La repubblica tecnologica di Alexander Karp l’alleato di Peter Thiel

Dalla fascinazione per il pensiero di Jurgen Habermas alla folgorazione per Donald Trump. Il volo a planare, tra intuizioni, azzardi culturali, esaltazione per una tecnologia forte, che deve diventare arma di offesa per essere vera deterrenza. Ritratto del fondatore insieme a Peter Thiel di Palantir Technology e CEO della società, attraverso la lettura di due libri: Il filosofo nella Valley e La repubblica tecnologica. Una biografia nata da numerosi incontri con il tecno-imprenditore e un testo che rappresenta un vero e proprio manifesto politico e culturale che brama un patto tra Silicon Valley e Stato – nazione per la difesa dell’Occidente


24 aprile 2026
Il filosofo armato
di Marco Dotti

Chi è Alexander Karp? La domanda ha una risposta anagrafica immediata: cofondatore e CEO di Palantir Technologies, l’azienda di data analytics nata nel 2003 con finanziamenti della CIA e divenuta fornitrice di software per le agenzie di intelligence, l’esercito statunitense e decine di governi alleati. Ma la domanda ha anche una risposta più profonda, che due libri usciti nel 2025, letti in parallelo, tentano di articolare da angolature complementari.
Il primo, Il filosofo nella Valley di Michael Steinberger, è una biografia giornalistica basata su anni di incontri con Karp, i suoi collaboratori, i suoi ex compagni di Haverford e Stanford, i colleghi di Palantir. Il secondo, La repubblica tecnologica, scritto dallo stesso Karp con Nicholas Zamiska (con prefazione di Federico Rampini per l’edizione italiana), è un manifesto politico-culturale: un pamphlet che invoca un nuovo patto tra Silicon Valley e Stato-nazione per la difesa dell’Occidente.
Letti insieme, i due testi compongono un ritratto a tutto tondo. La biografia illumina le radici psicologiche e sociali delle posizioni espresse nel manifesto. Il manifesto conferisce struttura alla traiettoria biografica. Su tutto, la figura di un soggetto senza equivalenti nella classe imprenditoriale contemporanea. Un CEO che ha studiato con Habermas a Francoforte, ha scritto una dissertazione sull’antisemitismo secondario analizzando un discorso di Martin Walser, non ha mai imparato a guidare, non ha figli, vive in case frugali tra il New Hampshire e la Norvegia, pratica il tai chi, conserva il telefono in una gabbia di Faraday e intrattiene rapporti simultanei con due donne in regime di «monogamia geografica». Steinberger lo racconta nel prologo del suo libro con una certa precisione. L’espressione «geograficamente monogamo» è attribuita a un suo collega di Palantir, che la usa come battuta affettuosa per spiegare come Karp passi la vita in viaggio e le due relazioni si svolgono in luoghi diversi, probabilmente in paesi diversi, e non si sovrappongono mai fisicamente.
Al netto di tutto, Karp sfugge a ogni categoria psico-sociologica convenzionale.

La formazione. La vulnerabilità come motore

L’infanzia di Karp a Mount Airy, il quartiere “integrazionista” di Philadelphia, è la prima chiave interpretativa. Steinberger ricostruisce una costellazione familiare segnata da tensioni precise. Il padre, Bob Karp, medico di origine ebraico-tedesca, portava i figli al Philadelphia Museum of Art a guardare la statua di Icaro: un monito contro l’ambizione che il figlio avrebbe poi letto come tentativo di contenimento. La madre, Leah Jaynes Karp, artista afroamericana, pronipote di un ex schiavo, si era avvicinata all’ebraismo dopo un soggiorno giovanile in Israele. Il matrimonio stesso, nella lettura di Karp, nasce come gesto di virtue signaling razziale del padre, e questa consapevolezza retroattiva alimenterà la sua ostilità verso la politica identitaria.
La diagnosi di dislessia a otto anni e l’inserimento nella Cornman School per disabilità dell’apprendimento segnano il primo grande trauma formativo. Karp stesso lo definisce la più grande avversità della sua vita, e il punto in cui la dislessia si interseca con l’identità birazziale e l’ebraismo per generare quella che diventerà la sua categoria esistenziale dominante: la vulnerabilità. Come Karp riassume con la crudezza di un’autoanalisi: sei un ragazzino razzialmente ambiguo, ebreo, di estrema sinistra e dislessico; la conclusione logica è che sei nei guai.
La dissoluzione del matrimonio dei genitori nel 1985, con il padre che rifiuta di pagare il college e costringe la madre a indebitarsi per le rette di Haverford, aggiunge una variabile economica all’equazione. Ogni semestre è un’incertezza sulla propria permanenza. Steinberger cita il fratello Ben: la paura di essere espulsi per morosità non abbandonava mai Alex. Questa precarietà genera in Karp una determinazione che, trasferita vent’anni dopo nell’impresa, si tradurrà in quella che lui chiama obsessive conviction: Palantir esiste perché il mondo è pericoloso, e il pericolo è personale.

Francoforte. Il debito intellettuale e le sue torsioni

Il passaggio a Francoforte, dopo un’esperienza alla Stanford Law School giudicata dallo stesso Karp come i tre anni peggiori della sua vita adulta, rappresenta la svolta. Karp arriva in Germania senza parlare tedesco. In tre mesi raggiunge un livello che stupisce i colleghi. Si inserisce nel colloquio settimanale di Habermas a Goethe Universität, dove lavora alla sua dissertazione: un’analisi del discorso di Martin Walser del 1998 sull’antisemitismo secondario, l’idea (coniata dalla Scuola di Francoforte) che i tedeschi non avrebbero mai perdonato gli ebrei per Auschwitz. Karp costruisce, attingendo a Parsons, Adorno e Freud, un framework per analizzare come il linguaggio crei legami di gruppo fondati su un rancore collettivo e su un desiderio inconscio di violenza verso l’oppressore percepito.
Il rapporto con Habermas è oggetto di una contestazione documentata da Steinberger. Karp afferma che Habermas fu il suo Doktorvater per un periodo, ma Habermas minimizzava, precisando che era già prossimo al pensionamento e che aveva rifiutato di fare da secondo lettore della tesi, inviando una lettera di tre pagine in cui lodava alcuni aspetti del lavoro ma dubitava della competenza linguistica di Karp nel campo del tedesco letterario. La direttrice effettiva della dissertazione fu Karola Brede, specialista in psicologia sociale. La stessa Brede dichiara di non vedere alcun nesso tra la tesi e la carriera successiva di Karp. Un dettaglio rilevante, perché smentisce la lettura proposta nel 2020 da Moira Weigel (Harvard) in un saggio polemico che cercava nella dissertazione il DNA ideologico di Palantir come strumento di sorveglianza.
Eppure, l’esperienza francofortese lascia segni profondi. La Germania diventa il luogo della sua appartenenza emotiva, non solo intellettuale. Karp vi scopre una libertà sessuale e sociale che contrasta con il puritanesimo americano. Forma un circolo di amicizie tra la comunità ebraica e l’università. Partecipa come narratore a un documentario su Richard Plant, autore di un libro sul cosiddetto “triangolo rosa”, la persecuzione nazista degli omosessuali. Ma soprattutto interiorizza la lezione centrale della Scuola di Francoforte: le democrazie liberali non sono date una volta per tutte, sono fragili, esposte alla regressione barbarica e la loro difesa richiede un impegno costante, anche tecnologico.

La repubblica tecnologia. Anatomia di una proposta

La repubblica tecnologica traduce questa sensibilità eccentrica in un progetto politico articolato in quattro parti. Il cuore della tesi può essere riassunto facilmente in una formula: la Silicon Valley ha smarrito la strada. Ha tradito la vocazione originaria (collaborazione tra industria privata e Stato per la difesa e il progresso collettivo, dal Progetto Manhattan a Internet via DARPA) per rifugiarsi nel mercato dei consumi (social media, app di food delivery, piattaforme pubblicitarie). Contemporaneamente, lo Stato si è ritirato dall’innovazione, delegando al mercato scelte che hanno conseguenze strategiche. Il risultato è un deficit di modernizzazione che rende l’Occidente vulnerabile di fronte ad avversari (Cina, Russia, Iran) che non separano ricerca tecnologica e obiettivi militari.
Karp invoca così un nuovo Progetto Manhattan per l’AI bellica. Sciami di droni autonomi, sistemi di targeting basati sull’intelligenza artificiale, armi software che rimpiazzino l’hardware convenzionale (portaerei, caccia F-35, carri armati) come strumento decisivo della deterrenza. Citano dati precisi: il Dipartimento della Difesa USA ha stanziato solo 1,8 miliardi di dollari per l’AI nel 2024, cioè lo 0,2% del budget complessivo della difesa. Nel frattempo, tre delle sei principali aziende mondiali di riconoscimento facciale hanno sede in Cina, e un team dell’Università di Zhejiang ha già sviluppato sciami di droni capaci di coordinarsi autonomamente in una foresta di bambù.
La struttura argomentativa del libro è deliberatamente eclettica. Karp e Zamiska passano da Vannevar Bush a Jefferson e Franklin (ingegneri-politici ante litteram), dall’unicorno disegnato da GPT-4 alla lunga pace nucleare teorizzata da John Lewis Gaddis, dalle api di Lindauer agli storni di Giorgio Parisi, dall’improvvisazione teatrale di Keith Johnstone agli esperimenti sul conformismo di Solomon Asch e Stanley Milgram. L’impasto di riferimenti è quello di chi vuole legittimare la propria posizione non come tecnocratica ma come umanistica. L’appello è alla tradizione della republic of letters, unita alla ricerca di una potenza di fuoco.

L’impoverimento del pensiero americano

La seconda parte del manifesto, dedicata all’impoverimento del pensiero americano, è forse la più ambiziosa e la più esposta alla critica. Karp e Zamiska ricostruiscono una genealogia culturale che parte dallo smantellamento dei corsi di Western Civilization nelle università americane tra gli anni Sessanta e Ottanta, passa per la secolarizzazione radicale della sfera pubblica (con citazioni da Stephen L. Carter e dal suo The Culture of Disbelief), e arriva alla formazione di una classe di ingegneri informatici culturalmente agnostici: capaci di creare algoritmi pubblicitari per Google ma incapaci di rispondere alla domanda su cosa valga la pena difendere come nazione.
Il bersaglio polemico è duplice. Da un lato, la sinistra postmoderna che ha dissolto ogni possibilità di identità collettiva nel nome dell’inclusività universale: tollerare tutto significa non credere in nulla, scrivono gli autori, citando Fukuyama sull’impossibilità epistemologica del postmodernismo. Dall’altro, la classe tecnologica che ha rinunciato a ogni responsabilità civica, come i dipendenti di Google che nel 2018 hanno firmato una petizione contro il Progetto Maven «sanno cosa rifiutano, ma non sanno per cosa combattono». I dati sono eloquenti: quasi la metà dei laureati di Harvard nel 2023 si è indirizzata verso finanza e consulenza. Le lauree in discipline umanistiche sono scese dal 14% al 7% tra il 1996 e il 2010.
La tesi si regge su un impianto concettuale che ha radici precise. La critica habermasiana alla crisi di legittimità dello Stato (quando le promesse tacite o dichiarate non vengono mantenute, il sistema perde consenso), la sociologia di Talcott Parsons sulla frustrazione e l’aggressività sociale, la riflessione di Ágnès Heller sulla distinzione tra giusto e buono (la giustizia è l’ossatura; la vita buona è carne e sangue). Ma il passaggio dall’analisi culturale alla prescrizione politica è il punto in cui il manifesto mostra le sue tensioni interne più acute.

Di Paul Fusco

Le idee più pericolose: un inventario critico

Se si dovesse stilare un inventario delle proposte più radicali contenute nei due testi, l’elenco includerebbe almeno sei nuclei tematici che meriterebbero, ognuno, un’analisi dettagliata.
Primo. La reintroduzione della leva obbligatoria. Karp e Zamiska riprendono la proposta del deputato Charles Rangel (che l’ha presentata sette volte al Congresso): una nazione non dovrebbe combattere guerre affidandone il costo umano a un esercito di soli volontari reclutati tra le classi meno abbienti. Nell’agosto 2006, solo tre dei 535 membri del Congresso avevano un figlio arruolato. La proposta costringe a una riflessione sulla distribuzione sociale del rischio bellico.
Secondo. Un nuovo Progetto Manhattan per l’AI bellica. Non un programma di ricerca tra gli altri, ma una mobilitazione comparabile a quella che produsse la bomba atomica. L’argomentazione poggia sul concetto di deterrenza software: nella formula schellinghiana che Karp cita, la violenza, per essere coercitiva, deve essere prevedibile. Le armi AI devono essere non solo superiori, ma percepite come tali dall’avversario.
Terzo. La critica frontale al pacifismo tecnologico. La posizione è argomentata con un passo talmudico che Karp cita nella Repubblica tecnologica: «se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo per primo». Il pacifismo è il lusso di chi vive sotto l’ombrello della deterrenza americana senza pagarne i costi, scrivono gli autori. È anche, più sottilmente, un modo per evitare i compromessi morali insopportabili della geopolitica.
Quarto. L’idea che la Silicon Valley debba al governo un debito morale non saldato. Il personal computer, Internet, il GPS nascono tutti dalla DARPA e da finanziamenti militari. Mariana Mazzucato, citata dagli autori, ha documentato questa amnesia collettiva. La proposta di Karp non è astratta, poiché Palantir ha già operato questa scelta, rifiutando dal 2003 di fare affari con Cina e Russia. La coerenza biografica rafforza l’argomento.
Quinto. La dissoluzione della distinzione tra offensivo e difensivo nel software. Quando Google, nel 2018, difese la sua partecipazione al Progetto Maven sostenendo che il lavoro era solo per scopi non offensivi, Karp e Zamiska smontano la distinzione come cavillosa e irrilevante dal punto di vista dei soldati in prima linea. La posizione implica una revisione radicale dell’etica applicata alla tecnologia militare.
Sesto. Il concetto di aristocrazia aperta. Attingendo a Digby Baltzell (The Protestant Establishment, 1964), Karp e Zamiska sostengono che ogni repubblica ha bisogno di un’aristocrazia del talento, a patto che resti permeabile a nuovi ingressi e non degeneri in casta. La sfida è che l’86% del valore delle 50 maggiori aziende tecnologiche mondiali è generato negli Stati Uniti, in larga parte nella West Coast. Una concentrazione di potere senza precedenti nella storia economica moderna, che richiede nuove forme di responsabilità e accountability.

Karp vs Karp. Convergenze e fratture

La lettura incrociata dei due libri rende visibili le linee di continuità e le contraddizioni tra l’uomo e il progetto. Steinberger documenta un Karp che, nel 2019, si definiva neo-socialista e dichiarava che difendere la democrazia liberale significava difendere l’Occidente in modo inequivocabile. Lo stesso Karp, nel 2024, annuncia di votare democratico e contro Trump pur condannando la cultura woke. Ma nel luglio 2025, racconta Steinberger nell’epilogo del suo lavoro, Karp è pienamente allineato con Trump, loda l’attacco alle installazioni nucleari iraniane (in cui il software Palantir ha giocato un ruolo proprio con il Progetto Maven), minimizza le preoccupazioni sulla democrazia americana sostenendo che il paese ha ancora una magistratura pienamente funzionante, e liquida i critici della sinistra con una formula che suona come un atto d’accusa: non voglio più conversazioni infinite su Trump, perché l’altra parte è totalmente irresponsabile.
La traiettoria ha una sua coerenza interna, che è quella della single-issue politics, la sicurezza nazionale come valore non negoziabile. Karp lo dichiara esplicitamente: sono un single-issue voter, e la mia questione è la sicurezza nazionale. Impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari è una necessità esistenziale. Tutto il resto, inclusa la polemica sull’immigrazione e le politiche di ICE, è subordinato a questo calcolo. La frase che chiude il libro di Steinberger riassume la posizione con una sintesi quasi cinica: essere impopolari paga i conti.
Il dato più rilevante, però, è un altro. Karp non è un imprenditore che ha scoperto la politica. È un intellettuale che ha scelto l’impresa come strumento. La sua dissertazione su Walser e l’antisemitismo secondario non è una curiosità accademica, ma il nocciolo del suo apparato concettuale. La paura del fascismo non è retorica, ma è il residuo di un’infanzia birazziale, ebraica e dislessica in una Philadelphia governata da Frank Rizzo. La difesa dell’Occidente non è una posizione geopolitica astratta, ma è la proiezione su scala globale di un bisogno di protezione che precede qualsiasi riflessione strategica.

La mentalità ingegneristica come antropologia

La terza parte della Repubblica tecnologica merita attenzione per un aspetto che trascende la dimensione aziendale. Karp non si limita a descrivere la cultura organizzativa di Palantir (gerarchie fluide, status come bene strumentale e non intrinseco, rifiuto delle riunioni rituali, distribuzione dell’autonomia ai margini dell’organizzazione secondo il modello dello sciame di api). Propone l’idea che la mentalità ingegneristica sia una forma di vita, non una competenza tecnica.
Le fonti che richiamate da Karp sono notevoli. Keith Johnstone e la teoria dell’improvvisazione teatrale (lo status come attributo recitato, non fisso), Konrad Lorenz e il comportamento delle taccole (le gerarchie animali come specchio delle gerarchie aziendali), Peter Drucker e il modello dell’orchestra sinfonica (contatto diretto tra direttore e musicisti, senza livelli intermedi), e soprattutto Asch e Milgram, i cui esperimenti sul conformismo e sull’obbedienza all’autorità diventano, nella lettura del CEO di Palantir, la diagnosi della patologia fondamentale della vita aziendale e istituzionale. Una patologia che sarebbe tutt’uno con la resa del giudizio individuale di fronte alla pressione del gruppo e alla gerarchia. Se due terzi dei soggetti di Milgram erano disposti a somministrare scosse potenzialmente letali a un estraneo innocente su ordine di un’autorità in camice, quanto sarà facile ottenere che un ingegnere talentuoso rinunci a costruire ciò che sa essere giusto per conformarsi alla cultura del suo peer group?

Un’estetica della sopravvivenza

Il capitolo finale della Repubblica tecnologica si intitola Una prospettiva estetica. Non sembra un vezzo. Karp vi sostiene che la rinuncia al giudizio estetico (cosa è bello, cosa vale la pena costruire) è il correlato della rinuncia al giudizio etico (cosa è buono, cosa vale la pena difendere). La tendenza postmoderna a evitare affermazioni normative ha minato anche la capacità di esprimere affermazioni descrittive sulla verità. Il rifiuto della bellezza è il rifiuto della trascendenza. E senza trascendenza, non c’è progetto collettivo che tenga.
La proposta avanzata è, dunque, di trattare l’ingegneria del software come un’arte e la difesa nazionale come un’estetica della sopravvivenza. L’iPhone «è davvero il massimo parto della nostra creatività?», si chiede Karp citando Peter Thiel. Il metro dovrebbe essere il salto radicale del programma Apollo, non il progresso incrementale dei gadget di consumo. La frase di David Graeber che Karp fa propria è rivelatrice: «dove sono finite le auto volanti? campi di forza, i raggi traenti, le capsule per il teletrasporto, le slitte antigravità, i tricorder, le medicine per l’immortalità, le colonie su Marte e tutte le altre meraviglie tecnologiche che ci aspettavamo di vedere fin da bambini, tra la metà e la fine del Novecento?».

Un profilo al bivio

I due libri documentano, così, una figura che si colloca a un bivio della storia intellettuale e politica dell’Occidente. Karp è un prodotto della Scuola di Francoforte che costruisce software per il Pentagono. Un ebreo birazziale cresciuto nella sinistra radicale di Philadelphia che nel 2025 sponsorizza una parata militare di Trump. Un lettore di Habermas e le Carré che pratica il tiro al bersaglio nel giardino di casa protetto da ex commandos norvegesi.
La Repubblica tecnologica è un testo che pone domande a cui è più facile sottrarsi che rispondere. È lecito costruire armi AI se l’alternativa è che le costruiscano i nostri avversari? Dove finisce la deterrenza e dove inizia l’imperialismo tecnologico? Può una democrazia sopravvivere se la sua classe tecnologica non crede nella nazione che l’ha prodotta? E può un CEO miliardario legittimamente invocare il ritorno alla leva obbligatoria?
Steinberger, da parte sua, fornisce un elemento che il manifesto non può, per definizione, contenere. Offre la cronaca del prezzo personale pagato per sostenere queste posizioni. Le proteste fuori dagli uffici di Palantir, le accuse del New York Times sulla costruzione di un database centralizzato per l’amministrazione Trump, la furia dei MAGA influencer che considerano Palantir l’incarnazione del deep state, e insieme la difesa di Alex Jones (il cospirazionista) che prende le parti di Karp contro il Times. La scena che emerge è quella di un uomo che ha scelto di collocarsi al centro di ogni fuoco incrociato possibile, e che da quella posizione, con una certa dose di voluttà e autocompiacimento, osserva il titolo Palantir superare ogni record.
Ciò che resta, alla fine della lettura, ben prima di ogni giudizio morale è una domanda: è possibile che la difesa dell’Occidente richieda figure così anomale, così irriducibili alle categorie della politica convenzionale, così impermeabili al consenso? La risposta di Karp, prevedibilmente, sarebbe sì. Anzi, che sia proprio l’anomalia a essere la condizione della sopravvivenza.

Michael Steinberger, Il filosofo nella Valley. Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza, trad. di Marta Salaroli, Foglio edizioni, Roma 2026.

Alexander C. Karp, Nicholas W. Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, pref. di Federico Rampini, trad. di Chiara Rizzo e Pietro Del Vecchio, Silvio Berlusconi editore, Milano 2025.