L’Amicizia. L’ideale e il destino. Dal medioevo una scoperta per oggi

Ciclo “L’amicizia, tre testimonianze e racconti”


Giovedì 23 aprile 2026, ore 21.00
Auditorium CMC – Largo Corsia dei Servi, 4
MM1 e 4 S. Babila e MM3 Duomo

Il libro “L’amicizia spirituale” dell’Abate Aelredo di Rievaulx (1110-1167)
“uno degli umanisti più delicati del suo secolo” (H. De Lubac)

intervengono
Onorato Grassi, Filosofo e storico della filosofia medievale
Mauro Lepori, Abate generale ordine Cistercense

“Molteplici sono le forme dell’amicizia, vario il suo contenuto, ma una sola è la base, incrollabile: la certezza che l’amico non ti tradisce, che tu non lo tradirai. Splendida è pertanto l’amicizia in cui non è l’uomo a esser fatto per il sabato.
(Vasilij Grossman Vita e destino)

Ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio
(S. Agostino)

Testimonianze e riflessioni su quella aspettativa che sembra impossibile oggi, a realizzarsi o che duri ma che “può accendersi dovunque, nel mondo, col suo presentimento di unità” (Luigi Giussani). Di questa virtù così rara eppur reclamata e sperata oggi, se ne parlava e scriveva fin dai tempi antichi, con Aristotele e poi con Cicerone che le dedicarono importanti scritti.
Un’opera scritta nel lontano Yorkshire nel Nord dell’Inghilterra scritta in forma di vivace dialogo ci sorprende. Una scoperta che ci porta a cogliere l’origine e a natura dell’amicizia, il suo fondamento, i vantaggi, la scelta degli amici, fino ai temperamenti difficili. Il suo rivelare l’Ideale e il nostro personale Destino. L’amicizia come gradino verso Dio.
Ci mostra come “su un suolo cristiano essa può attecchire solida e ampia, eterna e comprensiva: non coerenza, non accanimento, non invadenza, ma imitazione del Mistero di Dio” (Luigi Giussani). Ne discutiamo con un filosofo del Medioevo e della modernità e l’Abate dei Cistercensi che lo hanno riscoperto in tempi recenti

E’ il libro “De amicitia spirituale” di Aelredo abate di Rievaulx, (1110-1166) monaco cistercense inglese detto il Dottore dell’amicizia. “Il nostro Aelredo è quasi un altro Bernardo” suonava il detto dei cistercensi del suo tempo, “uno degli umanisti più delicati del suo secolo” (H. De Lubac). Giovane intendente generale del Re Davide I di Scozia monaco e poi Abate di Rievaulx rinunciò alla sicura carriera politica. Morì attorniato da 140 monaci e 500 conversi un numero impressionante per quell’epoca.

Le grandi esigenze dell’umano bussano nel cuore delle persone, mentre tutto sembra più o meno funzionare -università, lavoro, carriera, certamente non senza battaglie e inciampi.
Il tema dell’amore, del rapporto affettivo, gli interessi e gli ideali. Sottotraccia di ciascuno di esse c’è il tema dell’amicizia, la possibilità che in un’amicizia, in un rapporto uno possa dire veramente quello che desidera, senza dover dimostrare, senza essere parte degli ‘eguali’, senza censura e vergogna.
L’amicizia è considerata impossibile, perché non esiste e se in parte esiste non dura di certo. Eppure è essa che fa nascere le cose, le imprese. Fa nascere un io.
In altre parole: la delusione e l’aspettativa ci sono perché tutte le cose sembrano avere una legge che le sostiene, mentre le leggi sociali tradiscono: tutto è per il bene? Il Centro Culturale è un luogo dove si può essere liberi di dire chi si è e perciò un luogo per riscoprire le cose più elementari e necessarie che bussano nella vita, come una sentinella, ritrovare le parole, riscontrare dove l’umano esiste e opera, per ritrovarlo tra le varie macerie dei fallimenti o sgombrare il campo da utopie che nascondono col loro rumore, per dire “quel che cerca il tuo cuore, c’è”.

Perciò tre incontri aperti a tutti. Tre testimonianze e racconti.
Il primo con chi incontra e impara e riflette: ci racconteranno per loro che cosa sono il rischio, se esiste l’amicizia, come la si riconosce nell’esistenza.
Il secondo testimonianze e riflessioni su qualcosa c’è e se è durevole o no. La distanza, la storia che separa o ci cambia, il tempo, i rapporti umani e il bisogno di futuro.
Il terzo sul libro di un monaco e Abate inglese che in un Inghilterra lontana riunì attorno a se centinaia di amici e scrisse la riflessione più alta sull’amicizia dopo 1400 anni, dopo il mondo antico, quando Aristotele la consegnò al mondo.