Josif Brodskij «La parola libera non è quella che dice tutto, ma quella che custodisce il mistero del dire»
In un tempo dove le parole si sprecano – il parlare a vanvera è ormai una costante pericolosa – sprecandone così il senso profondo, la freschezza delle considerazioni del premio Nobel per la Letteratura (1987) restituisce centralità essenziale al linguaggio smarcandolo alla radice da una condizione di prigionia. Dalla perdita della parola come luogo di libertà. Il che significa non la libertà di dire tutto ciò che si vuole dire, ma la libertà che scaturisce dal dire ciò che non si può tacere. Una lezione magistrale del poeta russo, di origine ebraica, riparato negli Usa per salvarsi dalla persecuzione del regime sovietico
17 ottobre 2025
Il linguaggio dimenticato
di Marco Dotti
C’è una libertà che non coincide con quella, ben nota, “di parola”. È una libertà che si genera prima. Nasce nella parola stessa: nel suo nascere, c’è il suo rischio. Nel suo farsi spazio, tra silenzio e senso, c’è il pericolo. Pericolo che qualcosa rompa il filo fragile e sottile tra una forma e il suo senso. Non è la libertà di dire tutto ciò che si vuole dire, ma la libertà che scaturisce dal dire ciò che non si può tacere. Una libertà che non si misura nel diritto, ma nell’esperienza.
Dal piano politico al piano ontologico
Quando Josif Brodskij riceve il Nobel per la Letteratura nel 1987 ha quarantasette anni. «La libertà non è uno stato politico, è uno stato dell’anima», spiega nel suo Discorso di accettazione. La formula, tanto semplice quanto vertiginosa, apre un varco: la libertà come condizione interiore, frutto dell’immaginazione e non dell’amministrazione. Ecco, allora, che Brodskij lega la libertà all’esperienza della parola, alla capacità di creare nuovi significati là dove il linguaggio appare esausto o oppresso.
Nel suo discorso sposta la questione dal piano politico a quello ontologico: «Se l’arte insegna qualche cosa (all’artista, in primo luogo) è la privatezza della condizione umana. […] Un’opera d’arte, specialmente di letteratura, e in particolare una poesia, si rivolge a un uomo tête-à-tête, entrando con lui in relazione diretta, senza intermediazioni».
L’arte, per Brodskij, non emancipa le masse e non redime i popoli: salva l’individuo, restituisce l’io a sé stesso, dinanzi a un noi anonimo e divorante. È questa necessaria restituzione a fondare una forma di libertà radicale, che precede ogni appartenenza collettiva. Scrivere, leggere, ascoltare — sono atti che restituiscono all’essere umano la sua “privatezza”, cioè la sua irriducibilità. La sua differenza, si direbbe oggi.
L’autentica libertà, in questa prospettiva, nasce dall’atto creativo. Non da una rivendicazione, ma da una necessità. In un mondo in rovina, la parola è l’unico luogo abitabile. Anche nell’esilio. La poesia diventa, così, il laboratorio di un’anima che si oppone alla riduzione e alla semplificazione. Quando sostiene che «l’estetica è la madre dell’etica» è a una genealogia che si riferisce: l’etica nasce dal modo in cui percepiamo e ordiniamo il mondo, dal nostro senso della forma, della misura, del limite.
«Ogni nuova realtà estetica rende la realtà etica dell’uomo più precisa. Perché l’estetica è la madre dell’etica; le categorie di “buono” e “cattivo” sono, in primo luogo, estetiche, e almeno etimologicamente precedono le categorie di “bene” e “male”».
L’arte, dunque, non consola. Ferisce. Serve a rendere più acuto lo sguardo, più profonda la responsabilità. Se la si può definire un esercizio di libertà perché obbliga a scegliere, a distinguere, a “vedere diversamente”. Nelle parole e nelle immagini, si manifesta una forza che ci costringe a sostare nella complessità.
Il poeta non è padrone delle parole
Brodskij insiste sulla lingua come condizione di libertà. La lingua è un organismo vivente, una forza che attraversa l’uomo e lo trascende. Il poeta non è padrone delle parole, ma loro ospite. Ogni lingua è un corpo che ricorda e dimentica; il poeta lo abita come si abita una casa viva. «Uno che scrive una poesia», ricorda, «scrive perché la lingua lo richiede, o più semplicemente, perché gli detta la riga successiva». La libertà, allora, non è dominio sulla lingua, ma disponibilità ad ascoltarla, a lasciarsi condurre da essa verso ciò che non si conosce ancora.
«Questa dipendenza è assoluta, dispotica; ma si svincola pure. […] Mentre è sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora un’energia centrifuga colossale imparziale dal suo potenziale temporale — che è, per ogni tempo, il futuro. […] Il poeta è un mezzo per l’esistenza della lingua — o, come ha detto il mio amato Auden, che è colui di cui essa vive».
In questa relazione tra lingua e uomo si gioca il senso più profondo della libertà: non un atto di possesso, ma di restituzione. La parola libera non è quella che dice tutto, ma quella che custodisce il mistero del dire. È nella fedeltà alla lingua — alla sua complessità, alla sua opacità, alla sua capacità di mutare — che la libertà si rinnova.
Nel suo discorso Brodskij contrappone la lingua, che è “oggi”, allo Stato, che è “ieri”:
«La lingua e la letteratura sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. […] La filosofia dello stato, la sua etica – per non parlare della sua estetica – sono sempre manifestazioni di un “ieri”. La lingua e la letteratura sono sempre manifestazioni dell’“oggi”, e spesso […] possono rappresentare anche un “domani”».
Il linguaggio è più resistente della politica perché appartiene al futuro, non al potere. Scrivere significa introdurre nel mondo una dissonanza, un punto, un punto e virgola, “un meno” — qualcosa che interrompe la sequenza delle uniformità e restituisce un volto a ciò che altrimenti resterebbe numero.
Il vero rischio è l’indifferenza, non la censura
È significativo che per Brodskij la poesia non sia un monologo ma una “conversazione tête-à-tête”. In questa relazione esclusiva tra scrittore e lettore nasce una “uguaglianza di coscienza” che è il nucleo stesso della libertà. Non la libertà di dire, ma la libertà di essere toccati da una voce altra. La parola, in questo senso, è relazione, non emissione: è uno spazio condiviso, ma non pubblico; un incontro che sottrae, non che espone.
«Un romanzo o una poesia non è un monologo, ma la conversazione di uno scrittore con un lettore, una conversazione, ripeto, che è molto privata, e che esclude tutti gli altri – se si vuole, mutualmente misantropica. E nel momento di questa conversazione lo scrittore è uguale al lettore, e viceversa. […] Questa uguaglianza è uguaglianza di coscienza».
Qui la libertà non è assenza di vincoli, ma presenza di attenzione. È una pratica della precisione. L’etica, per Brodskij, comincia quando l’estetica costringe a vedere l’altro come irriducibile. La parola, quando è viva, non semplifica: apre, incrina, resiste. La libertà che nasce dalla parola è dunque una forma di resistenza alla riduzione, una fedeltà al complesso, al non risolto.
Nel nostro uso quotidiano, la parola rischia di diventare trasparente, cioè vuota. Si riflette solo su sé stessa, non riflette più il mondo. È parola che non dice, ma ripete. Parola che sostituisce l’esperienza, che la anticipa o la cancella. È questo, oggi, il pericolo più sottile: la perdita della parola come luogo di libertà.
Brodskij scriveva che «la tragedia russa è proprio la tragedia di una società in cui la letteratura si è rivelata essere la prerogativa della minoranza». Il vero rischio non è la censura, ma l’indifferenza. Non è la persecuzione, ma l’anestesia linguistica. Il crimine più grave contro la parola, afferma, è “non leggere i libri”.
«Per questo reato, una persona paga con la sua vita; se l’autore del reato è una nazione, essa paga con la sua storia».
La parola è libertà non perché autorizza a dire, ma perché impedisce di smettere di pensare. È un esercizio di coscienza. “Il vero pericolo per uno scrittore”, osserva Brodskij, “è trovarsi ipnotizzato dalle caratteristiche dello Stato”. La parola autentica, invece, rompe l’ipnosi.
La libertà della parola non è garantita da un sistema politico, ma dalla condizione interiore di chi pensa e sente liberamente. Per questo Brodskij poteva dire, con disarmante semplicità: «È meglio essere un fallito in democrazia che un martire o un membro dell’élite in una tirannia». La parola libera è quella che nasce dalla solitudine, non dall’obbedienza.Ma questa libertà non è un privilegio. È un compito. Brodskij invita ogni individuo a diventare lettore, cioè interlocutore della lingua. «Non c’è dubbio nella mia mente», scrive, «che, se avessimo scelto i nostri dirigenti sulla base della loro esperienza di lettura e non per i loro programmi politici, ci sarebbe molto meno dolore sulla terra».
La lettura, come la scrittura, non è un’attività innocente. È un esercizio morale, un modo di stare nel mondo. Chi legge si misura con la complessità, accetta la lentezza, riconosce l’altro. È attraverso la parola che l’uomo si scopre “creatura estetica prima che problema etico”.
«In un rispetto antropologico, lo ripeto, l’essere umano è una creatura estetica prima di essere un problema etico. […] Se ciò che ci distingue dagli altri membri del regno animale è la parola, allora la letteratura – e la poesia, in particolare, è la sua forma più alta – è, per dirla senza mezzi termini, lo scopo della nostra specie».
La libertà, in questa visione, non è un diritto da esercitare ma una forma di vita da praticare. È la conseguenza di un rapporto con la lingua che non è strumentale, ma spirituale. Scrivere e leggere sono modi per sottrarsi all’omologazione, per abitare l’intervallo tra parola e silenzio.
Oggi il pericolo non viene dalla tirannia, ma dall’eccesso di parole che non nascono più dal bisogno di Parola. La parola, per Brodskij, deve restare necessaria, cioè legata alla fame di senso. Laddove la parola è automatica, la libertà scompare.
Per questo l’incontro con la poesia — e con la lingua che resiste — resta un atto politico nel senso più profondo. È un atto di attenzione. È la difesa dell’umano contro la sua riduzione a schema, a calcolo, a esattezza senza tensione.
Scrivere: un acceleratore straordinario di pensiero
Brodskij ci consegna una libertà fragile, ma irriducibile. Non la libertà di dire ciò che si vuole, ma di continuare a cercare le parole che mancano. Una libertà che non si garantisce, ma si conquista ogni volta che si accetta di entrare nel rischio del linguaggio: là dove la parola non è consumo, ma creazione; dove il silenzio non è assenza, ma ascolto; dove la libertà è il movimento stesso del pensiero che si fa voce.
«Colui che scrive una poesia scrive soprattutto perché scrivere versi è un acceleratore straordinario di coscienza, di pensiero, di comprendere l’universo. […] Si cade nella dipendenza da questo processo, nello stesso modo in cui altri cadono in dipendenza della droga o dell’alcool. Colui che si trova in questo tipo di dipendenza dal linguaggio è, credo, quello che chiamano un poeta.»
La libertà che nasce nella parola non libera dal mondo: lo attraversa, lo nomina, lo ricrea. Attende che l’alba ritorni. Con gioiosa certezza.