Cosa succederebbe se si decidesse, un bel momento, di dire le cose come stanno, rinunciando a grandi proclami e a deboli promesse, senza cercare il consenso immediato.

LaPresse

Cosa succederebbe se si decidesse, un bel momento, di dire le cose come stanno, rinunciando a grandi proclami e a deboli promesse e smettendo di guardare al consenso immediato? E se si ammettesse di non essere stati in grado di riformare l’assetto della macchina pubblica e tanto meno di tutelare le fasce più fragili ed esposte ai grandi cambiamenti? E ancora, se si dicesse chiaramente che l’economia non è una scienza esatta e in questo momento ci vorrebbe la sfera di cristallo per comprendere che cosa può dare vero e duraturo impulso allo sviluppo e che questo implica non solo la crescita del Pil? Insomma, se si iniziasse a far passare l’idea che in risposta ai burocrati europei e agli “stregoni” della comunicazione, c’è bisogno di più politica, non di meno politica?

Conosciamo i grandi problemi in cui siamo immersi: a livello europeo le regole che andavano bene per i paesi più forti non potevano andare bene per quelli più deboli, ma sono state comunque imposte, in un sistema capitalistico mondiale in cui le risorse finanziarie hanno smesso di essere sostegno dell’economia reale, quindi dello sviluppo locale e dell’occupazione. Si è smesso di pensare che “l’unione fa la forza”, quindi si è abbandonata una politica internazionale comune: nessun nuovo “piano Marshall”, nessuna solidarietà tra ricchi e poveri, nessuna visione di lungo periodo.

Poi ci sono i problemi di casa nostra. Ci portiamo dietro una storia difficile e per certi versi poco chiara. Errori nella politica economica del passato: il rapporto debito/Pil è raddoppiato, già negli anni Ottanta, per il clientelismo di governi che hanno aumentato la spesa pubblica corrente con atteggiamento da cicala. Alcune regioni hanno perpetuato il metodo delle regalie senza programmazione, che ha affossato quasi definitivamente una parte del Paese. Parte del mondo bancario italiano è tuttora in crisi, per lo stesso clientelismo e per l’ubriacatura della finanziarizzazione. Si è dimenticato l’autentico valore delle iniziative “dal basso” (sussidiarietà orizzontale), non è stata fatta alcuna riforma dello Stato e non si è risolto il problema tra Stato e cittadino.

Tutto ciò ci ha portato impreparati alla sfida della globalizzazione che ha imposto nuove regole alle imprese, dando impulso a quelle che sono state in grado di fare un salto, ad esempio, internazionalizzando, e acuendo gli effetti della crisi su quelle che non sono state in grado di cambiare.

A tutto questo si aggiunge la questione delle pressioni esterne. A distanza di anni, la tangentopoli del ’92, intervenendo giustamente ma selettivamente e con l’accetta su una parte dei corrotti, si dimostra sempre più un colpo di Stato governato da forze estranee al Paese, per favorire privatizzazioni a favore di pochi e l’estinzione di quasi tutti i partiti popolari. Una tangentopoli mai finita, perché alcuni dei cosiddetti “Pm d’assalto” sono intervenuti per anni nella vita politica, sconvolgendola con l’aiuto di rivelazioni giornalistiche su segreti istruttori senza alcun riscontro reale e penale (vedi per tutti l’inchiesta Why not).

Lo scenario si è completato con il totale discredito della classe politica, che non è stata all’altezza di una reazione adeguata, scadendo nella ricerca del consenso immediato, usando le scorciatoie del pressapochismo e della propaganda, apparendo più alla televisione che nei ministeri.

In definitiva, siamo sicuri che gli italiani non possano capire e forse anche accettare il fatto che in questo frangente, al di là delle responsabilità, serve che tutti siano disposti a rinunciare a qualcosa?

Innanzitutto favorendo la creazione di posti di lavoro, aumentando la produttività e la competitività, sostenendo le imprese che valgono, diminuendo le tasse non in modo generico, ma a chi offre occupazione, a chi esporta e a chi investe. Reintroducendo anche l’intervento dello Stato, laddove sia necessario, in ottica keynesiana, attuando un grande piano per il Sud che ne valorizzi le grandi possibilità come luogo non periferico ma al centro del Mediterraneo (ricordando Federico II). Rilanciando le grandi infrastrutture e soprattutto l’istruzione libera e paritaria, media e superiore, che sono il più grande fattore moltiplicativo di sviluppo e uguaglianza. E, nello stesso tempo, attuando quell’abbandonato federalismo fiscale basato sui costi standard e la spending review, che elimina gli sprechi. Così come rilanciando quelle riforme istituzionali necessarie, anche dopo il fallimento del referendum, e battendosi senza proclami avventuristici e controproducenti, per una Europa diversa, più equa, solidale e vicina ai cittadini.

Questo può essere il vero Governo del cambiamento: anche con le stesse forze a patto che accettino di essere impopolari, anche se scomode. Con questi modi si possono anche perdere le elezioni, ma nel tempo si costruisce un consenso stabile e soprattutto si aiuta il Paese. Winston Churchill vinse la guerra ma fu sconfitto nelle elezioni del 1948. Poi rivinse nel 1953. Chissà cosa sarebbe successo se avesse tenuto più al suo posto di potere che alle sue scelte politiche.