Lo stop all’accordo tra Ue e Mercosur porta a galla i vecchi sovranismi
Il blocco da parte del Parlamento europeo segna la battaglia persa tra Europa e America latina in materia di libero mercato. Un altolà voluto da forze politiche pervicacemente arroccate su posizioni chiuse. E così si è mancato un appuntamento fondamentale per dare la scossa alla crescita economica dell’Ue in un momento complicato dove i Paesi sono sotto schiaffo per via delle politiche sui dazi, tra minacce e attuazioni, dell’amministrazione Usa. Così disattendendo anche quella grande speranza lanciata da papa Paolo VI con l’enciclica Populorum Progressio quando scriveva che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace»
30 gennaio 2026
Miopie e velleitarismi
di Gianfranco Fabi
Due date. Sabato 17 gennaio l’Unione europea e i rappresentanti del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) firmano l’accordo per la creazione della più grande area di libero scambio del mondo. Mercoledì 21 gennaio il Parlamento europeo blocca tutto rinviando l’intesa alla Corte di giustizia per verificare il rispetto dei trattati istitutivi dell’Unione.
Quello che avrebbe potuto essere la rivincita dell’Europa di fronte all’arroganza del presidente americano Donald Trump si è trasformata in una sconfitta di un Continente vecchio che si è dimostrato incapace di praticare nei fatti i valori dell’apertura agli scambi internazionali, del sostegno al proprio insieme all’altrui crescita economica, del credere nella grande speranza lanciata sessant’anni fa da Paolo VI con l’enciclica Populorum progressio: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace».
Interessi di bottega
Il tutto per la convergente arroganza di forze politiche che hanno votato per la sospensione dell’accordo guidate da diversi interessi e distinte volontà. C’erano i tradizionali sovranisti antieuropei, come la Lega di Matteo Salvini, c’erano gli antisistema da salotto come i pentastellati italiani, c’erano gli ecologisti critici verso le politiche ambientali dell’America latina, c’erano i popolari sostenuti dalle lobby degli agricoltori impauriti dalla concorrenza d’Oltreoceano, c’erano i critici della gestione della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, considerata troppo autonoma e autoritaria.
I tradizionali partiti si sono spaccati: per esempio sia tra i popolari sia tra i socialisti ci sono stati alcuni polacchi e francesi che hanno votato contro e in conclusione lo stop al trattato di libero scambio ha ottenuto 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti. Una maggioranza del tutto inedita e costruita con la sabbia della protesta.
L’accordo come quello tra Ue e Mercosur, (che ora dovrà attendere da uno a due anni per ricevere il consenso, peraltro scontato, della Corte di giustizia), era, e rimane, in perfetta linea non solo con l’ispirazione originaria dell’Unione, ma anche con le necessità strategiche di sostenere il commercio internazionale di fronte alle disordinate, ma comunque pericolose, politiche dei dazi avviate dal presidente americano. E non a caso proprio gli Stati Uniti, anche prima di Trump, hanno cercato di ostacolare il perfezionamento dell’intesa.
Il dispiacere delle imprese
La posta in gioco è stata sintetizzata molto bene in una dichiarazione del presidente degli industriali di Varese, Luigi Galdabini: “Crediamo che in ballo ci siano tre elementi fondamentali: la credibilità internazionale dell’Europa, il posizionamento geopolitico della Ue, le capacità di crescita futura di tutta l’economia continentale, quella italiana compresa e quella delle aree più industriali in particolare. Tutti fattori che vanno ben oltre gli interessi, pur legittimi, di una singola categoria (gli agricoltori, ndr), per la quale il Governo ha già ottenuto ulteriori e significative clausole di salvaguardia, oltre che garanzie di sussidi in ambito di Politica agricola comune (Pac)”.
Ma la logica dell’economia reale è rimasta in secondo piano di fronte al velleitarismo dell’inedita maggioranza dei parlamentari europei. Una decisione frutto di miopia politica unita alla mancanza di visione e cultura economica.
Certo, la scelta è stata anche condizionata dal fatto che il Mercosur non ha avuto vita facile e che i paesi dell’America latina non brillano per stabilità politica e garanzie democratiche, così come per politiche e regole per la tutela della salute.
Mercosur: una storia importante e complicata
Il Mercato Comune del Sud (Mercosur) è infatti nato il 26 marzo 1991, quando Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno firmato il Trattato di Asunción, con l’obiettivo di creare un’area di libero scambio e avviare l’unione doganale sull’esempio del primo trattato dell’Unione europea.
Tre anni dopo, nel 1994, il protocollo di Ouro Preto trasforma il Mercosur in unione doganale con tariffa esterna comune (Tec) con organi decisionali comuni e personalità giuridica internazionale. Negli anni 2000 cresce l’integrazione economica e politica, si rafforzano i meccanismi di risoluzione delle controversie, si avviano negoziati con Ue, Efta, e paesi asiatici. E tra il 2006 e il 2020 c’è uno stallo nel processo di integrazione per l’adesione del Venezuela, prima accolta e poi revocata per le violazioni delle regole democratiche da parte del Governo di Caracas.
Nel 2023 ripartono i negoziati con l’Unione Europea con una maggiore attenzione alla sostenibilità, alla digitalizzazione, alle catene del valore regionali.
Oggi il Mercosur, che ha visto negli ultimi mesi anche l’adesione della Bolivia, è ancora una unione doganale imperfetta con forti ambizioni politiche. Ma è una realtà importante anche perché ai cinque paesi membri vanno aggiunti i paesi associati e cioè Cile, Perù, Colombia, Ecuador, Guyana, Suriname.
Tornando all’accordo con la Ue si può ricordare che prevedeva l’eliminazione progressiva dei dazi sul 93% di tutti i prodotti europei nonché un trattamento preferenziale per il rimanente 7%. Per le merci europee il guadagno di competitività sarebbe notevole se pensiamo che i mezzi di trasporto (auto, aeromobili, veicoli spaziali, locomotive) così come l’abbigliamento e le calzature hanno ora tariffe del 35%, i componenti e accessori per veicoli e macchinari così come i prodotti chimici e farmaceutici del18%; gli strumenti ottici, medici e di misura o precisione del 20%.
Il settore agricolo, che ha destato tante preoccupazioni, vedrà una specifica tutela per 357 prodotti alimentari e bevande europei Dop e Igp, di cui 52 italiani. Saranno anche tagliate le attuale tariffe su dolci e cioccolato, sui vini, sulle bevande alcoliche, sui prodotti lattiero-caseari.
I mancati benefici
Gli effetti del rinvio dell’accordo saranno quindi minori esportazioni, mancati risparmi tariffari stimati in almeno 40 miliardi l’anno, perdita di crescita potenziale del Pil e dell’occupazione, oltre a una competitività globale indebolita. Mancati benefici soprattutto per le industrie europee, con la Germania e il Nord Italia in prima fila, a cui vanno contrapposti i costi della maggiore concorrenza sui prodotti agricoli, in particolare la carne, per i quali peraltro vi sono clausole di salvaguardia per armonizzare le regole sui trattamenti sanitari, clausole tuttavia giudicate troppo deboli dagli oppositori. Sicuri vantaggi ne avrebbero comunque i consumatori per i prezzi competitivi che potrebbero essere offerti dai produttori sudamericani che possono contare su allevamenti di grande estensione.
La Germania insiste perché, come è giuridicamente possibile, l’accordo entri in vigore in modo provvisorio in attesa di una definizione della Corte di giustizia europea. Anche perché il voto del Parlamento esprimeva chiaramente una volontà politica di critica alla Commissione, ed insieme espressione di uno spirito antieuropeo, più che un vero e proprio giudizio giuridico.
L’entrata in vigore dell’accordo potrebbe dimostrare, anche solo in pochi mesi, come una maggiore libertà dei commerci e un’abolizione di dazi e barriere possono corrispondere ad una logica win win in cui entrambe le parti hanno da guadagnare con stimoli allo sviluppo e vantaggi complessivi.
La dinamica dell’economia non è un gioco a somma zero in cui se qualcuno guadagna qualcun altro deve perdere: la crescita può creare benefici per tutte le parti in gioco. Ma queste considerazioni, per dirla col Manzoni, “sono sottigliezze metafisiche” che non possono essere capite dalla demagogia populista.