Il posto vuoto: nessuno si nomina da sé

Lo stress test da superare in quest’epoca di caos riguarda solo il come si riesce a conquistare un ruolo nel mondo. Ma è un processo difettoso in partenza. Perché contiene il desiderio di un’autoaffermazione portata all’ennesima potenza. Che produce interazioni malate. Sbilanciate. Dove l’altro è visto solamente come soggetto dipendente, funzionale. Questo metodo investe, prima di tutto, l’educazione e le relazioni in genere. E si tratta di un metodo malsano che impedisce l’autenticità del rapporto. In pratica: un rapporto mancato. Perché l’Io- crazia (per dirla con Lacan) non prevede l’esserci davvero per l’altro. L’io – crazia non concepisce che l’autorità gli venga riconosciuta dall’altro


24 aprile 2026
Autorità vs autoritarismo
di Lorenzo Buggio

Jill Freedman fotografa strada New York

C’è una notizia che mi porto dietro da qualche mese. Un professore stava costruendo la sua presenza sui social, tra dirette e contenuti divulgativi, quando è emerso qualcosa di scomodo: aveva ammesso, più o meno esplicitamente, di riservare un trattamento di favore agli studenti che lo seguivano online. Una specie di: Interagisci con me, e potresti ottenere qualcosa in cambio. La cosa ha fatto talmente tanto rumore da diventare un caso mediatico.

Chi educa e chi è educato

Non voglio fare il processo a questa persona. E devo essere onesto: non voglio nemmeno semplicemente unirmi al coro di chi si è scandalizzato. Trovo più interessante chiedermi perché quella vicenda mi è rimasta addosso
Credo che il punto sia questo: si parla tantissimo di educazione, negli ultimi anni. Da un lato c’è chi invoca nuovi modelli strutturati intorno all’empatia e all’ascolto. Dall’altro chi rimpiange la naja e le bacchettate, i tempi in cui i giovani erano davvero educati come se la paura fosse un metodo pedagogico. In tutto questo dibattito, però, c’è una domanda che non viene mai fatta: chi è l’educatore? Da dove viene la sua autorità? e soprattutto chi gliela dà?
Provo a partire da una definizione personale: educare significa, in qualche modo, aggiungere a un’altra persona qualcosa che non aveva: una conoscenza, una capacità, un modo di stare nel mondo. Fin qui è abbastanza condivisibile. Quello che invece non si dice quasi mai è che questo processo non dipende solo da chi educa. Dipende da chi viene educato. È l’altro lo studente, il figlio, il paziente che stabilisce se sei davvero in quel ruolo oppure no.

@Jill Freedman

Lacan su questo aveva una posizione che ho trovato illuminante, anche se va maneggiata con cura. Rifiutando ogni soluzione burocratica, che implicherebbe poter sapere in anticipo cosa sia un analista attraverso una serie di qualità e attributi che ne garantirebbero la qualifica, scelse di percorrere un’altra via. La sua formula, spesso citata e altrettanto spesso fraintesa, è: “Lo psicoanalista si autorizza soltanto da sé.” Non significa che chiunque possa dichiararsi analista per capriccio. Significa che nessuna istituzione, nessun titolo, nessuna commissione esaurisce la questione. Perché è il paziente, con la sua domanda, con quello che porta in seduta, che rende qualcuno analista nella pratica concreta.
Ora, so che si può obiettare: questo vale per la psicoanalisi, che è un caso particolare. Forse. Ma mi chiedo se il meccanismo non sia più ampio. Penso al genitore, per esempio. Il genitore adottivo è genitore esattamente quanto quello biologico e lo dico non come affermazione ideologica, ma come qualcosa che ha a che fare con cosa significa davvero quella parola. I miei genitori sono i miei genitori non perché mi abbiano generato, ma perché c’erano. Alle tre di notte quando stavo male. Nei momenti in cui avevo bisogno di qualcuno. Si può mettere al mondo un figlio e non essere mai stati genitori, se poi quel figlio viene lasciato solo. Questo non è un paradosso: è abbastanza letterale.

Dorothea Langeo Courtesy Library Of Congress USA

Il riconoscimento non si può negoziare

Torniamo al professore. Quello che mi ha colpito, più del singolo episodio, è la struttura relazionale che rivela. Una persona che si colloca in una posizione di autorità senza interrogarsi su cosa quella posizione richieda nei confronti di chi ha di fronte. Anzi: che usa quella posizione per creare dipendenza, per mettere gli studenti in una condizione in cui devono qualcosa a lui, non il contrario.
Lacan aveva un modo di nominare questa dinamica. La follia più radicale, diceva, è quella di porsi come padroni in casa propria: il folle è colui che si crede un Io, la follia è un’”Io-crazia”. Fuori dalla clinica, potremmo dirlo più semplicemente: c’è qualcosa che non funziona in chi deve continuamente ricordarti che ha autorità su di te.
Chi insegna ed educa davvero, di solito, non ha bisogno di dirtelo. E questo lo vediamo ogni giorno, in modo molto concreto. Ci sono classi in cui un docente non viene ascoltato, e non per cattiveria degli studenti. Ci sono corsi universitari a scelta che restano vuoti mentre altri traboccano. Il riconoscimento non arriva dalla cattedra. Non arriva dai follower. Non si può negoziare.
Non so se questo risolve la questione dello scandalo. Probabilmente no. Ma mi sembra che il punto vero non sia tanto la scorrettezza deontologica di quel professore che pure c’è. È che quella postura rivela un equivoco di fondo su cosa significhi stare in un ruolo educativo. L’equivoco di chi pensa che il ruolo preceda la relazione. Che basti occupare una posizione per esercitarla davvero. Non funziona così. Non in aula, non in famiglia, non in analisi. E forse vale la pena continuare a chiederselo, ogni volta che ci troviamo dall’altra parte.
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