Il Castello di Kafka e la condizione precaria dell’uomo contemporaneo
Cent’anni fa, Max Brod, il biografo del grande scrittore boemo, dava alle stampe l’incompiuto romanzo dell’amico nonostante gli avesse chiesto di bruciare i manoscritti. Si tratta di un’opera densa di piccoli fatti che rimandano agli immortali interrogativi di senso. Una vera e propria parabola esistenziale con protagonista principale K., l’agrimensore. Una fiaba a tinte fosche, ma non priva di ironia, dove esplodono temi attualissimi e contradditori: la logica del dominio, la solitudine, il desiderio di una novità positiva, la lotta per non arrendersi alla burocratizzazione della vita. E il tentativo di far fuori l’altro, chi non si conosce
8 maggio 2026
L’imprevedibile e l’inatteso
di Enzo Manes
Quando Franz Kafka nel 1924, poco prima di morire (Praga 1883 – Kierling 1924), chiese all’amico e suo biografo lo scrittore boemo Max Brod (Praga 1884 – Tel Aviv 1968) di bruciare i manoscritti de Il Castello, egli si guardò bene dal farlo.
Gli disobbedì facendolo pubblicare nel 1926. Dunque, cento anni fa. Mentre la prima traduzione italiana risale al 1948. Questo romanzo come già Il Processo e America è incompiuto. Lasciato stare, abbandonato così. Nell’incompiutezza rimane un atto compiuto. Come se terminare l’opera non fosse più affar suo. Quel che aveva scritto poteva bastare. Si potrebbe indicare nel fenomeno della nebbia venuto ad offuscarne la creatività la presa di coscienza di buttare giù la penna. È un’ipotesi, ma il fatto che avesse domandato a Max Brod di eliminare per sempre traccia del manoscritto lascia campo aperto a più interpretazioni.
Resta il fatto che grazie alla disobbedienza dell’amico quel romanzo ha potuto continuare a vivere. E arrivare a noi cento anni dopo, con la traduzione di Paola Capriolo nell’edizione ET classici di Einaudi, quella a cui ci siamo affidati per la rilettura. Il Castello si conferma un romanzo importante che continua a interrogare per continui rimandi alla condizione umana che la storia porta alla luce seppure la trama si sviluppa quasi per intero nelle ore senza sole dove le tenebre e il manto nebbioso che avvolge quel luogo privo di nome e riferimenti geografici contribuiscono a rendere il tutto fosco e assai inquietante.
Il tentativo di un respingimento
Il Castello è un romanzo che ha la struttura e lo svolgimento che possiamo rintracciare nelle fiabe. In questo caso la fiaba ha pochissimi colori, forse solo il bianco della neve presente in abbondanza, paradigma di intralcio. Una fiaba scurissima in cui Kafka si concede qualche fuga nell’ironico e nel grottesco. Il protagonista si chiama K. di professione fa l’agrimensore anche se non è proprio certo che lo sia per davvero. Giunge a un villaggio, che sta ai piedi di una salita che deve portarlo, secondo
programma, alla meta, il castello nel quale vive e regna il Duca.
K. è stato chiamato per offrirgli i suoi servigi. L’ora è tarda, però. Di salire al castello non se ne parla. Deve perciò cercare un posto da dormire in una locanda. Scopre subito che anche la cosa più normale non lo è affatto. La normalità inciampa in situazioni che la mortificano. E la storia inizia proprio con una mortificazione. Con un atto che annuncia il dramma di quegli anni densi di drammatiche contraddizioni, prodromo di intolleranze erette a metodi aggressivi annichilenti l’altro.
Infatti, nel villaggio, K. è vittima di un tentativo immediato di respingimento. È l’estraneo che non può stare lì a cuor leggero perché non ha il permesso. Di avere una camera neppure a parlarne semmai appena un giaciglio di fortuna anticipo provvisorio di un rifiuto definitivo a rimanere lì. Non è gradita la sua presenza.
Cosa può uscire dalle coltri di nebbia
Non succederà, tuttavia quel manifestarsi di relazioni perlomeno zoppicanti, è una cicatrice profonda che inchioda il romanzo. L’agrimensore K ne fa le spese perché, volente e nolente, è costretto a rimanere in quel territorio per lo più arido di rapporti. E anche quando qualcosa di diverso potrebbe venire fuori dalle coltri di nebbia e dai diffusi cuori di tenebra quegli spiragli si fermano a mezza via. La minaccia che soverchia l’umano connota la vita nel villaggio senza nome con la minaccia ingombrante e incombente del castello (entità reale e metaforica). Tutti i pensieri e tutte le azioni di K. sono nella prospettiva di aprirsi un varco per conquistare la salita e l’ingresso nel luogo misterioso dove sta il duca. Ma è una lotta impari. È una lotta che non può andare a buon fine. Perché in quel piccolo mondo tutto è burocratizzato, ogni ingranaggio di vita vera si inceppa in partenza.
K. ci prova e riprova con tutte le sue forze per raggiungere la meta. Magari inventandosi la storia che è il castello ad averlo invitato. Il protagonista, fantasticando su quell’invito impossibile perché non corrispondente al vero, misura piuttosto un desiderio nostalgico e radicale di salvezza e di grazia. È la sua odissea, quella.
Un umanissimo tentativo di inerpicarsi per intercettare una pienezza di vivere. Un’andata al castello che è insieme un ritorno, una speranza di novità, una diversità finalmente da scoprire. Una diversità che punta a scoprire anche al villaggio con qualche incontro con venature affettive, finanche sentimentali. «Non si può fare a meno di cercare, – e l’agrimensore K. ricerca le cose essenziali, la casa, la famiglia, un lavoro, una sistemazione decorosa -, ma per quanto cammino si percorra si rimane sempre a una distanza infinita dalla soluzione. Si è sempre alle prese con qualcosa che si ignora, con disposizioni da cui siamo esclusi, con un regolamento severissimo ed ermetico», rileva il professor Remo Cantoni, uno dei massimi studiosi di Kafka.
La domanda di una possibilità
Ma K., l’agrimensore K. è l’emblema della nullità dell’uomo davanti agli eventi quotidiani che ne enfatizzano l’impotenza? Kafka non è nella scia di Musil e dell’assenza di qualità del suo uomo. Kafka, come già Dostoevskij, apre all’imprevedibile, a una possibile novità per il vivente. E nel suo mondo la novità non può che venire, biblicamente, dall’alto. Seppur, nella problematicità del suo pensiero, l’uomo mai riesce a conoscere tale freschezza metafisica. L’uomo di Kafka avverte la drammatica e lacerante lontananza da ciò che fonda per davvero, da quel che viene dal Mistero. Il cammino accidentato dell’agrimensore è un’esperienza che oscilla tra la domanda di una possibilità (ci sono echi di Kierkegaard) e l’umiliante inadeguatezza. L’agrimensore ci prova ma la delusione lo attende al varco.
Eccola l’incompiutezza. Ecco, allora, venire fuori il motivo per cui Kafka a un certo punto decide di finirla lì con quel romanzo. Anche con quel romanzo.
La tensione che accende la creatività dell’autore boemo sta nel non arrendersi agli equivoci che sembrano inondare e annegare del tutto la sua vita e per affinità necessaria la sua opera. Seppur scritto in terza persona è chiaro che tra Kafka e l’agrimensore K. vi siano diversi motivi di familiarità. L’umanità di Kafka e dei suoi personaggi risiede in una sorta di resistenza esistenziale pur nella condizione non semplice del sentirsi esiliati, fuori posto, vittime di un senso di estraneità motivato sia dal metodo imposto da chi ha le leve del dominio e sia nel proprio sguardo interiore troppo spesso sacrificato alle circostanze.
La realtà è matrigna. Però è la realtà, fuggirla non è contemplato. Perché il destino l’attraversa. Perché il destino fa della realtà la realtà. Kafka, per come riesce, prova a sussurrare che nella vita degli uomini c’è un piccolo posto per la pietà e quindi per la grazia. E perciò per la salvezza. Questo spiega le ragioni per cui il “suo” agrimensore non si accoda alla richiesta di giustizia per opporsi a una malintesi concezione del principio di autorità come adotta il castello con i suoi sudditi del villaggio. L’agrimensore K. è destinato a soccombere in quel mondo di ieri. Ma la burocratizzazione della vita è altrettanto destinata a non compiersi per intero. È un’incompiuta. Non può mai andare a meta.
Il Centro Culturale di Milano per il Centenario della morte di Kafka gli ha dedicato L’uomo non è una passione inutile, due serate una con lo scrittore Luca Doninelli e il filosofo Sergio Givone, insieme al Direttore del CMC Camillo Fornasieri qui il VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=u5TogeijuJ8 e la successiva di Lettura teatrale qui il VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=FKc4-VCdfsk tratta dai Colloqui con Kafka di Gustave Januch con Andrea Carabelli, Giacomo Zoff e Giulia Bertasi alla fisarmonica a teatrale