La Gaza reale non è un rendering
Mentre i predatori del XXI secolo pensano a skyline e a ricostruzioni solo in odore di affari, padre Gabriel Romanelli ricorda al mondo che in quella terra il popolo continua a soffrire, è alla fame, non ha più nulla. Parole necessarie in un momento in cui è calato un silenzio imbarazzante sulla Striscia. Si vuole voltare pagina in fretta. Perché il business, secondo politici spregiudicati che controllano la comunicazione globale, non ha tempo da perdere. Questo è il volto brutale del nuovo potere mondiale. Architettato da chi non concepisce i limiti di sorta a propri piani. Da sostenitori aggressivi e fans dell’inconcepibile. Ma forse non sanno che il vero inconcepibile è l’imprevisto che nella storia manda all’aria i sistemi perfetti oggettivamente disumani e violenti
30 gennaio 2026
Editoriale
C’è il Board of peace per Gaza. E c’è Gaza. Quella vera.
Mica i grattacieli che svettano su rendering tutto colore dei soldi. La Gaza del quotidiano dice di altre cose, anche se interessa sempre meno ciò che dice. Quasi fosse ormai un fastidio soffermarsi sull’evidenza del dolore. Si avverte la fretta di voltare pagina. Si corre per costruire in nome del real estate. Un ottimo affare per chi si presenta con un ego grande così. A Gaza siamo passati dalla realtà nuda e cruda ai plastici del real estate. Ma è un criterio che, alla bisogna, si può mettere in atto laddove fa più gola. Quando entra in azione l’ego non c’è limite che possa anche solo frenarlo. Nella Gaza sotto attacco dei ‘super ego’ i grossi bombardamenti non ci sono, ma “nessuno vede la fine e la guerra continua nonostante i segni di distensione: ci vuole molto di più”. Padre Gabriel Romanelli, il missionario argentino, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, nei giorni scorsi ha inviato un messaggio drammatico, eppure non rassegnato, alla fondazione pugliese L’isola che non c’è.
Il sacerdote dice che adesso ci vuole molto più. Ed è difficile pensare che per lui l’adesso di Gaza sia dare il là a progetti di fantasmagoriche skyline. Per la semplice ragione che “la maggior parte della popolazione soffre perché non ha luoghi sicuri in cui vivere, vive sotto le tende e con una insicurezza sanitaria tremenda. Centinaia di migliaia di persone soffrono di malattie respiratorie e gastrointestinali. Pure noi assieme alla maggior parte dei nostri 450 rifugiati ci siamo ammalati, abbiamo una specie di influenza e problemi di digestione per i quali è molto difficile trovare le cure”.
Costruzione e costruzioni
Questa è la realtà a Gaza. Questo è lo stato delle cose. La Chiesa è lì, opera, soccorre, costruisce sulle macerie. Insomma: c’è costruzione e costruzioni. Padre Romanelli è preciso nel raccontare la fotografia: “Noi cerchiamo di continuare a fare del bene sempre, attraverso l’aiuto inestimabile del Patriarcato latino. “Pur in presenza di più prodotti nel mercato, le persone non hanno soldi per acquistarli perché hanno speso tutto durante la guerra e perché hanno perso il lavoro, oltre alle loro case. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio. Abbiamo rincominciato le lezioni del terzo anno e, quindi, diamo la possibilità di studiare a quegli alunni che possiamo aiutare, però i numeri sono molto ridotti, sono circa 162 gli alunni che possiamo ricevere perché le nostre scuole sono piene di rifugiati”. Ecco quel che un testimone ci restituisce della vita vera a Gaza. Un testimone che mai ha abbandonato quel luogo, mai si è allontanato da quel popolo sofferente e provato allo stremo.
Il caos è il sigillo dei potenti
Il Board of peace per Gaza, ascoltate le parole di padre Romanelli, è qualcosa di davvero troppo stonato. È il nuovo corso di chi sta facendo tesoro di una situazione caotica, di chi vuole portare in saccoccia tutto e di più: business e potere. Potere e business. «Il caos non è più l’arma dei ribelli, ma il sigillo dei potenti», scrive il saggista e consigliere politico Giuliano Da Empoli in L’ora dei predatori. Il nuovo potere mondiale visto da vicino (Einaudi Stile Libero). E aggiunge per rimarcare la deriva in atto: «In questo nuovo mondo, tutti i processi in corso saranno spinti alle estreme conseguenze, nessuno di essi sarà contenuto o governato in alcun modo ‘pedal to the metal’, piede a tavoletta degli accelerazionisti diventa l’unica opzione possibile».
Gli accelerazionisti hanno gioco facile ad operare in un mondo che si è dimenticato dei limiti. I predatori si crogiolano nella capacità di generare o di beneficiare di choc continui. La spregiudicatezza è il loro rumoroso e frastornante passo di marcia. Gaza è ora un magnifico laboratorio dove far trionfare la propria spregiudicatezza.
Il momento è d’oro. In tutti i sensi. Solo per loro. Ancora Giuliano Da Empoli: «La finestra di opportunità che esisteva fino a ieri per la creazione di un sistema di regole si è rinchiusa. L’idea stessa di un limite alla logica della forza, della finanza e delle criptovalute, alla fuga in avanti dell’IA e delle tecnologie convergenti, o al precipitare dell’ordine internazionale verso la giungla, è uscita dall’ambito del concepibile».
L’era dell’inconcepibile
È vero, quel che stiamo vivendo sembra proprio il trionfo dell’era dell’inconcepibile. Ma la storia è sempre stata attraversata da fasi inconcepibili, ‘illimitate’. Che si sono superate, però. Perché l’inconcepibile, espressione del super ego, non è comunque un sistema perfetto. Perché l’inconcepibile dei predatori non può annullare quell’inconcepibile che si chiama imprevisto. Questo vale per Gaza sofferente e abbracciata nel quotidiano da padre Romanelli, per i curdi martoriati in Siria dal regime post Assad e abbandonati dai predatori perché ormai merce di scarto, inservibile. E per tutti i popoli violentati. E per ciascuno noi.