La Russia di Putin, l’Europa e l’Italia

La schizofrenica e aggressiva strategia di Mosca quale impatto sta avendo sul Vecchio Continente? Lo Zar del Cremlino, che festeggia i venticinque anni al potere, quali alleati cerca nell’Europa occidentale? Si tratta di una partita ambiziosa e complessa. Che non può non destare preoccupazione anche per la conclamata debolezza dell’Ue e, soprattutto, dei Paesi fondatori dell’Unione   


16 gennaio 2026
Stato confusionale
di Walter Ottolenghi

La Grossglockner Hochalpenstrasse, la Strada Alpina austriaca, una strada di fama mondiale

Un secolo fa Lenin diceva che il capitalismo, leggasi l’occidente, avrebbe fornito alla Russia bolscevica la corda con cui sarebbe stato impiccato. Le cose non sono andate così. Senza capitali e senza stimoli per la creazione di reddito e l’innovazione la Russia sovietica si è condannata allo stato di una fabbrica di miseria, tenuta insieme dominando una popolazione terrorizzata e inerme. E depredando, per quanto possibile, le risorse dei popoli vicini. A cominciare dalle risorse materiali e dalla carne da cannone dei territori coloniali asiatici e dalle fertili terre dell’Ucraina. Sterminandone la popolazione, impadronendosi anche dei suoi giacimenti di carbone e metalli strategici, col tempo rivelatisi anche fonte di uranio e terre rare. 
Così fu per i paesi baltici, dai quali si acquisirono anche know-how e competenze scientifiche e tecnologiche avanzate e, nel dopoguerra, anche per la colonizzazione dell’Europa centro-orientale. Di nuovo: carbone, uranio (molto), strutture e competenze industriali d’avanguardia per l’epoca e tante terre produttive di risorse alimentari, con una capillare attività di coltivazione e allevamento.
In fondo oggi lo scenario non è cambiato molto. E ci riguarda da vicino. La finestra di opportunità apertasi con il crollo del comunismo si è chiusa molto rapidamente. Mentre i paesi europei dell’ex blocco sovietico si sono generalmente emancipati dal dominio e dall’interferenza russa e hanno rapidamente conosciuto per la prima volta livelli di prosperità e benessere impensabili, assieme alle inevitabili contraddizioni dell’adattamento a nuove condizioni sociali, la Russia ha faticato a liberarsi dalle pastoie del proprio passato. Dopo un breve periodo di euforia la costruzione di una società e di uno stato basati sul rule of law, sulla sostanziale uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, si è scontrata con la concentrazione del potere economico in una ristretta cerchia di oligarchi.
Si è trattato spesso di personaggi che occupavano posizioni privilegiate nella vecchia gerarchia sovietica o loro familiari o prestanome.  Attivi, soprattutto, nello sfruttamento delle risorse naturali e di una forza lavoro a basso costo. Una struttura di società e di potere più simili a realtà del terzo mondo che al continente con cui la Russia occidentale ha scambiato cultura per secoli. E di quelle realtà economicamente e socialmente primordiali tende fatalmente ad assumere il modello di organizzazione politica e sociale, funzionale al mantenimento di un potere sostanziale paradossalmente analogo.

Una veduta dell’Europa di notte dallo spazio

Standard da terzo mondo

L’effetto è stato lo stravolgimento delle leggi costituzionali, l’abolizione di fatto della distinzione e separazione dei poteri dello Stato e giù giù fino allo svuotamento delle più elementari tutele delle libertà personali e della dialettica politica. Uno standard più basso di quello di paesi considerati per anni “in via di sviluppo”.
Come nel secolo scorso, messo in relativa sicurezza il paese al suo interno grazie al pugno di ferro, si è dovuto affrontare il rischio di progressivo impoverimento di un sistema basato sullo sfruttamento delle materie prime. Non infinite e soggette alle oscillazioni di prezzo delle commodities sui mercati mondiali.
Un quadro di perenne instabilità che, assieme al quadro politico imprevedibile, scoraggia ogni investimento a lungo termine. Gli oligarchi non sono in grado di trasformarsi in veri imprenditori. E non si può sperare in investimenti produttivi da parte di capitali esteri, visto che pochi sono disposti ad assumere rischi tanto importanti.
Così si comincia di nuovo a cercare soluzioni fuori dal territorio russo. Alle vecchie direttrici si aggiunge la nuova avventura neocoloniale in Africa Centrale, mentre il tentativo di ritrovare uno spazio in Medio Oriente ha trovato ostacoli imprevisti. Si torna a guardare a Ovest. La piccola Bielorussia viene fagocitata senza grandi difficoltà, con una macroscopica frode elettorale e una violenta repressione delle proteste. Schema che non ha funzionato in Ucraina, dove si è dovuti passare a una strategia ancor più radicale.

L’Unione Europea: un ostacolo oggettivo

Il grande ostacolo su questa direttrice è però costituito dall’Unione Europea. La retorica nostrana racconta di una Ue senza peso strategico. Vista da Est non sembra tanto così. La quasi totalità dei paesi satelliti dell’URSS si è affrettata a trovare rifugio nell’integrazione col mondo occidentale tramite la UE poco tempo prima che la Russia riorganizzasse la propria macchina repressiva interna e, in qualche modo, la propria strategia di riconquista.
L’attacco alla UE, per il momento ancora protetta militarmente dalla NATO, ha dovuto necessariamente svolgersi nei limiti di una forma ibrida, che ha finora dato al Cremlino non poche soddisfazioni. Il più grande successo è sicuramente stata la massiccia campagna di disinformazione che ha fiancheggiato l’azione di Nigel Farage nell’ottenere il successo della Brexit. Il colpo è stato sicuramente duro per l’Europa, ma non è riuscito a trascinare altri imitatori. Nemmeno tra i paesi più sovranisti del Centro Europa, più interessati a capitalizzare i voti di un elettorato populista che non a rinunciare ai vantaggi di appartenenza all’Unione. A cominciare dai cospicui contributi economici. Certo, fanno un po’ di melina con Putin per trarre anche da lì qualche vantaggio e, molto spesso, per negoziare con Bruxelles maggiori concessioni pronta cassa o deroghe al blocco dell’acquisto di petrolio russo in cambio di un ammorbidimento delle loro posizioni. Da consumati mercanti quali sono, ma certamente non disponibili a ripristinare la fraterna amicizia a senso unico del passato: se la conosci la eviti.
Al Cremlino in questa fase può anche bastare. Un po’ di scompiglio in Europa, non solo spalleggiando movimenti euroscettici nei paesi orientali dell’Unione o intenzionati a aderirvi, ma anche sostenendo a pioggia i populisti ed estremisti europei, di destra o di sinistra, poco importa. Flussi finanziari comprovati o solo ragionevolmente sospettati. In più sistematici attacchi informatici per compromettere il funzionamento delle amministrazioni e delle infrastrutture e rallentare i processi decisionali. E minare il senso di sicurezza della popolazione e aumentarne gradualmente il malcontento.
Social media sistematicamente infettati da manipolazioni studiate per portare alla polarizzazione del pensiero e all’isolamento relazionale degli utenti. Un attacco alla formazione di un pensiero autonomo e critico strategicamente più determinante delle bombe e dei carri armati.
Quindi accusata aggressività della NATO, difesa dei valori etici e della santa missione salvifica, lotta antinazista ecc. sono foglie di fico che coprono un disegno cinico e insieme disperato.
Come già nel XX secolo è cresciuta però in Russia la consapevolezza che da soli non ce la si può fare. La sconfitta dell’Armata Rossa da parte della Polonia nel 1921 trattenne l’URSS dall’intraprendere ogni iniziativa espansionistica, finché non trovò una sponda nella Germania del Reich, finalizzata a una manovra a tenaglia sulla Polonia e al via libera per l’espansione verso paesi baltici e Finlandia.
Oggi dall’impantanamento in Ucraina non si esce da soli, né si può sperare in un aiuto decisivo da alleati disastrati come Nord Corea e Iran. La Cina è – per ora e per chissà quanto ancora – più interessata a non rovinare le relazioni economiche con l’occidente e le economie avanzate del Far East. Amici eterni va bene, purché si faccia giudizio e non si disturbino gli affari.

© Foto LaPresse

Putin: nessun interesse a terminare la guerra

Le posizioni si stanno chiarendo. Da una parte è evidente che Putin non ha nessun interesse a terminare la guerra in Ucraina, perché è lo strumento principale per tenere in scacco il suo stesso paese. L’economia di guerra comunque sostiene l’occupazione ai massimi storici, pur con una inflazione media del 15% annuo dal febbraio ’22 e, unita alla propaganda e alla repressione del dissenso, rafforza il pugno di ferro del regime e consolida la tenuta del potere. Il prezzo si vedrà solo a lungo termine, quando la mancanza di investimenti nell’economia civile – impossibili a causa del livello altissimo dei tassi di interesse e della fuga degli investitori internazionali e dei capitali degli oligarchi – avrà reso difficile il mantenimento di un’offerta adeguata di beni di consumo e indotto un deterioramento della loro qualità. Senza contare che le morti e invalidità dei militari al fronte (già ora in numeri a sette cifre) oltre al dolore e alla desolazione causati alle famiglie, avranno sottratto un’importante forza lavoro in età produttiva. Prima che questo raggiunga livelli di criticità rischiosi per il regime passeranno però ancora diversi anni e nel frattempo la guerra può continuare.
Un’Europa tentennante sulle decisioni da prendere è nella situazione ideale per favorire il differimento della resa dei conti. Le quinte colonne dell’intelligence russa stanno lavorando alacremente dall’interno dei paesi dell’Unione per ostacolarne ogni processo decisionale e ogni velleità di procedere verso forme più avanzate di integrazione.

Mercato a Parigi quartiere latino Rue Mouffetard marche

Conseguenze in Europa e in Italia

Il posizionamento strategico dell’America trumpiana ha dissolto ogni pudica reticenza sul ruolo ancillare attribuito all’Europa. La grossolanità della prosa del documento sulla strategia di sicurezza dovrebbe aver aperto le orecchie anche ai sordi più duri. Il sostegno ai sovranismi dei singoli stati è apertamente dichiarato, così come l’aspirazione a smantellare ogni forma di integrazione sovranazionale. Ognuno per sé, allineato alle direttive di Washington, e cliente obbligato degli oligopoli americani dell’industria bellica, informatica, tecnologica e farmaceutica e, naturalmente, con un occhio indulgente sulla fiscalità, i conflitti d’interesse e la manipolazione dei mercati. Una volta si chiamavano colonie e non c’è motivo di trovargli un nuovo nome.
Il limite temporale di Trump per consolidare i suoi risultati è però più limitato di quello di Putin. Potrebbe scadere già alle prime elezioni di mid-term, con una parte dell’elettorato ormai consapevole delle bufale che gli sono state vendute in campagna elettorale. Il sistema di pesi e contrappesi della democrazia americana per quanto ammaccato sembra ancora funzionante e un Congresso a maggioranza democratica potrebbe limitare la spregiudicatezza della Presidenza.

Partita a tre

Resta da capire il ruolo e il gioco dell’Europa in questa partita a tre. Vista dall’interno, l’invadenza transnazionale dell’Unione sui singoli stati appare poca cosa rispetto a quella che potrebbero esercitare gli Stati Uniti o la Russia se si potessero realizzare le aspirazioni dei loro leader attuali. Anche se si arrivasse celermente a una unificazione di politica estera, difesa, fiscalità e mercato dei capitali dei 27 membri, o anche solo di quelli che a un certo punto decidessero di non aspettare gli esitanti, il conferimento parziale di sovranità a un’entità comune governata collegialmente con regole chiare e condivise basate sui principi della sussidiarietà avrebbe un impatto sull’autonomia dei singoli paesi sicuramente più limitato rispetto a quello di una sovranità formalmente in mano interamente ai governi nazionali ma, di fatto, assoggettata agli interessi di un unico grande e potente partner.

Un Vecchio Continente esitante incoraggia l’aggressività di potenze ostili

L’indeterminatezza europea sul completamento dell’integrazione non solo ritarda l’adozione di riforme sull’efficienza e la produttività dell’economia europea, ma incoraggia anche l’aggressività di potenze che intendono imporsi giocando l’anacronistica carta di una presunta forza muscolare. La Russia avrebbe mai aggredito un’Ucraina integrata nell’Unione Europea o anche solo alleata di un’Europa militarmente unificata? E quale sarebbe l’atteggiamento di Trump o chi per lui davanti a un’entità non scalfibile dall’approccio divide et impera?
E un’Europa compatta non avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella pacificazione dello scenario mediorientale? E non potrebbe averlo in futuro? Così come potrebbe averlo in una partnership coi paesi africani. Nulla di questo sarà mai possibile se ci rassegniamo ad essere piccole appendici periferiche di qualche potenza terza.
Il nostro destino non si gioca più sugli schieramenti contrapposti delle ideologie ottocentesche o dei mostriciattoli che tentano di raccoglierne l’inconsistente eredità. E neppure sulla costruzione di nuove ideologie basate sull’invenzione di nuovi “-ismi” sempre più parcellizzati sulla difesa o l’offesa di interessi sempre più particolari o settoriali, paglia per qualche fiammata elettorale di breve respiro.
Qualcuno si sta chiedendo in cosa consista l’interesse dell’Europa in questo momento?  Già è arduo rispondersi su quale sia l’interesse dell’Italia, della Francia, della Germania, del Regno Unito ecc. Fatalmente per ciascuno di questi casi il problema dei problemi, quello che li riassume un po’ tutti, è il rapporto con l’Europa, pure per il Regno Unito che nonostante lo strappo non è riuscito a cancellarla dall’agenda.
Segno interessante. Vuol dire che ottant’anni di cammino comune, settanta a essere formali, hanno creato un amalgama talmente forte che nessuno riesce a concepire l’ambito delle opzioni per il proprio destino nazionale al di fuori degli echi e delle ripercussioni che queste hanno nei rapporti coi propri partner e col quadro delle direttive europee e delle normative che le recepiscono.

Porto di Anversa

I localismi: un alibi all’incapacità

Questo rapporto può ben essere dialettico. Non è raro che la contrapposizione tra paesi membri sia però dovuta all’interesse a fidelizzare o favorire interessi economici o puramente ideologici di particolari gruppi, anche decisamente minoritari, di elettori locali. Atteggiamenti particolarmente pericolosi quando finiscono per sfaldare la compattezza dell’Unione o per ritardarne eccessivamente i processi decisionali nel momento di scelte di portata storica, anche a fronte di tentativi esterni di provocare il dissolvimento dell’Unione stessa.
Che si tratti di mercanteggiare vantaggi o di scaricare sulla responsabilità comunitaria il peso di pessimi risultati domestici dovuti all’incompetenza e incapacità di rappresentanti politici locali o di ottusità dovuta alla difficoltà di superare vetusti pregiudizi ideologici, alla fine poco importa. È un gioco a perdere di corto respiro dove nessuno può vincere, ma solo condividere il danno. Mal comun consuelo de tontos, dicono gli amici spagnoli.

L’Italia: un difficile equilibrio non sempre virtuoso

È un peccato che l’Italia, paese fondatore della Ue ed anche protagonista storico dell’invenzione e dell’elaborazione del progetto dell’Europa unita, stia scivolando in una strana equidistanza tra lo strumentale doppiogiochismo di alcuni paesi di piccole dimensioni e l’asse di collaborazione sempre più compatto della maggioranza degli aderenti. Un posizionamento che ha portato molti osservatori e definire l’Italia l’anello debole della catena.
Giudizio eccessivamente severo? Su molti fondamentali aspetti l’Italia c’è. Tuttavia, episodi come il boicottaggio del MES e la difesa a oltranza del diritto di veto pesano come macigni sulla sua reputazione di affidabilità. Certo, ci sono anche episodi come il goffo pasticcio sulle riserve auree o l’eterna melina sulle concessioni pubbliche o altro. Episodi minori, questi ultimi, ma il quadro d’insieme suggerisce molti dubbi che – su scelte definitive per fare uscire l’Europa dal limbo in cui si trova – l’Italia possa trovarsi in prima fila e con un ruolo trainante. Si tratterà di passare a decidere su difesa comune, politica estera comune, fiscalità generale comune e armonizzata con le fiscalità locali, mercato unico dei capitali ecc. ecc. Lì le chiacchiere staranno a zero.
E non perché ce l’ha detto Draghi e molti altri. Ma perché chi vuole disfare l’Europa ci ha fatto capire che queste sono le cose da fare per impedirglielo.

Sovranità: condivisa alla pari o vassalla di un Moloch?

Vogliamo correre il rischio sempre più evidente di una sovranità asservita a una potenza egemone e, chissà mai, autoritaria o vogliamo giocare finalmente in serie A? Per decenni l’Italia ha rinunciato ad elaborare una visione dinamica della propria partecipazione all’Europa e i governi che si sono succeduti si sono accontentati di accodarsi ad iniziative altrui. Senza un chiaro impegno per proporre propri obiettivi di lungo termine sui quali far convergere l’interesse dei partner. Una misera performance per un paese del gruppo di testa, con una rispettabile distanza dagli inseguitori per peso elettorale, forza economica e contributi netti versati.

Vista aerea del drone di Danzica, Polonia, città vecchia durante il tramonto

Terzo su ventisette.

Per sbloccare questa situazione e sottrarci a un destino altrimenti segnato di irrilevanza assoluta è però necessario anche che le rappresentanze politiche ricevano un mandato chiaro dagli elettori, sui quali ricade la responsabilità ultima delle scelte. Responsabilità faticosa, perché chi vuole metterci sotto scacco conta sulla nostra delusione e sulla nostra stanchezza per convincerci a sottrarci al compito di informarci con serietà sul presente senza dimenticare le lezioni del passato. Le pressioni anche psicologiche che stiamo subendo tendono a sminuire il ruolo della politica estera e delle relazioni internazionali sul nostro benessere e la nostra libertà. Con la falsa illusione della lontananza geografica dei teatri di confronto violento e di soluzioni magiche di una diplomazia che non ha carte da giocare oltre alle buone intenzioni.
Ma è stato sempre vero il contrario. La ricostruzione dell’Europa, la sua libertà, il benessere e la pace sono il frutto di scelte fondamentali basate su visioni precise sul collocamento nel campo occidentale con un baricentro sempre più determinato dall’integrazione continentale. Queste sono le garanzie che vanno salvaguardate e costituiscono la discriminante dominante del pensiero politico. Ci sono, è vero, tante altre questioni importanti di cui occuparsi. I disegni egemonici di chi vuole ridurci a una sua appendice ci permetteranno però di occuparcene molto meno,perché sempre minore sarà lo spazio per un libero processo decisionale e una libera allocazione delle risorse. Negli imperi la sussidiarietà non è prevista.

I falsi semplicismi e gli inni del nonno

Gli strumenti di manipolazione del consenso finalizzati a questi disegni sono la banalizzazione e la negazione della complessità delle scelte, che prendono la forma dei populismi in diverse forme: sovranismi, pauperismi, pacifintismi ecc. In genere facilmente riconoscibili per la drasticità e rigidità delle posizioni, comunicabili con poche e semplici parole. Spesso di forte richiamo etico, ma senza alcuna elaborazione di qualche spessore. E, naturalmente, l’individuazione di un nemico designato da eliminare come unico ostacolo alla soluzione dei problemi. In sintesi “L’inni de su’ nonno” del grande Trilussa (Comizzio, Le Cose, 1922).