Il Darfur insanguinato e la nostra distrazione di massa
La violenza quotidiana nel Darfur dimenticato. Dopo diciotto mesi di resistenza è caduto il capoluogo El Fasher. L’esercito regolare sudanese non ha potuto arginare le bande paramilitari guidate da un criminale: il generale Hemedti. Il Sudan chiede aiuti. I padri comboniani, testimoni sul posto, parlano di carneficina. Il mondo tace. I potenti della Terra, evidentemente, sono distratti. Mentre le piazze, piene per sostenere la causa della Palestina, sono vuote per questo e altri conflitti dimenticati. Distrazioni interessate che pesano come macigni. E ognuno ha la sua colpevole distrazione…
14 novembre 2025
Editoriale
Si chiama El Fasher. È il capoluogo del Darfur settentrionale. Quel luogo dice poco o niente. Più niente a dire il vero. Eppure quel luogo ha resistito 18 mesi all’assedio delle Forze di supporto rapido (Rsf), cioè bande paramilitari senza scrupoli. L’esercito sudanese non ha retto il peso dell’offensiva.
La Sudan Doctors’ Union certifica che almeno 1.500 persone sarebbero state uccise, di cui 460 solo all’ospedale principale. Oltre 170 mila civili sono intrappolati, senza acqua né assistenza; mentre i corridoi umanitari sono attualmente chiusi, nonostante da tempo questa guerra è una tra le più violente in corso.
Chi ha occhi per vedere parla di pulizia etnica. Il filosofo francese Bernard Henry Lévy ha scritto sul quotidiano La Stampa (domenica 9 novembre): «In Darfur è in corso un genocidio, un vero genocidio. Presso i Nuba c’è una carestia organizzata, un’epurazione etnica lenta, ostinata, spietata. Nel resto del Paese sono in corso stermini di massa, stupri in serie. Intere città di una delle civiltà più antiche del mondo, ancora più antica di quella egiziana, sono spazzate via dalla cartina geografica, sono saccheggiate sistematicamente».
I padri comboniani: una carneficina
Dal satellite si vedono immagini strazianti: distese di corpi trucidati, sangue dappertutto. E le vittime sono soprattutto civili.
Il Sudan sta vivendo una gigantesca crisi umanitaria. Le milizie Rfs guidate da un carnefice, il generale Hemedti, hanno deturpato intere regioni del Darfur. Morti, morti, solo un senso di morte. Sono migliaia le donne e gli uomini passati per le armi nei modi più disgustosi. Il popolo, quando riesce, fugge. Mentre le città vengono date alle fiamme. La parola d’ordine che corre fra i miliziani è distruggere tutto. La presa del potere non ammette altro che l’esercizio puntuale della violenza.
I padri comboniani, testimoni credibili di tale scempio, parlano di carneficina. E chiedono corridori umanitari e finalmente un po’ di attenzione del mondo. Già. Almeno un minimo. Perché, invece, il mondo sembra non avere tempo per occuparsi del Sudan, del Darfur, di quel cimitero a cielo aperto.
La comunità internazionale è alle prese con le sue distrazioni, non tutte nobili a dir il vero. E questa non è certo una novità. L’Africa, per funesta tradizione, è quello delle guerre dimenticate. Delle guerre accettate come normalità. Ecco perché non meritano attenzione. Distrazione sì, infinita.
Il silenzio delle piazze
D’accordo i potenti, l’Onu che ormai conta quasi nulla, però qualche sussulto da chi in Occidente si è giustamente indignato per l’immane tragedia di Gaza era auspicabile. La ripresa di una certa coscienza “dal basso” che ha preso in contropiede la liturgia dei partiti, finalmente prometteva un risveglio generalizzato verso la guerra, le ingiustizie, le disuguaglianze. Invece tutto è rimasto circoscritto alla Palestina. Per il resto: silenzio. Anche quel fiume di manifestanti si è fatto contaminare dal tarlo della distrazione, la stessa abitudine dei potenti che intendono contestare.
E c’è il precedente dell’Ucraina. Anche per quella storia sbagliata, per quella guerra che ha un responsabile conclamato, non è che le piazze sono state prese d’assalto. Ugualmente per il massacro dei cristiani in Nigeria: silenzio assordante.
Evidentemente si è più sensibili alle ingiustizie in Palestina che a quelle in atto da tutte le altre parti. Questione di feeling, diciamo così per non infierire. D’altronde se si depotenzia la terribile vicenda del 7 ottobre per scopi sorretti dall’ideologia allora tutto riconduce al fenomeno della distrazione di massa verso ciò che avviene di altrettanto mortificante in altre latitudini.
Nessuno può dirsi assolto
Il quotidiano Il riformista evidenziando questa distrazione diffusa può allora scrivere con durezza: «È uno strabismo morale diventato sistema: l’indignazione non nasce più dal dolore ma dal calcolo politico. Dove mancano fondi, ideologie o nemici comodi da demonizzare, la compassione sembra evaporare».
Tuttavia, alzi la mano chi può assolversi da questo miserevole contagio. Dalla compassione che svanisce. Insomma, abbiamo un problema grande così. Siamo sempre più diseducati a vedere e a riconoscere. L’ideologia gioca sporco e ha buon gioco. Ma rimane il fatto che solo una riscoperta dell’umano può mettere fuorigioco l’ideologia disumanizzante.
Intanto, per non dimenticarcelo: El Fasher, la città martire, infine è caduta. Il Darfur piange i suoi molti e molti morti. I massacri a sfondo etnico contro la popolazione inerme proseguono. Il Sudan vive l’angoscia del sentirsi terra dimenticata.
Papa Leone XIV il 2 novembre pronunciava parole nette: “Seguo le tragiche notizie che giungono dal Sudan in particolare dal martoriato Darfur settentrionale: violenze indiscriminate contro donne e bambini, attacchi ai civili inermi e gravi ostacoli all’azione umanitaria stanno causando sofferenze inaccettabili a una popolazione già stremata da lunghi mesi di conflitto. Il Signore accolga i defunti, sostenga i sofferenti e tocchi i cuori dei responsabili. Rinnovo un accorato appello alle parti coinvolte per un cessate il fuoco e l’apertura urgente di corridoi umanitari”.
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