Cronache immaginarie
Cosa serve per ricostruire una città

Testo teatrale di Gio Ponti, 1944, ed. Di Uomo
prima rappresentazione assoluta

Martedì 17 dicembre ore 21,00
Auditorium CMC Largo Corsia dei Servi, 4 – Milano (MM1 e 3 Duomo; MM1 San Babila)

POSTI ESAURITI

INGRESSO GRATUITO – PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA tel. 02 86455162

 

Andrea Carabelli

Concattedrale di Taranto, Gio Ponti

Gio Ponti

Fulvio Irace

 

 

con Andrea Carabelli, attore e regia
e gli attori della Scuola FLANNERY
Musiche di Marco Simoni

A 40 anni dalla scomparsa, un omaggio di Milano a uno dei più grandi architetti della nostra storia e del mondo.
Ponti ha generato il contemporaneo, progettando, formando e facendo toccare la bellezza correlata al senso del vivere insieme.
Questo testo –sostanzialmente sconosciuto- “IL CORO”, pensato per il teatro, scritto nel 1944 in una città colpita e protesa a risollevarsi dalla guerra.
Ponti scrive una sorta di manifesto culturale tout-court capace di indicare di fronte al tessuto urbano il proprio ruolo e mestiere.
Vuole mettere di fronte a noi un racconto di voci, una cronaca dapprima silenziosa, poi con parole certe e disponibili a edificare qualcosa di “comune”, mentre viva via prende forza la musica, come la “musica” interiore del lavoro di ciascuno, rivolto al Cielo, invocando Dio.
Il medico, le madri, l’operai e l’artigiano, e l’artista richiamato a vivere “dentro” non fuori dal bisogno della città.

Omaggio al grande milanese nei 40 anni dalla morte, mentre una grande mostra ne ripercorre l’opera al Maxxi di Roma, appena inaugurata in novembre a seguito di quella al Musée des Arts Decoratif di Parigi.
Un invito dunque e un Omaggio a Ponti per farci radunare, lavoratori, architetti, amministratori, intellettuali, insegnanti e studenti, poveri e ricchi, con senso e nuova energia, attorno al bene comune.


Dal Grattacielo Pirelli a Milano passando per decine di splendide e semplici case che segnano l’urbanistica della città, con la fondazione della rivista Domus che appunto prende il nome dal luogo generativo della vita; agli gli edifici ministeriali di lslamabad in Pakistan, dai grandi magazzini a Hong Kong e Eindhoven, fino alle opere memorabili della Concattedrale di Taranto e del Denver Art Museum.

Il senso civico, l’attualità dell’apporto della architettura, la più politica delle arti, trovano in questo testo, unico di tipo teatrale, un’espressione sintetica e alta.

Artista eclettico amante dell’arte in ogni sua forma, compresa la musica e il teatro.

Il Coro venne editato in 700 copie dalle Edizioni di “Uomo”, casa editrice fondata a Milano proprio nel 1944 da personalità quali Domenico Porzio, Oreste Del Buono e Marco Valsecchi. Nello stesso anno, Carlo Bo pubblica con quell’editore un’opera che avrà un’importante eco: Antologia del Surrealismo.

Lo spettacolo viene introdotto da Fulvio Irace (architetto, storico dell’architettura, docente universitario: ha scritto saggi su Gio Ponti) che ha curato – insieme a Maristella Casciato, Margherita Guccione, Salvatore Licitra, Francesca Zanella –  la grande mostra al Maxxi di Roma inaugurata in questi giorni e dal titolo “Gio Ponti. Amare l’architettura”.

Un testo sconosciuto ai più, mai rappresentato, ma capace di mettere in luce la speranza per la ricostruzione dopo la guerra e come una sorta di manifesto culturale tout-court capace di indicare di fronte al tessuto urbano il proprio ruolo e mestiere.

Così egli stesso scrive nell’introduzione:

L’artista che lavora per sé è un esibizionista: l’artista come classificazione non esiste, esistono uomini che sono nel coro, con le loro opere le loro parole le loro voci; che non si nascondono, non tengono niente in ventre, non possono. Essi lavorano costantemente per gli altri: naturalmente: come gli artigiani: come tutti. Giudicano e danno a giudicare ogni momento ogni momento se stessi attraverso quel che fanno: e a volte fan cose che anche son arte.

Il poemetto il Coro dà voce a operai, medici, alle madri, agli artisti: ognuno, nel proprio compito, che cosa esprime: Che cosa racconta al pubblico? La origine comune, il senso per tutti, che invera la singola attività, che rende grande la particolarità di ciascuno. Dà origine alla città, quel luogo che traccia il futuro e la preoccupazione del nostro sviluppo e futuro.

Lo spettacolo è un progetto frutto della collaborazione con il compositore musicale Marco Simoni che prende spunto dalle didascalie dell’autore per creare armonie corali che perfettamente si intersecano con la recitazione degli attori.

Le immagini che vedrete sono realizzate da Tappeti sonori e permetteranno allo spettatore di compiere un excursus sintetico del percorso artistico di Giò Ponti.

Gli attori sono 12 allievi della scuola di teatro di Andrea Carabelli che sarà protagonista della performance insieme a loro.

Il Centro Culturale di Milano produce e ospita la rappresentazione nella sua preziosa location, martedì 10 e martedì 17 dicembre 2019.