Iris Murdoch: «La grande arte ci insegna come guardare e amare la realtà»

Frammenti di pensiero luminoso della filosofa e scrittrice, irlandese naturalizzata britannica, che ha accettato di lottare con la verità, tratti da Esistenzialisti e mistici il libro che il Saggiatore ha rimandato in libreria. Nel cuore dei dilemmi del ‘900, la virtù che regge contro l’assurdo, l’amore più forte del nichilismo. Un’occasione sorprendente e coinvolgente per incontrare il percorso umano e culturale. vivace, autentico, provocante. Intenso come la realtà da conoscere per amarla


30 gennaio 2026
Una vita in cerca di guida
di Roberto Persico

Iris Murdoch 1987

L’esistenza di Iris Murdoch ha accompagnato buona parte del Novecento. Nata infatti all’indomani della guerra che ha catastroficamente inaugurato il secolo, nel 1919, si è spenta alla vigilia del nuovo millennio, nel 1999. E per tutto questo tempo – perlomeno, da quando ha raggiunto l’età della ragione – Iris Murdoch ha lottato con la verità.
Nei primi decenni, lo ha fatto nelle aule dell’università di Cambridge, dove ha studiato filosofia seguendo le lezioni di Wittgenstein e degli analisti inglesi, e poi l’ha insegnata, ispirandosi ai testi di Platone, di Kant, dell’amata Simone Weil. In un secondo tempo si è dedicata alla letteratura, affiancando alla scrittura di romanzi di successo una serie di riflessioni sul valore dell’attività letteraria. Sarebbe però sbagliato separare le due attività, o addirittura schierarle una contro l’altra, accusandola – come qualcuno ha fatto – di mettere troppa letteratura nella sua filosofia e viceversa. La realtà è diversa.
Come scrive George Steiner nella prefazione all’edizione originale inglese di Esistenzialisti e mistici, la raccolta (quasi) completa dei suoi testi di filosofia e di critica letteraria che oggi Il Saggiatore rimanda in libreria, «nella vita professionale, nella oeuvre complessiva di Iris Murdoch, filosofia e letteratura sono assolutamente inseparabili».
Così, «quasi a ogni capoverso, i saggi e le lezioni presentate in questo volume mostrano non soltanto un generoso contenuto filosofico, ma rivelano la Murdoch scrittrice». «A essere costantemente in discussione – prosegue Steiner – è la definizione di Bene, affinché la vita possa trovare una guida nella sua luce. Su questo sfondo, Iris Murdoch pronuncia il suo credo: “L’arte e la morale sono una cosa sola […] La loro essenza è la stessa. L’essenza di entrambe è l’amore, e l’amore è la capacità di cogliere l’individuale. Amore significa comprendere, ed è molto difficile, che qualcosa altro da sé è reale. L’amore, e quindi l’arte e la morale, sono la scoperta della realtà”».

2 Josef Koudelka – Croag Patrick Pilgimage Ireland 1972 © Josef Koudelka Magnum Photos

L’indicazione di Steiner è ripresa nell’introduzione all’edizione italiana firmata da Luisa Muraro, che di Iris è sempre stata grande lettrice ed estimatrice, e lega l’originalità del suo pensiero al semplice fatto che è una donna: «la radicalità di quella proposta […] potrebbe semplicemente ridursi al fatto che lei era una donna che metteva i piedi in un mondo tradizionalmente di uomini, facendo capitare qualcosa d’inedito nella vita stessa del pensiero, qualcosa come la fine del separatismo del logos in un mondo di uomini».
«Penso dunque – argomenta Muraro – che la filosofia le venne incontro come la possibilità di ragionare su quello che stava capitando: al mondo e a lei, insieme […]: “Per me i problemi filosofici sono i problemi della mia stessa vita”». «A lei si deve riconoscere di avere scoperto e teorizzato il valore cognitivo della letteratura in filosofia morale e di avere istituito una feconda analogia fra moralità e arte, fra l’agente morale e l’artista, in aperto e difficile contrasto con una cultura filosofica che inseguiva di preferenza il paradigma scientifico». «L’intera filosofia di Iris Murdoch, oso dire, si caratterizza per un’espressione che le è caratteristica, “c’è più di questo”, di cui lei stessa riconosce e precisa che è “una posizione metafisica ma non una forma metafisica”.
“Più di questo”: più di quello che possiamo costatare, più di quello che le filosofie del nostro tempo ci fanno vedere, ma anche, sullo sfondo, più di quello che possiamo mai dirne». «Il punto esatto di corrispondenza fra le tre [Virginia Woolf, Iris Murdoch, Simone Weil] è la lotta contro l’irrealtà. […] La lotta contro l’irrealtà è etica, politica, teoretica, è pratica artistica, pratica di vita quotidiana, è affare del filosofo, dell’artista, dell’uomo comune, senza soluzione di continuità».
Chiusa questa sommaria introduzione, è arrivato il momento di lasciare la parola a Iris. Proponiamo dunque qualche brano della sua riflessione, nella speranza che possa spingere a riscoprire una delle pensatrici più interessanti della seconda metà del Novecento, ancora potentemente attuale. Al lettore il piacere di scoprire le consonanze con altri autori a lui cari.

L’arte, la letteratura, la realtà

«L’esistenzialismo rappresenta l’espressione più immediata di una coscienza senza Dio. È l’erede dell’ottocentesco orgoglio luciferino presente nell’individuo e nei progressi della scienza ed è, o tenta di essere, allegramente senzadio. Perfino la sua famosa depressione è una modalità della soddisfazione. Da questo punto di vista l’uomo è Dio. L’atteggiamento mistico costituisce una risposta successiva, un secondo tipo di riflessione sulla stessa questione, in cui emerge il preoccupante sospetto che l’uomo, dopotutto, non sia Dio.
L’eroe mistico è un uomo in bilico, ma non è diviso tra volontà e natura, bensì tra natura e bene. È un uomo che ha rinunciato alla religione tradizionale, ma è ancora ossessionato dal senso di realtà e unità che trasmette un mondo spirituale.
La virtù dell’eroe mistico è l’umiltà. Mentre l’eroe esistenzialista è un uomo ansioso che cerca di imporre o di trovare se stesso, l’eroe mistico è un uomo ansioso che cerca di disciplinare, purificare e sminuire se stesso. L’eroe esistenzialista è una versione aggiornata dell’eroe romantico: forte e abbandonato da Dio, lotta coraggiosamente, sinceramente e da solo.
Il mistico è la versione aggiornata dell’uomo di fede che crede nella bontà anche in mancanza di garanzie religiose, è colpevole e confuso ma non ha perso la speranza. È una figura che ci rincuora perché, seppur fragile e senzadio, è ancora capace di intuire la presenza di un bene autorevole».
«L’arte (la grande arte) era solita costringere al silenzio e annientare l’io. Si contemplava quietamente qualcosa la cui autorità ci rendeva ignari di noi stessi. Si era “tutt’occhi”».
«La grande arte ci ha insegnato che la virtù può essere rappresentata anche indipendentemente da un preciso sfondo sociale, attraverso un richiamo più generale alla nostra conoscenza dell’uomo e della sua fragilità. La virtù che eccelle gratuitamente, senza un fine preciso, slegata dalla religione e dalla società, ci sorprende nell’arte così come fa spesso nella vita reale: la gentilezza di Patroclo nel pieno di una guerra cruenta, la fedeltà di Cordelia in una corte di adulatori.
L’estrema casualità della vita umana e l’evidenza della morte rendono forse sempre la virtù, nel momento in cui vengono rimossi i suoi illusori fondamenti, qualcosa di gratuito, ma anche qualcosa che è assolutamente in primo piano nella nostra esistenza, insieme a beni evidenti come mangiare abbastanza e non avere paura. Ed è in questo modo, credo, che essa si manifesta nella migliore letteratura. La bontà è indispensabile, bisogna essere buoni, senza secondi fini, per ragioni immediate e ovvie, perché qualcuno ha fame o perché qualcuno sta piangendo».

Iris and John


«Lo scrittore è sempre stato importante, ed è ora essenziale, come portatore di verità e difensore delle parole. (C’è solo una cultura e le parole sono il suo fondamento).
Ma oggi egli è minacciato in entrambi questi ruoli. Non credo tuttavia che la sua voglia di combattere sia stata indebolita dalla scomparsa delle teologie: forse è addirittura vero il contrario. Lo scrittore potrebbe rivelarsi alla fine il salvatore della razza umana. Raccontare qualcosa è fondamentale quasi quanto la cosa e, per quanto molti scrittori possano voler smettere di raccontare storie, per ragioni artistiche o di moda, è molto probabile che il racconto faccia sempre di nuovo irruzione sulla scena in forme inedite. Mediante la narrazione di storie, la virtù continuerà a essere rappresentata, nonostante la scomparsa delle vecchie filosofie».
«Non credo che la produzione tradizionale di opere d’arte stia giungendo al termine, né che dovrebbe finire. Il fatto di rendersi conto che l’arte è in parte fondata sull’ordinaria confusione umana, sull’incoerenza, la casualità e il sesso non le toglie valore, né gliene toglie la consapevolezza che sia parzialmente costituita proprio da tutto ciò. La grande arte, in particolar modo la letteratura, contiene un implicito riconoscimento, innato e autocritico, della propria incompletezza; accetta e celebra la confusione e lo sconcerto, gli effetti del mondo sulla mente umana. Andrej Siniavskij ha definito l’arte quella cosa che dice la verità per mezzo dell’assurdo e che conduce alla semplicità.
È una definizione importante. L’arte crea un luogo di precisione in mezzo al caos, inventando un linguaggio tramite il quale si possono amorevolmente osservare i dettagli contingenti e in cui le verità più ovvie vengono esposte con semplice autorità».
«Nel caso del romanzo la cosa più importante da rivelare, non necessariamente l’unica, ma incomparabilmente la più importante, è che esistono altre persone. In verità è il fatto di realizzare che esiste un’immensa e variegata realtà al di fuori di noi a provocare un iniziale senso di terrore, e, dopo essere arrivati a una comprensione, di euforia e di potere spirituale. Ma ciò che questa esperienza ci porta, nella sua forma più importante, è la capacità di vedere ciò che ci circonda in quanto consiste di altri individui umani. È lo spettacolo di questa molteplicità, se siamo in grado di coglierla (cosa non facile), a indurre un senso di euforia e di potere e a ricordarci, per usare le parole di Kant, il nostro destino oltremondano».
«La comprensione degli altri è un compito che non ha mai fine. Quest’uomo possiederà “spirito” nello stesso modo in cui lo intende Pascal quando dice: “Più un uomo è dotato di spirito, più sarà capace di scoprire uomini originali”. E il miglior nome per questo spirito non è ragione, e neppure tolleranza, ma amore». «L’amore è conoscenza dell’individuo».

Le attrici Judi Dench Kate Winslet impersonano Iris Murdoch giovane e anziana nel Film Iris Un amore vero 2001 – diretto da Richard Eyre

La morale, la virtù, la libertà

«Quando ero giovane pensavo, come accade a tutti i giovani, che la libertà fosse il fondamento di tutto. Più avanti cominciai a pensare che si trattasse invece della virtù. Ora inizio a sospettare che libertà e virtù siano concetti che dovrebbero essere messi al proprio posto da una più essenziale riflessione sulla giusta qualità della vita umana, qualità che inizia al livello del cibo e del riparo».
«La virtù non è essenzialmente o immediatamente implicata nella scelta tra azioni o regole o ragioni, né ci fa progredire d’un balzo nella rivelazione della personalità.
È coinvolta nell’effettiva scoperta dell’esistenza di altre persone. Anche questa è libertà reale, ed è impossibile non sentire che la creazione di un’opera d’arte è lotta per la libertà. La libertà non coincide con la scelta; […] la libertà è conoscere, comprendere e rispettare cose molto diverse da noi. La virtù in questo senso è interpretata come conoscenza e ci mette in relazione con la realtà».
«La libertà non è l’improvviso saltare della volontà isolata dentro e fuori da una struttura logica impersonale; la libertà è una funzione del tentativo progressivo di vedere un particolare oggetto in modo chiaro. Il mio suggerimento è che si possa semplicemente introdurre l’idea di attenzione, o osservazione. Scelgo solo all’interno del mondo che vedo, nel senso morale di “vedere”, che implica che la visione chiara è il risultato dell’immaginazione morale e dello sforzo morale. Se si considera il lavoro di attenzione, il suo prodursi incessantemente e il suo costruire impercettibilmente intorno a noi strutture di valore, non si sarà poi sorpresi di constatare che nei momenti cruciali della scelta, la maggior parte dell’operazione della scelta è già stata assolta. Questo non implica che non siamo liberi, certamente no. Ma implica che l’esercizio della libertà è un compito che viene svolto a piccoli passi e continuamente, non un grandioso saltare qua e là senza alcun ostacolo nei momenti importanti. La vita morale, da questo punto di vista, si svolge in maniera continua, non è qualcosa a cui si stacca la spina fra una scelta morale esplicita e la successiva. Quello che accade negli intervalli fra tali scelte è infatti cruciale».
«Il cambiamento e le conquiste morali sono lenti; non siamo liberi nel senso di essere capaci di cambiare noi stessi all’improvviso, poiché non possiamo cambiare all’improvviso quello che vediamo, e quindi quello che desideriamo e che ci si impone. Se presto attenzione nel modo giusto, non avrò scelta, e questa è la condizione estrema a cui aspirare. È qualcosa di cui parlano i santi e che qualunque artista comprende senza difficoltà. L’idea di un rispetto paziente e affettuoso verso una persona, una cosa, una situazione, presenta la volontà non come movimento non ostacolato ma come qualcosa di molto più simile all’”obbedienza”. Volontà e ragione non sono nell’agente morale facoltà del tutto separate. La volontà influisce continuamente sulla convinzione, nel bene e nel male, ed è idealmente in grado di influenzarla attraverso un’elevata attenzione alla realtà. Questo è ciò che Simone Weil intende quando dice che “la volontà è obbedienza, non risoluzione”. In effetti, […] la filastrocca bizzarra che cantavo nella mia infanzia, “Chi spazza una stanza secondo le Tue leggi, fa bene quello e fa una buona azione”, non diceva una sciocchezza. Il compito dell’attenzione viene esercitato continuamente, si “osserva” anche nei momenti apparentemente vuoti e quotidiani, trasformando quelle piccole osservazioni in sforzi dell’immaginazione che producono risultati cumulativi importantissimi».

Iris Murdoch presso la sua casa

Dove arte e morale si incontrano

«[Il bene] è sempre “al di là” ed è da questo “al di là” che esercita la propria autorità […], ed è nel lavoro dell’artista che riusciamo a cogliere più chiaramente tutta l’operazione. Oltre l’arte e la critica, c’è solo l’idea affascinante e non rappresentabile del bene, che non è tanto “vuota” quanto misteriosa. E questo vale anche per la sfera della condotta umana». «Quasi tutta l’arte è una forma di fantasia‑consolazione e solo pochi artisti raggiungono la visione del reale. Il talento dell’artista può essere usato senza difficoltà, e in modo del tutto spontaneo, per produrre un’immagine il cui scopo è quello di consolare, di aumentare il prestigio del suo autore e di proiettare le sue ossessioni e i suoi desideri privati. Far tacere ed espellere l’Io, contemplare e rappresentare la natura lucidamente, non è facile e richiede una grande disciplina morale.
Il grande artista è, rispetto al proprio lavoro, un uomo buono e, nel senso più vero del termine, un uomo libero. Il fruitore dell’arte ha un compito analogo a quello di colui che la produce: la sua disciplina deve essere tale da permettergli di cogliere nell’opera tutta la realtà che l’artista è riuscito a vedere, e di non “usarla come magia”. Il riconoscimento della bellezza nell’arte o nella natura è una via d’accesso del tutto adeguata (e non soltanto un’analogia) alla vita buona, poiché consiste nel tenere sotto controllo l’egoismo per vedere la realtà.
L’arte più grande è “impersonale” perché ci mostra il nostro mondo e non un altro, con una chiarezza che sorprende e delizia semplicemente perché non siamo abituati a osservare il mondo reale.
La grande arte ci insegna come guardare e amare la realtà senza doversene impadronire e senza doverla usare, senza renderla per forza parte dell’avido meccanismo del sé».
«Il grande artista vede i suoi oggetti in un’ottica di giustizia e misericordia (e questo vale in ogni caso, sia che essi siano tristi, assurdi, repellenti o perfino malvagi).
L’attenzione è diretta, contrariamente a ciò che avviene di solito, verso l’esterno, lontano dal sé che riduce tutto a una falsa unità, verso la grande e sorprendente varietà del mondo, e ciò che rende capaci di dirigere l’attenzione in questo modo è l’amore.
Saper liberare l’anima dalla fantasia significa possedere la capacità di amare, cioè di vedere. La libertà, che è il giusto traguardo dell’uomo, è libertà dalla fantasia, vale a dire realismo della compassione. Ciò che ho definito fantasia, la proliferazione di immagini e scopi abbaglianti ed egocentrici, è in se stessa un potente sistema di energia e la maggior parte di ciò che viene chiamato “volontà” o “spontaneità” appartiene a questo sistema.
A opporsi al sistema in questione è l’attenzione alla realtà ispirata dall’amore e fatta di amore».