La «macchina celibe» del digitale potrà incontrare la Sposa?
Viviamo un tempo scivoloso dove è forte il rischio della meccanizzazione dell’umano. Laddove la macchina appare sempre più soggetto autonomo, autosufficiente, pervasivo. Con tutto quel che ne consegue e potrebbe conseguirne in termini di deficit della persona relazionale proprio perché la macchina è incapace di relazione, per l’appunto “celibe”. Eppure attrattiva, padronale. Ma permane la possibilità di un recupero dell’umano. E questa possibilità su quale pilastro può reggere la sfida? Certamente non opponendosi alla macchina. Mossa insensata. Forse, convolandovi a nozze… La libertà dell’uomo è ancora una variabile misteriosa che può affascinare.
19 settembre 2025
Seduzione e soddisfazione
di Marco Dotti
Ogni evento, nell’istantaneità con cui si manifesta, sembra sottrarsi all’esperienza diretta e, al tempo stesso, radicarsi in un immaginario sociale sempre più segnato da fragilità. In questa condizione resta poco spazio per la speranza. Eppure, ai margini – dove ancora sopravvivono la parola poetica, la letteratura o l’arte – si aprono spiragli critici. Non promesse, ma possibilità: esili aperture capaci, forse, di incrinare l’apparente compattezza del presente.
Il vetro di Duchamp: la “erranza” del desiderio
È in questo orizzonte che Chiara Giaccardi e Mauro Magatti collocano il loro nuovo saggio, Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo? (Il Mulino). Riprendono una metafora di Marcel Duchamp: la macchina che appare autonoma e autosufficiente, ma che in realtà resta chiusa, incapace di generare vita, desiderio o relazione. Un’immagine che trova la sua espressione più radicale nel Grande Vetro (La mariée mise à nu par ses célibataires, même), realizzato tra il 1915 e il 1923.
Duchamp concepisce il Grande Vetro come un congegno enigmatico e paradossale: due ampie lastre di vetro suddividono lo spazio dell’opera in due mondi distinti e inconciliabili. In alto domina la figura della Sposa, simbolo del desiderio, «oggetto del desiderio» inaccessibile e idealizzato; in basso si muovono gli Scapoli, incapaci di raggiungere la Sposa, condannati a un eterno circuito privo di compimento. Duchamp mette in scena così una tensione tra attrazione e impossibilità, tra ingegno meccanico e realtà psichica, costruendo una macchina che seduce perché mai giunge a soddisfare. È proprio nel fallimento di questa tensione – negli spari che mancano il bersaglio, nei movimenti ripetitivi che non generano l’unione – che il desiderio viene mostrato nella sua natura più profonda: permanente, insoddisfatto e generatore di forme nuove. Il vetro, fragile e trasparente, diventa il teatro in cui si rappresenta non tanto la realizzazione, quanto l’attesa e la “erranza” del desiderio, l’incapacità dell’automazione di surrogare la relazione autentica.
Una critica potentissima al nostro mondo. Duchamp stesso sottolinea come l’arte non sia mai un atto solitario: «L’atto creativo non è compiuto dall’artista da solo; lo spettatore mette l’opera in contatto con il mondo esterno decifrandone e interpretandone le qualità interiori, e in questo modo aggiunge il proprio contributo all’atto creativo.» Ma qui non è di creatività che parliamo; la macchina celibe espone non la nascita, bensì la deriva del desiderio e il suo farsi simulacro, generatore di voci, pensieri, immagini che proliferano in assenza di relazione.
Si genera così ciò che si potrebbe chiamare – quasi per un general intellect malato – una sorta di non coscienza collettiva, amplificata dagli algoritmi.
Il general intellect, secondo Marx, indica non solo l’intelligenza tecnica e cognitiva accumulata nella società, ma anche la dimensione socialmente condivisa della conoscenza, che esprime la forza collettiva dei soggetti attraverso relazioni, saperi, esperienze e collaborazioni. Quando questa intelligenza sociale viene ridotta a puro funzionamento meccanico e impersonale – mediato dalla tecnologia e svuotato di relazione – si indebolisce la dimensione comunitaria del desiderio, e il rischio è che la socialità si sclerotizzi in automatismi incapaci di generare senso e apertura al nuovo.
L’epoca del grande controsenso
L’immagine è di rara potenza. Bene hanno fatto gli Autori a richiamarla. Duchamp mostra come il desiderio, centrale nell’esperienza umana e artistica, possa essere travolto o impotente entro una macchina chiusa e asociale, incapace di generare relazione autentica o vita sociale.
Ed è proprio questo il punto centrale del lavoro di Magatti e Giaccardi: viviamo l’epoca di un grande controsenso. Il mondo digitale nasce come medicina per curare la frammentazione sociale del nostro tempo, ma finisce per amplificare proprio ciò che dovrebbe guarire. È come se avessimo inventato un farmaco che, nel momento stesso in cui allevia un sintomo, ne scatena altri più gravi.
La contraddizione è stridente: mai come oggi siamo stati così connessi eppure così soli, così informativamente ricchi eppure così confusi, così tecnologicamente potenti eppure così fragili nei rapporti umani. Le nostre creazioni artificiali acquisiscono tratti sempre più umani – imparano, si adattano, quasi “comprendono” – mentre noi esseri umani sembriamo svuotarci della nostra umanità più profonda, trasformandoci in esecutori meccanici, automi sociali che funzionano ma non vivono davvero.
Il rischio è quello di una solitudine operativa: individui che producono, consumano, reagiscono con efficienza, ma hanno perduto la capacità di incontrare veramente l’altro, di tessere relazioni autentiche, di immaginare insieme un domani diverso.
Da qui nasce l’urgenza di reinventare il modo stesso di pensare la convivenza umana: una nuova visione che non sia né tecno-entusiasta né tecno-fobica, ma che rimetta al centro la dimensione spirituale – intesa come capacità di dare senso, creare legami, progettare futuro – della vita sociale. La domanda cruciale diventa: riusciremo a governare questa trasformazione o ne saremo travolti?
L’automatizzazione formale
Nel libro, la metafora duchampiana diventa chiave interpretativa per leggere il presente digitale. Le «macchine celibi» incarnano il funzionamento stesso della megamacchina contemporanea. La razionalizzazione digitale, nell’analisi degli Autori, non si limita a informatizzare i processi, ma li trasforma in procedure automatiche che tendono a inglobare anche il senso, l’immaginazione, la memoria. Dalla liberalizzazione e dispersione del senso propria della modernità liquida si passa alla sua automatizzazione formale: algoritmi e reti neurali trattano parole, immagini, comportamenti come flussi di dati, calcolando correlazioni e probabilità ma svuotandoli della loro ricchezza simbolica.
In questo scenario, il rischio non è soltanto tecnico, ma antropologico.
Più aumenta l’efficienza dei sistemi, più gli individui interiorizzano logiche performative e standardizzate, misurano ogni azione in termini di risultati immediati, perdono tempo e capacità per l’attenzione profonda, per la cura, per il pensiero critico. Lo stesso desiderio, dà spazio di resistenza come per i surrealisti, diventa una «trance guidata», alimentata da piattaforme che profilano e anticipano gusti e scelte. È il paradosso di una libertà che si ritrae nell’istante del consumo, mentre la vita collettiva si frammenta in episodi, notifiche, immagini senza legame.
Macchine chiuse o dispositivi aperti?
Riconoscere l’ambivalenza «farmacologica» della tecnica – insieme rimedio e veleno – ci consentirebbe di pensare la digitalizzazione non come strumento di uniformazione e controllo, ma come occasione per nutrire l’intelligenza vitale delle persone e dei gruppi. La sfida è culturale prima che tecnologica: recuperare la dimensione simbolica e comunitaria del sapere, educare all’interpretazione e alla responsabilità, creare spazi in cui la memoria condivisa, l’immaginazione e la cooperazione possano rigenerarsi.
Considerare le nostre tecnologie non come macchine chiuse ma come dispositivi aperti, capaci di sostenere relazioni e progetti comuni. Solo così la «macchina celibe» del digitale potrà incontrare la Sposa: smettendo di girare a vuoto e tornando a generare vita sociale, desiderio condiviso, futuro.