Il cinema di Ken Loach: quando la pietà non resta in tasca

Il regista britannico ha appena compiuto novant’anni. Da tre ha deciso di non fare più film. Manca, soprattutto oggi, il suo sguardo sulla condizione umana ferita. Lui che ha raccontato storie di persone e di popoli afflitti. Una filmografia da riscoprire con i tratti del migliore neorealismo italiano. Alcuni consigli per vivere l’esperienza di un cinema del contraltare


03 luglio 2026
Umanità dolente
di Enzo Manes

il Regista inglese Ken Loach Compèie 90 anni

Il 17 giugno ha compiuto novant’anni Ken Loach, il regista britannico che, attraverso i suoi film, ha scelto che la pietà non rimanesse nelle sue tasche. Ha fatto cinema per oltre sessant’anni; vi ha portato la questione sociale, ha raccontato le crepe della società contemporanea, ha guidato la macchina da presa su territori accidentati per evidenziare storie e volti di un’umanità dolente vittima di sempre più insistenti disuguaglianze economiche e sociali. È stato un cinema del contraltare, il suo. Inattuale fin dagli esordi, Loach ha depositato una filmografia del disaccordo, scriteriata, fuori registro. Che ha saputo importunare facendo delle inquadrature squarci di realtà essenziali e non di rado commoventi. Per dire, qualcosa di familiare con il migliore neorealismo italiano. Inciampando lì ne ha tratto beneficio.
In un’intervista del 2016 Loach ha confessato di aver amato parecchio la filmografia di Vittorio De Sica, un amore andato a buon fine si può azzardare.  

Dave Johns in I, Daniel Blake – Photograph Joss Barratt-Entone Group

Insensibile al blairismo

Tre anni fa Ken Loach ha confessato di non aver più l’età per realizzare film.
Per il momento ha mantenuto l’impegno. Un vero peccato perché con il presente che provoca in misura sovrabbondante ci sarebbe bisogno di un suo colpo di coda.
Un vero peccato in considerazione della pochezza dell’offerta, tranne la profondità di un certo cinema iraniano e la grandezza di Aki Kaurismaki.
Questo regista britannico nato a a Nuneaton, nel Warwickshire, è un uomo molto di sinistra e perciò sideralmente lontano dal mondo labour con l’imprinting blairiano. Lui non ha mai fatto il tifo per la globalizzazione priva di freni inibitori, sregolata in tutto e per tutto, disumanizzante e disumanizzata. Quando il pensiero conservatore ha accelerato sulla via del neoliberismo Loach non si è certo stupito. Come non si è stupito che in quel mucchio selvaggio ci sia finito il laburismo glamour. Aveva già tutto previsto.

Bellezza ed umiltà

Loach ha sempre saputo di essere minoranza nell’universo labour. E, se vogliamo, la qualcosa non l’ha adombrato. Anzi. Nel suo cinema è debordante il racconto delle minoranze, degli esclusi, degli invisibili. Della working class per poi andare sempre più giù. Perché Loach ti fa vedere che quel che ritieni siano gli ultimi sono invece i penultimi. Nella realtà nuda e cruda il gradino verso il basso non ha mai termine. Effetti tragici della globalizzazione e della logica del dominio che non esce mai dalla porta.
Siccome Loach è un’artista vero, nei suoi film poche volte ha preso il sopravvento l’ideologia. Più dei proclami e degli strepiti hanno prevalso storie di gente comune, facce segnate, luoghi reali dove l’evidenza dell’ingiustizia non è riuscita a far fuori l’umano anche quando l’ha fatto fuori. La disperazione umana l’ha raccontata fin dove occorreva come ha raccontato la ricchezza umana soprattutto nei volti dei rifiutati. Lui si è spinto fin là consapevole che i reietti possono riservare sorprese di bellezza dentro il gesto più umile, più schivo, più improbabile.

I, Daniel Blake – Courtesy of Cannes Film Festival 2016

La classe diventa catena umana

Nel cinema di Loach ci sono i corpi perché ci sono le anime. E viceversa. Ci sono persone prima di essere classe e anche quando sembra tutto essere classe ecco che le certezze traballano e la classe diventa, forse, qualcosa d’altro, amicizia, catena solidale, abbraccio silenzioso più che rumoroso. E il silenzio è un atto rivoluzionario.
In sessant’anni di cinema questo combattivo regista britannico ha realizzato molti film. Non tutti riusciti, ma questo vale per ogni artista, specie per i maggiori. Alcuni sono imperdibili. E si possono recuperare sulle piattaforme digitali (su Raiplay è piuttosto folta la selezione), al cinema forse in qualche benemerita iniziativa: ci sono ancora i cineforum?

Dal film La parte degli Angeli

Prendere posizione

Proviamo ad estrarre dal mazzo. Piovono pietre è un ottimo avvio. Il protagonista che non ha soldi desidera che la sua bambina abbia un bellissimo vestito per la sua prima comunione. E così si mette nei guai tanto è testardo e orgoglioso. Nei guai rotola come le pietre ma, qui, non tutto è già scritto. E un sacerdote fa la sua parte. La Chiesa non chiude mai la serranda perché fuori c’è un mondo che potrebbe bussare. Per prendere fiato e anche sorridere, ecco Il mio amico Eric. Eric è Eric Cantona, il famoso calciatore francese che ha giocato nel Manchester United. Qui il realismo di Loach lascia il posto a qualcosa di sognante. È l’immaginifico che entra in quella storia di periferia. C’è, ovvio, l’ingiustizia. Però, per farvi argine, per provare a metterla in ombra almeno una volta, Loach chiama a giocare questa partita un fuoriclasse della pedata. Film scoppiettante.
Adesso, una Palma d’oro. Cioè, un suo film che ha vinto al Festival di Cannes. Titolo: Il vento che accarezza l’erba. Pellicola a sfondo storico, tratta della guerra d’indipendenza d’Irlanda. Loach sta da una parte, non certo degli inglesi. I protagonisti sono due fratelli irlandesi. Immagini molto belle, dialoghi efficaci come la recitazione. Loach ti invita a prendere una posizione. Puoi resistergli?

Il film testamento

Senza indugi procediamo con la seconda Palma d’Oro. Titolo: I, Daniel Blake. Più che un film è un grido che viene su dal sottosuolo. Siamo a Newcastle. Daniel ha fatto il falegname per tutta la vita. Adesso il suo cuore è impazzito. Chiede il sussidio che gli spetta. Sbatte contro l’ottusa burocrazia. Che fare? Arrendersi, non ancora. Perché nel frattempo si imbatte in una giovane madre che, se possibile, sta peggio di lui. E Daniel l’aiuta, lui che non ha niente le tende la mano, concretamente.
Solidarietà fra invisibili. Lì non ci sono muri. Avvertimento: se scappa la lacrima è un buon segno. Finiamo con due segnalazioni, così diverse così uguali.
La prima: La parte degli Angeli. C’è la periferia, i Franti di sempre, il protagonista che ne ha passate e che guarda, comunque, la vita dal lato positivo. C’è il whiskey. Anche quello di gran pregio. C’è la mossa azzardata che non può mancare nel cinema di Loach. La storia è struggente, c’è parecchia ironia e gusto della vita. Qui i Franti trovano una chance per ripartire. Al cuore, quando c’è domanda di redenzione, non si comanda.
Ed eccoci all’ultimo film di Ken Loach. Titolo: The Old Oak. Questa volta siamo in un ex villaggio minerario della contea di Durham. Le miniere hanno chiuso. Il pub è l’unico ritrovo per persone afflitte, scontente, boriose. Un giorno, nel villaggio, arrivano rifugiati siriani. Scoppia il conflitto con gli abitanti locali. Loach racconta quelle contraddizioni attraverso alcune precise storie. La tensione è continua. Fra penultimi e ultimi. C’è il tema dell’identità culturale, del desiderio di rimettersi in gioco, della rabbia che spinge e fa male. Film testamento, insomma. Il finale è indimenticabile. A conferma che Ken Loach non c’ha pensato proprio a tenere la pietà in tasca.