La gratitudine e la mancanza
Oggi prevale l’assenza dell’essere grati verso l’altro o verso qualcosa che ci accade. Come se la soddisfazione dovesse arrivare sempre un attimo dopo. Si tratta di una distrazione esistenziale per ciò che già c’è. Figlia di una malintesa concezione del migliorarsi. Eppure la gratitudine è apertura della finestra sugli altri, sul mondo. Perché ci restituisce uno sguardo attento alla relazione, non centrato sulla mancanza
31 ottobre 2025
Ritorno al presente
di Lorenzo Buggio
Quante volte ci fermiamo davvero a essere grati per ciò che viviamo?
Non grati in modo formale, come quando si dice “grazie” per cortesia, ma grati nel senso profondo del termine: sentire, dentro, che qualcosa ci è arrivato e che vale la pena riconoscerlo.
Eppure, se ci pensiamo, la gratitudine è un’emozione che oggi fatichiamo a sentire.
Siamo abituati a essere soddisfatti, delusi, arrabbiati, stanchi, ma “grati” raramente. È come se questa parola fosse uscita dal nostro vocabolario emotivo, un po’ impolverata, quasi fuori moda.
Viviamo in un mondo dove la spinta principale è quella del fare di più, ottenere di più, essere di più.
La logica del “più”
Da psicologo, ma anche da persona che vive immersa nella stessa realtà di tutti, vedo quanto questa logica del “più” condizioni il modo in cui ci raccontiamo. Ogni traguardo è sempre messo a confronto con qualcosa di ulteriore:
Ti sei laureato? Potevi farlo prima.
Hai trovato lavoro? Potevi cercarne uno migliore.
Hai comprato casa? Potevi prenderne una più grande.
È un continuo slittamento in avanti, come se la soddisfazione dovesse sempre arrivare dopo, e mai ora. Sui social questa dinamica è evidente: c’è sempre qualcuno che si sveglia prima, corre di più, viaggia più spesso, ha una vita apparentemente più piena. Viviamo costantemente dentro il confronto, e questo confronto rende quasi impossibile fermarsi, guardare ciò che abbiamo e dire semplicemente: mi basta, per adesso va bene così.
Lo psicologo e filosofo Erich Fromm scriveva che “chi è concentrato sull’avere non riesce a sentire gratitudine, perché ogni cosa è un mezzo per avere di più”. E forse è proprio questo il punto: finché siamo orientati al “più”, non possiamo essere davvero presenti a ciò che già c’è.
Fermarsi per riconoscere
Della gratitudine ci si accorge dal fermarsi. Dal fare un piccolo passo indietro e osservare la propria vita non come una lista di obiettivi, ma come un percorso in cui, nonostante tutto, qualcosa di buono è accaduto. Non è una resa, né un accontentarsi. È una forma di consapevolezza.
È il momento in cui, anche dentro la fatica, riusciamo a vedere una luce, una persona, un gesto, una presenza. A volte questo “fermarsi” accade proprio in terapia, quando una persona, dopo mesi di lavoro su di sé, inizia a dire “mi rendo conto che nonostante tutto, qualcuno c’è stato per me”. Quel passaggio è prezioso. È come se la gratitudine aprisse una finestra sull’altro, restituendo uno sguardo meno centrato sulla mancanza e più attento alla relazione.
Un esempio dalla musica: Ernia e la gratitudine
In questo mese mi è capitato di soffermarmi sull’ultima traccia del nuovo album di Ernia, Per denaro e per amore. Per chi non lo conoscesse, Ernia, nome d’arte di Matteo Professione, classe 1993, è un cantautore e rapper milanese che negli ultimi anni ha saputo dare alla musica urban italiana un tono più introspettivo e narrativo. Nei suoi testi parla spesso di fragilità, relazioni, disillusione e ricerca di senso: temi molto più umani che “di moda”.
L’ultima canzone del disco si intitola proprio “Sii grato”. Ernia racconta di come, anche dopo il successo, si ritrovi spesso a guardare gli altri e pensare che loro abbiano più di lui, più tempo, più serenità, più libertà. È un pensiero che, in fondo, abbiamo tutti.
Ma l’artista piuttosto che soffermarsi su questo nel testo si sofferma invece sull’essere grato. In quel momento si accorge che, nonostante tutto, nella sua vita ci sono cose belle, persone, legami, possibilità. Mi ha colpito perché, con parole semplici, racconta qualcosa che vedo spesso nei miei colloqui: il momento in cui ci si accorge che, per quanto imperfetta, la propria storia contiene anche molto di buono. Basta saperlo guardare.
Gratitudine e consapevolezza
Essere grati non significa essere ciechi di fronte alle difficoltà. Anzi, la vera gratitudine nasce proprio dal riuscire a tenerle insieme: riconoscere ciò che non va, ma anche ciò che funziona. È una forma di consapevolezza adulta, che include la complessità.
Quando una persona riesce a dire “sono grato, anche se non è tutto perfetto”, ha già fatto un passo importante verso un modo più pieno e meno giudicante di stare nella vita.
E, forse, la gratitudine ha molto a che fare con la compassione: verso sé stessi, verso gli altri, verso la vita così com’è.
Come scriveva Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento: “Tutto può essere tolto a un uomo, tranne una cosa: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a ciò che accade”.
Dunque, concludendo, forse la gratitudine non è qualcosa che si impara davvero, ma qualcosa che si riscopre. È un gesto semplice, quasi silenzioso, che ci invita a guardare con occhi nuovi quello che spesso diamo per scontato. Essere grati non significa negare la fatica o la mancanza, ma riconoscere che, accanto a esse, c’è anche altro: una presenza, un’occasione, un frammento di bellezza che merita spazio.
In un tempo che ci spinge costantemente verso il “più”, la gratitudine ci riporta all’“adesso”.
È un modo per tornare a casa, per abitare la nostra vita così com’è, con tutto ciò che contiene. E forse, proprio lì, tra la consapevolezza e la semplicità di un grazie sincero, ritroviamo il senso più autentico di noi stessi.