Iran: perché al momento non è una rivoluzione
Protesta al culmine nella Repubblica Islamica, feroce repressione messa in atto dal regime di Teheran per annientarla. Il paese sull’orlo del collasso. Ogni giorno, per un verso o per l’altro, apre ad accelerazioni imprevedibili. Tuttavia, allo stato attuale, le proteste popolari non beneficiano di una leadership alternativa riconosciuta e autorevole. La figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, risulta impopolare. E non si capisce il ruolo che in concreto potrebbe avere l’America di Trump. Una cosa è certa: la profonda frattura tra stato e società non riguarda più solo la crisi di legittimità del sistema, bensì anche la sua capacità di sopravvivenza
16 gennaio 2026
Oltre le piazze
di Giorgia Perletta *
Da circa due settimane l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste popolari. Si tratta dell’ennesimo episodio di contestazione sociale e mobilitazione collettiva inserita in una lunga traiettoria di frustrazione e dissenso che perdura da oltre un decennio. A distinguere queste proteste da quelle del 2017/2019/2022 sono soprattutto il loro grado di radicalizzazione, la rapidità con cui si sono diffuse, la difficoltà di contenerle da parte delle forze di sicurezza, e il contesto internazionale in cui si collocano, caratterizzato da un Iran fortemente isolato e sottoposto alle pressioni e alle minacce di Stati Uniti e Israele.
Tra economia e politica
Innescate dagli scioperi proclamati dai commercianti del Gran Bazaar di Teheran, le manifestazioni si sono rapidamente estese, nel giro di pochi giorni, a quasi tutte le 31 province del paese. Sono state coinvolte sia le grandi città — tra cui Teheran, Mashhad, Tabriz, Kermanshah, Ilam, Hamedan e Kerman — sia centri minori come Lumar e Qaemiyeh. Alla base delle proteste vi è la grave crisi economica che colpisce trasversalmente ampi settori della società iraniana.
I commercianti denunciano il progressivo crollo del potere d’acquisto, la drastica svalutazione del rial — che nel mercato libero ha perso circa l’80% del suo valore rispetto al dollaro — e un tasso di inflazione che ha raggiunto il 42%. L’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, delle componenti elettroniche e la forte instabilità dei listini hanno spinto i negozianti del Gran Bazaar ad abbassare le serrande, dando origine a una serie di manifestazioni a catena. A queste si sono progressivamente uniti studenti universitari e diverse categorie di lavoratori e lavoratrici, accomunati dalle crescenti difficoltà economiche.
In breve tempo, le mobilitazioni hanno assunto una chiara dimensione politica: slogan di natura antisistemica hanno evidenziato il dissenso diffuso e il malcontento verso una classe dirigente percepita come incapace di rispondere ai bisogni della popolazione. Se da un lato le sanzioni internazionali, reintrodotte lo scorso settembre attraverso il meccanismo dello snapback, hanno senza dubbio aggravato la crisi economica, dall’altro il sistema politico iraniano non è riuscito a contenerne gli effetti. A pesare sono stati soprattutto un mismanagement strutturale, la corruzione, la mancanza di trasparenza e pratiche clientelari radicate.
Assenza di una leadership anti regime
In una fase iniziale, il presidente Pezeshkian aveva espresso la volontà di ascoltare la legittima voce di una popolazione soffocata dalla crisi economica, mentre le forze di sicurezza avevano adottato un atteggiamento attendista, evitando il confronto diretto con i manifestanti. Questa iniziale postura moderata da parte del sistema ha probabilmente favorito l’adesione di nuovi gruppi, contribuendo all’espansione delle proteste. Di fronte al loro dilagare, le autorità hanno però cambiato rapidamente strategia, ricorrendo a una linea dura e tentando di reprimere con forza le manifestazioni, fino ad arrivare all’oscuramento di internet su scala nazionale e all’imposizione di un blocco delle comunicazioni durato oltre quattro giorni. Si tratta di una misura ricorrente, adottata per impedire la diffusione di immagini all’estero e ostacolare il coordinamento tra i manifestanti.
Una decisione che ha immediatamente allarmato osservatori internazionali, preoccupati per la brutalità con cui le forze di sicurezza avrebbero potuto reprimere le proteste. Alcuni video sono comunque riusciti a superare la censura e a circolare fuori dal paese: pur in assenza di dati certi e verificabili, le immagini di decine, se non centinaia, di corpi riversi a terra hanno fatto rapidamente il giro del mondo, suggerendo che la repressione abbia colpito centinaia di manifestanti.
Le proteste non costituiscono un fenomeno inedito in Iran, ma si ripresentano con cadenza ciclica da oltre un decennio. In fasi diverse sono state animate dai lavoratori delle fabbriche, da insegnanti e infermieri, dai camionisti, dai giovani disoccupati delle periferie e anche dalle giovani donne: segmenti differenti della società iraniana che hanno portato in piazza istanze eterogenee, accomunate però da una profonda insoddisfazione nei confronti del sistema politico. Pur accomunati da rabbia e dissenso, i manifestanti non si rivedono in una leadership condivisa e riconosciuta. Il movimento di protesta si presenta come spontaneo, frammentato e scarsamente coordinato, soprattutto privo di un progetto politico alternativo capace di sostituirsi alla Repubblica Islamica.
La dispersione dell’opposizione e l’assenza di una forza strutturata e credibile all’interno del paese ne riducono l’efficacia, impedendone, almeno allo stato attuale, la trasformazione in un movimento rivoluzionario. A questa debolezza contribuisce anche la strategia perseguita dalla Repubblica Islamica, che nel tempo ha sistematicamente impedito e ostacolato l’emergere di una reale opposizione.
Una transizione con troppe incognite
L’unica figura chiaramente individuabile tra gli oppositori della Repubblica Islamica è Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, rovesciato dalla rivoluzione del 1979. Pur godendo del sostegno di una parte della diaspora iraniana e dell’appoggio dei governi di Stati Uniti e Israele, resta incerto il consenso di cui dispone all’interno del paese. Reza Pahlavi non presenta infatti un progetto politico chiaro e definito, né una struttura organizzativa o un piano credibile per una fase di transizione. Per queste ragioni difficilmente potrà acquisire una reale legittimità interna, soprattutto presso quel 40% di minoranze che vivono in Iran e che furono alienate e marginalizzate dalle politiche di persianizzazione e di modernizzazione forzata attuate dalla dinastia Pahlavi.
Gli slogan monarchici emersi durante questa nuova ondata di manifestazioni mettono in luce, da un lato, la disperazione di una popolazione che, non avendo alternative credibili, si mostra disposta ad accettare una transizione guidata dall’ex principe; dall’altro, evidenziano il vuoto politico e la profonda crisi di rappresentanza che caratterizzano l’attuale panorama dell’opposizione. Per anni si è creduto che il cambiamento, auspicato da gran parte della popolazione iraniana, sarebbe arrivato attraverso graduali riforme dall’interno, e senza bruschi sconvolgimenti. Il fronte riformista, guidato dall’ex presidente Mohammad Khatami, aveva infatti un ampio sostegno popolare e spaziava dal ceto medio, ai giovani studenti, alle donne e alle minoranze. Questa fazione, tuttavia, è stata sempre più estromessa e marginalizzata da parte delle istituzioni non elettive, parte del sistema istituzionale iraniano, e ad oggi risulta poco incisiva nei processi decisionali della Repubblica Islamica.
Scenari incerti e il ruolo di Trump
Se il cambiamento dall’interno appare estremamente complesso, un regime change imposto dall’esterno non è neppure l’opzione più desiderabile. Negli ultimi giorni, ha guadagnato sempre maggiore credibilità l’ipotesi di un coinvolgimento militare statunitense. Donald Trump potrebbe attaccare l’Iran e innescare una transizione di potere, simile a quanto accaduto all’inizio dell’anno in Venezuela. In tale scenario, la Guida Suprema Ali Khamenei potrebbe essere estromessa e il potere affidato a una figura degli apparati militari, lasciando così intatto il sistema istituzionale-politico e deludendo le aspettative della popolazione iraniana. Di fatto, la transizione avverrebbe a livello dei vertici, ma è difficile immaginare grossi cambiamenti nella gestione della cosa pubblica. Trump potrebbe optare per un compromesso che garantisca la sopravvivenza del regime in cambio di concessioni, magari sul programma nucleare. Se invece si verificasse il collasso della Repubblica Islamica, gli scenari risulterebbero più incerti e difficili da controllare. Quest’ultima eventualità appare, per i motivi indicati, la più remota.
La situazione in evoluzione non consente analisi definitive, ma in Iran la profonda frattura tra stato e società non riguarda più solo la crisi di legittimità del sistema, bensì anche la sua capacità di sopravvivenza.
* Ricercatrice presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Insegna Geopolitica e si occupa di Iran contemporaneo e storia del Medio Oriente