La sfida del pensiero conservatore
Ma chi è un conservatore? Riflessione a partire dall’intervento di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini. E attraverso la voce di autori come Roger Scruton, Federico Rampini, Luigi Giussani, Bernard Lewis. Una ricognizione che aiuta a sgombrare il campo da interpretazioni semplicistiche per giungono così a conclusioni affrettate e strumentali. Con più di una considerazione che sorprende. E spiazza.
19 settembre 2025
Ieri, oggi, domani
di Roberto Persico
Lo spunto di queste righe è la standing ovation tributata dal popolo del Meeting a Giorgia Meloni. Una standing ovation – qualcuno ha osservato – che il primo ministro ha saputo abilmente conquistarsi. In effetti, Meloni ha citato temi – dall’appartenenza alla sussidiarietà alla parità scolastica – che da sempre sono cari al popolo del Meeting. Ma ha fatto anche di più. Ha ascritto a merito dei suoi ascoltatori che «non avete mai disprezzato la politica, anzi, non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali volevano confinarvi. Vi siete sempre sporcati le mani, declinando nella realtà quella scelta religiosa alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano e che San Giovanni Paolo II ha ribaltato»; ha ricordato il discorso in cui don Giussani ad Assago nel 1987 «invitava i politici a guardare sempre ai movimenti che dal basso nella società esprimono il senso religioso, cioè quella energia sacra del cuore che si evidenzia come desiderio di libertà e di giustizia, come rispetto per la dignità di chiunque, come opere che aiutano le persone a unirsi, a fare rete, a lavorare». Riconoscimenti che non potevano non scaldare il cuore dei ciellini, specie i più attempati, e che hanno scatenato l’entusiastico responso.
Un entusiasmo che a qualcuno ha fatto storcere il naso, ha suscitato il timore di un risorgente “clerico-fascismo” in appoggio all’asserito “fascismo” di Meloni. Io credo però che il tema vero di una possibile sintonia fra il mondo che nel Meeting trova la sua espressione e le affermazioni del primo ministro, al di là di possibili e più o meno strumentali convergenze su alcuni punti specifici, sia più fondamentale, e che meriti qualche seria riflessione: il tema del conservatorismo, e di che cosa voglia dire un sano conservatorismo oggi.
Un tema che Meloni ha introdotto fin dalle prime battute, quando, citando Eliot, lo ha definito «un cristiano, un conservatore». Dopodiché, ha subito sottolineato l’espressione di Eliot, «costruiremo con mattoni nuovi», che è diventata il leitmotiv che ha cucito i vari passaggi del suo intervento: «Costruire con mattoni nuovi significa comprendere il tempo nel quale si vive; saper calare in quel tempo il proprio sistema di valori significa costruire con mattoni che sappiano resistere ai venti di quell’epoca, che sappiano resistere alle sue tempeste»; «i nuovi mattoni sono anche un modo nuovo di vivere identità antiche, culturali, spirituali, religiose. Io non mi sono mai fidata di chi si vergogna della propria identità, però non mi fido neanche di chi non è disposto a viverla in modo nuovo. Essere conservatori non vuol dire costruire con mattoni vecchi, significa cercare sempre mattoni nuovi per continuare a edificare una casa che non hai iniziato tu». La sfida da accogliere – e anche da problematizzare, va da sé – mi sembra questa.
“Maledetto” Occidente
Cominciamo dall’inizio. Chi è un “conservatore”? Per una prima risposta, mi affido al principe dei conservatori degli ultimi decenni, Roger Scruton. Che in Essere conservatore, sorta di summa sintetica del suo pensiero (D’Ettoris, Crotone 2015), scrive: «Il conservatorismo che io professo afferma che noi abbiamo ereditato delle cose buone e che dobbiamo sforzarci di conservarle. Noi sappiamo bene che cosa sono queste cose buone: l’opportunità di vivere la nostra vita come vogliamo; la certezza dell’imparzialità del diritto; la tutela dell’ambiente come patrimonio di tutti e che non può essere espropriato o distrutto a capriccio dagli interessi dei potenti; una cultura aperta e viva, che ha plasmato le nostre scuole e le nostre università; il metodo democratico, che ci permette di eleggere chi ci rappresenta e di promuovere quelle leggi che vogliamo siano promulgate: queste e molte altre cose ci sono ormai familiari e le diamo per scontate. Ma tutte queste cose sono oggi in pericolo e il conservatorismo è la risposta razionale a tale pericolo».
«Il conservatorismo – prosegue Scruton – nasce dal sentimento secondo cui è facile distruggere le cose buone ma non è facile crearle. Ciò è particolarmente vero per le cose buone che ci arrivano sotto forma di patrimonio collettivo: la pace, la libertà, la legge, la civiltà, il senso civico, la sicurezza della proprietà e della vita familiare. Se distruggere queste cose è rapido, facile e anche divertente, il lavoro per riprodurle invece è lento, laborioso e noioso».
Insomma, in questa prospettiva un conservatore è uno che vuole conservare la tradizione culturale e politica dell’Occidente. Una posizione esclusiva di chi si schiera politicamente “a destra”? Non mi pare, leggendo, per esempio, Grazie, Occidente (Mondadori, Milano 2024) di Federico Rampini, uno che non si può certo indicare come conservatore. “Mi considero sempre un progressista – scrive infatti Rampini -, ma penso che sia più facile difendere la giustizia sociale e i diritti umani dentro un sistema politico liberaldemocratico e un’economia di mercato”. E se il mondo oggi è infinitamente meno povero di cento o duecento anni fa, se vaccini e antibiotici hanno allungato la vita umana quasi ovunque, il merito è della scienza e della tecnologia occidentali, comunemente utilizzate anche nei Paesi e dai governi che gridano “morte all’Occidente”.
Ora, so bene che ogniqualvolta uno Scruton o un Rampini (o un Pascal Bruckner, o un Brendan O’Neill – l’elenco sarebbe lungo) prende le difese dell’Occidente, c’è sempre qualcuno che ricorda l’elenco dei “peccati dell’Occidente”: lo sterminio degli indios, la tratta dei neri, l’esclusione delle donne… A tutti costoro vorrei offrire un brano a me carissimo di Culture a confronto (Donzelli, Roma 1997)del grande orientalista Bernard Lewis: «Lo schiavismo e il mercato marinaro degli schiavi importati divenne un fattore determinante degli scambi incrociati tra le quattro sponde dell’Atlantico. Ma l’Europa fu anche la prima a decidere di concedere la libertà agli schiavi: prima nella stessa Europa e poi nelle colonie e alla fine in tutto il mondo. La tecnologia occidentale aveva reso inutile la schiavitù; le idee occidentali la resero intollerabile. […] Nella decisione di conquistare, soggiogare e saccheggiare altri popoli, gli europei non facevano altro che seguire l’esempio avuto dai loro predecessori e di fatto conformarsi alla pratica comune a tutta l’umanità. Non è tanto interessante capire perché ci provarono, ma perché ci riuscirono, e perché, essendoci riusciti, si pentirono del loro successo come di un peccato. Il successo fu l’unico dell’era moderna; il pentimento lo fu addirittura di tutta la storia. […] Imperialismo e sessismo sono parole di conio occidentale, non perché l’Occidente abbia inventato quelle piaghe, ma perché le ha riconosciute, ha dato loro un nome e le ha condannate come mali e perché le ha combattute con forza – e non del tutto invano – per ridurne la presa e aiutarne le vittime. Se, ripetendo uno slogan, la cultura occidentale davvero dovesse “finire”, imperialismo, razzismo e sessismo non finirebbero con lei. A morire sarebbero più probabilmente la libertà di denunciarli e gli sforzi per mettere loro fine».
Conservatorismo: prima caratteristica
In sintesi, mi permetterei di concludere che il conservatorismo in sé, il desiderio di conservare il meglio della tradizione occidentale, non è certo male. Il punto forse è: quale conservatorismo? In prima ipotesi, azzardo che un conservatorismo sano dovrebbe avere tre caratteristiche.
La prima: i “mattoni nuovi” di cui abbiamo già detto. Ovvero un conservatorismo non teso semplicemente a conservare le forme del passato, ma a reinventare i valori della tradizione in forme adatte all’oggi. Una questione su cui, mi pare, le parole di Meloni possono trovare una consonanza tanto in Scruton quanto – mi permetto di suggerire, siamo partiti dal Meeting – in don Luigi Giussani.
«L’idea che bisogna essere moderni per difendere il passato ed essere creativi per difendere la tradizione ha avuto un profondo influsso su di me», scrive infatti Scruton, dopo aver elogiato Arnold Schönberg e Stéphane Mallarmé.
Più articolata l’argomentazione di don Giussani (Il senso religioso Rizzoli, Milano 2023): «Io per reagire ora devo usare una cosa che mi hanno dato nel passato: la mia carne, le mie ossa, la mia intelligenza, il mio cuore. Perciò la forza della costruzione futura è l’energia, la immaginatività, il coraggio del presente, ma la ricchezza del presente viene dal passato». Tuttavia, «perché la lealtà verso la tradizione possa realizzarsi come ipotesi di lavoro davvero attiva, occorre che la ricchezza tradizionale sia applicata alla problematica della vita attraverso il vaglio critico di quella che abbiamo chiamato esperienza elementare. In caso contrario il soggetto è alienato e fossilizzato nella tradizione», perché «il valore religioso unifica passato, presente, futuro e, nella sua autenticità, è profondamente amico e valorizzatore di ogni sfumatura del passato, così come è pronto a qualunque rischio per il futuro».
Per chiudere su questo punto, mi piace riportare qualche riga dalle pagine conclusive della biografia di uno dei più grandi innovatori dei nostri tempi, Steve Jobs: «Cos’è che mi ha dato la spinta? Penso che la maggior parte delle persone creative desiderino esprimere la propria gratitudine per aver potuto beneficiare dell’opera di chi ci ha preceduto. Non sono stato io a inventare la lingua o la matematica che uso. Produco poco di quello che mangio, nulla di quello che indosso. Ogni mia realizzazione è debitrice ad altri membri della nostra specie, sulle cui spalle poggiano i nostri piedi. Cerchiamo di usare i talenti che abbiamo per esprimere il nostro sentire più profondo, per esternare la nostra ammirazione per tutti i contributi di chi è venuto prima di noi, e per aggiungere qualcosa a quel percorso. È questo che mi ha dato la spinta» (Walter Isaacson, Steve Jobs, Mondadori, Milano 2011).
Tutte osservazioni che mi riportano alla mente l’affermazione di Gesù, «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52): un accostamento blasfemo?
Conservatorismo: seconda caratteristica
La seconda. Uno dei valori da conservare della tradizione occidentale è l’apertura all’“altro” (anch’essa millenaria, basti pensare alla capacità di integrazione di Roma, raccontata tra gli altri da Rémi Brague in Il futuro dell’Occidente, o a La scoperta dell’altro di Tzvetan Todorov), vale a dire un conservatorismo così intelligente da riconoscere, da comprendere (cum-prendere, accogliere in sé) anche le istanze da cui nascono le richieste avanzate da posizioni diverse (e non di rado avverse). Non a caso il testo di Scruton si divide in capitoli che si intitolano “La verità del socialismo”, “La verità del liberalismo”, e così via, e ciascun capitolo cerca appunto di cogliere l’esigenza autentica da cui nascono le varie posizioni, che pure nei loro esiti contesta. Per dirla in sintesi, un conservatorismo capace di far propria l’affermazione attribuita a Chesterton (in realtà con tutta probabilità apocrifa), “ogni errore è una verità impazzita”, perciò capace di cogliere il nocciolo buono di domanda umana che sta al fondo anche di istanze che poi si sviluppano in posizioni politiche e culturali che possono diventare anche inaccettabili.
Conservatorismo: terza caratteristica
La terza: un conservatorismo che riconosce che tra i valori da difendere c’è la libertà, e perciò non cede alla tentazione della delegittimazione dell’avversario. So bene che la delegittimazione dell’avversario è stata la clava di tanto progressismo, almeno dalla rivoluzione francese in poi. Da quando ero ragazzo, ogni espressione culturale, sociale o politica diversa dall’ideologia dominante – fossero CL, Craxi, Berlusconi, i movimenti in difesa della vita e della famiglia, chi più ne ha più ne metta – veniva inevitabilmente bollata come “fascista”, con questo escludendo a priori ogni possibilità di dialogo e ogni possibile riconoscimento di eventuali ragioni che portasse. «Ai conservatori normali – osserva Scruton – si dice continuamente che sono reazionari, sessisti o razzisti», e con questo ogni discorso è chiuso. Oggi il rischio è che lo schema si ribalti: ogni espressione di dissenso con le posizioni conservatrici viene liquidata come “nichilista”, con quel che ne segue. Certo che il nichilismo è la tentazione pervasiva e distruttiva del nostro tempo; ma anche dal cuore del nichilismo possono sorgere domande autentiche, come osserva per esempio Costantino Esposito ne Il nichilismo del nostro tempo (Carocci, Bologna 2021).
A mo’ di conclusione, in realtà per rilanciare. È possibile una posizione conservatrice, nel senso più sano che abbiamo cercato di delineare in queste righe, che proprio in forza della sua sanità sappia anche riconoscere (l’abbiamo visto) i propri errori, e accetti di confrontarsi liberamente con tutte le altre opzioni in campo, rifiutando la logica muscolare della delegittimazione a priori dell’avversario?