del circuito della destra repubblicana presentabile. Oggi è rientrato nel dibattito pubblico, contribuendo a spingere vero una deriva sempre più radicale. Da citare anche Steve Bannon, una presenza costante anche se ormai laterale, critico verso Trump pur senza mai rompere del tutto ma, soprattutto, Marjorie Taylor Greene

Perché lei?
L’ex deputata della Georgia attesta un segnale di rottura ancora più significativo nel mondo Maga. Fino a poco tempo fa era tra le più fedeli sostenitrici di Trump. Oggi ha rotto con il presidente, si è dimessa dal Congresso e lo critica apertamente, soprattutto sul caso Epstein, che ha alimentato il malcontento nella base Maga per la scarsa trasparenza tenuta dall’amministrazione. La sua uscita segna uno dei segnali più evidenti delle fratture che, a un anno dall’inizio della presidenza, stanno attraversando il mondo Maga

Tornando al Venezuela, c’è chi ha sovrapposto l’operazione di polizia voluta da Trump con quella che Putin chiama ostentatamente l’operazione militare speciale in Ucraina

Il parallelo è comprensibile. L’operazione solleva enormi interrogativi dal punto di vista del diritto internazionale. È vero che una parte significativa della comunità internazionale considera Maduro in carcere preferibile a Maduro al potere, ma le modalità del blitz hanno aperto molti dubbi. Un’azione del genere manda segnali forti non solo a Putin, ma anche a Xi Jinping, in relazione a Taiwan. Se passa il principio per cui ogni grande potenza può intervenire nel proprio “cortile di casa” con operazioni di polizia giustificate da criteri elastici, l’equilibrio internazionale diventa molto più fragile. Detto questo, il caso Venezuela resta diverso dall’Ucraina.

In che modo?
Qui non c’è un’invasione militare di un territorio, ma un blitz mirato alla cattura di un capo di Stato. Formalmente l’operazione è stata giustificata con accuse legate al narcotraffico, ma Trump l’ha poi rivendicata in modo molto più esplicito, collegandola esplicitamente al controllo delle risorse petrolifere. Ed è proprio questa ambiguità a rendere l’episodio significativo e controverso

La classica accusa di fare le guerre per l’oro nero è stata trasformata in un vanto
A mio avviso, però, questo è avvenuto forzando la mano ai futuri beneficiari dell’operazione. Spesso si immagina una grande regia delle multinazionali che spingono i leader politici verso interventi militari per fare affari. In questo caso sembra essere accaduto l’opposto. Non si percepisce entusiasmo da parte dei grandi colossi americani del settore – Exxon, ConocoPhillips, Chevron – chiamati a ricostruire il disastrato sistema petrolifero venezuelano in un Paese che resta instabile

Islanda e Groenlandia, petroliera venezuelana sotto attacco USA, 07 01 2026 (Reuters)

In Medio Oriente è la stessa cosa?
Ci sono differenze. In passato, tante volte si è sostenuto che l’invasione dell’Iraq da parte di Bush fosse motivata dal petrolio. A distanza di anni mi sembra difficile sostenerlo. Nel caso di Trump, invece, si può sostenere che la “pacificazione” di Gaza sia dovuta soprattutto a interessi economici. Dopo il bombardamento di Israele in Qatar, i Paesi del Golfo si sono sollevati chiedendo al presidente degli Stati Uniti di intervenire per fermare la pericolosa destabilizzazione di tutte le economie del Golfo. Un ruolo centrale lo ha avuto Jared Kushner, genero di Trump, che ha contribuito a tenere insieme i diversi attori, anche intrecciando rapporti politici e affari nel Golfo

Cosa può fare un’Europa?
Anzitutto deve prendere atto che oggi, per gli Stati Uniti, non è un interlocutore privilegiato. Da qui nasce la necessità di rafforzare la propria identità e parlare con una voce più unitaria. Qualche segnale si è visto sul dossier Groenlandia, dove, nonostante l’assenza di precedenti nei trattati Nato, l’Europa ha provato a esprimere una posizione comune. Altrove, come sul Venezuela, ha prevalso la cautela, anche per non compromettere il fronte ucraino. Se l’Unione vuole contare, è il momento di rivendicare diplomazia e multilateralismo.