L’Ungheria ha votato Europa perché si sente Occidentale
Siamo appena agli inizi del possibile nuovo corso ungherese. Qualcosa è successo. Le elezioni hanno detto che il Paese vuole a tornare ad essere un soggetto protagonista del destino dell’Unione europea. Con le proprie caratteristiche storiche e culturali. Una Budapest sempre meno satellite di Mosca. Un giornalista – scrittore e uno dei più famosi direttori di musei d’arte al mondo ci aiutano a comprendere le ragioni del cambiamento voluto dal popolo ungherese. A partire dal desiderio di tornare un Paese europeo a tutti gli effetti
24 aprile 2026
Il dopo Orban
di András Banó* e Lorand Hegyi*
András Banó, giornalista e scrittore, ha risposto volentieri ad alcune domande di .CON. Ecco il resoconto del suo pensiero.
In che misura si può affermare che le elezioni in Ungheria – se non in primo luogo – in parte possano essere considerate anche un referendum a favore o contro l’Unione Europea?
Nel periodo immediatamente precedente il voto, tutti i sondaggi di opinione relativi all’Ue indicavano che la maggioranza degli ungheresi era favorevole al mantenimento dell’adesione del Paese all’Unione. Il voto aveva sì un tale “retrogusto”, ma la questione decisiva era se Orbán e la sua élite al potere dovessero restare o andarsene.
Chi sono i giovani ungheresi di oggi che sono andati a votare in massa? Cosa hanno voluto esprimere con il loro voto?
Molti dei giovani di oggi erano al loro primo voto, essendo diventati maggiorenni durante i 16 anni del regime di Orbán; oltre a loro, sono considerati giovani i membri della cosiddetta “Generazione Z”, mentre una quota minore, ma per nulla trascurabile, era costituita dalla fascia d’età compresa tra i 20 e i 40 anni. Come ho detto prima, volevano cacciare Orbán. Non gli importava chi lo avrebbe fatto o come, bastava che Orbán e la sua cerchia se ne andassero.
La sconfitta di Orbán segna il ritorno della democrazia al centro della scena. Si tratta anche di un evento simbolico, a 70 anni di distanza da quando il desiderio di libertà e democrazia fu soffocato dai carri armati sovietici. Come è arrivata la società ungherese alle elezioni? Per chi non la conosce, cosa rappresenta e quali sono le sue caratteristiche?
Così come la rivoluzione del ’56, 70 anni fa, cercò di provocare un cambio di regime dopo l’era Rákosi, così come le elezioni del 1990 bandirono definitivamente il regime di Kádár (anche se Kádár se n’era già andato in precedenza), così queste ultime hanno spazzato via i 16 anni di potere corrotto di Orbán. La società ungherese ha sempre tollerato le catene solo per un certo periodo.
I baluardi del sapere, l’intellighenzia, la cultura in generale: hanno fatto sentire la loro voce?
Certamente. Basti pensare, tra l’altro, al cosiddetto concerto “Rendszerbontó” tenutosi in Piazza degli Eroi due giorni prima delle elezioni, o alle discussioni che in precedenza erano state trasmesse su ATV o Partizán TV, oppure nei programmi di attualità di Telex, 444 o 24.hu.
Ritiene che la nuova leadership prenderà drasticamente le distanze dalla Russia di Putin?
Non si sono ancora distanziati, ma sicuramente, a differenza di Orbán e dei suoi, non bloccheranno nessuna sanzione contro la Russia, e Anita Orbán, candidata alla carica di ministro degli Esteri, di certo non parlerà al telefono con Sergej Lavrov.
Con l’elezione di Magyar, l’Ungheria tornerà ad essere un paese occidentale sotto ogni punto di vista?
È ciò che sperano tutti coloro che hanno votato per Magyar. Il posto dell’Ungheria è nella parte occidentale dell’Europa, e non nel Consiglio dei Turk.
La sinistra ha ottenuto solo l’1,2% e non entrerà nel nuovo parlamento. Come si spiega questa totale irrilevanza anche tra i giovani?
A mio avviso, la questione destra o sinistra non era rilevante in queste elezioni. Del resto, penso che sia ormai superato questo tipo di distinzione. Molte persone che in precedenza sostenevano l’MSZP o la Coalizione Democratica hanno votato per Tisza. La questione non era destra o sinistra, ma il fatto che finalmente fosse arrivato qualcuno dal nulla che avesse la possibilità di sostituire Orbán.
Come cambierà il rapporto con Trump, alla luce del sostegno aperto che il governo americano ha espresso nei confronti di Orbán?
Péter Magyar ha già dichiarato durante la prima conferenza stampa di voler instaurare buoni rapporti con gli Stati Uniti, e anche il vicepresidente J.D. Vance, in visita a Budapest, ha parlato di una futura collaborazione positiva dopo le elezioni.
Cosa pensa Magyar dell’Italia?
Difficile sbilanciarsi al momento. Ha affermato di voler instaurare una buona collaborazione con tutti i paesi europei, indipendentemente dal fatto che siano membri dell’Unione o meno.
C’è qualche cambiamento in vista nel Paese per quanto riguarda la politica migratoria?
Non cambierà il fatto che manterrà la barriera di confine, ma sicuramente modificherà la politica nei confronti dei richiedenti asilo, perché non vuole continuare a pagare una multa di 1 milione di euro al giorno.
Dal punto di vista economico, cosa lascia in eredità Orbán dopo sedici anni al potere?
Un bilancio in rovina, un debito pubblico spaventosamente elevato, un carico enorme di rimborsi dei prestiti e anziani profondamente impoveriti.
E ora il contributo di Lorand Hegyi, voce alta della cultura di quel Paese. Una voce intonata, dentro totalmente allo spirito affascinante e aperto che continua ad emanare la mitteleuropa. Radici profonde, respiro dialogante.
Ue: istituzione necessaria
Il risultato delle elezioni generali in Ungheria dimostra un solido sostegno all’Unione Europea, in quanto incarnazione della cooperazione politica europea. Sono convinto che la maggior parte dei giovani ungheresi e la maggioranza degli intellettuali ungheresi comprenda l’importanza dell’Unione Europea e la consideri un’istituzione necessaria, naturale e utile. Sebbene vi siano voci critiche riguardo all’efficacia della burocrazia dell’Ue e una certa insoddisfazione riguardo al processo decisionale democratico e alla trasparenza di quel gigantesco apparato, la convinzione di fondo sulla missione protettrice dell’Ue è fondamentalmente forte.
È tutta un’altra questione se il senso di appartenenza comune di tutti gli europei sia sufficientemente forte tra gli ungheresi, se la visione di una «communitas» europea sia incrollabile nella società ungherese. La maggioranza dei cittadini ungheresi si sente senza dubbio cittadina europea, nonostante la propaganda antieuropea ripetutamente diffusa nell’ultimo decennio e mezzo, ma ciò non implica necessariamente l’esistenza di una profonda coscienza politica di una communitas europea. Tale coscienza dovrebbe essere articolata meglio e dimostrata in modo più sofisticato nella presentazione dell’intera storia e cultura ungherese.
La realtà storica contraddice la “stranezza” ungherese
Il discorso europeo, il carattere europeo della cultura ungherese è stato a lungo – e sembra esserlo ancora oggi – uno dei temi più delicati della sfera culturale.
E questo argomento ci conduce a un’altra questione, ovvero all’europeità dell’Ungheria o al carattere occidentale della cultura ungherese. Da molto tempo, in realtà fin dal tardo Romanticismo, esiste una certa – sebbene latente – tendenza all’interno della cultura ungherese volta a creare una specifica narrazione del percorso separato dell’Ungheria nella storia europea, un’immagine quasi mitica dell’alterità del popolo ungherese, basata in parte sulle sue origini orientali, in parte sul suo – presunto e ingenuamente suggerito – specifico carattere popolare. Questa autointerpretazione pseudo-mitica, etno-romantica e ingenua ha aperto spazio a un culto nostalgico dell’alterità – che poteva essere arrogantemente egoista, intollerante, esclusivista, isolazionista, o masochista e introversa. In particolare, questo pseudo-mito masochistico dell’alterità ha alimentato la narrativa della piccola nazione ungherese di origine orientale che soffre all’interno dell’Europa occidentale. Allo stesso tempo, questa leggenda irrazionale dell’alterità ha alimentato l’arroganza nei confronti dei paesi confinanti e, più specificamente, dell’Europa occidentale, considerata artificialmente come l’antipodo culturale dell’Ungheria orientale. La realtà storica contraddice completamente questa visione a-storica, irrazionale e masochistica della stranezza ungherese. A partire dal X secolo, l’élite dominante ungherese ha cercato modelli di integrazione nel contesto politico ed economico e nella cultura dell’Europa occidentale. Già il primo re ungherese chiese e ottenne la corona dal Papa, consolidando così il forte legame con il cattolicesimo romano. La religione cattolica romana divenne la religione di Stato, sebbene anche quella greco-cattolica fosse piuttosto diffusa. L’integrazione nell’Europa occidentale a tutti i livelli era considerata dall’élite ungherese una condizione assolutamente necessaria per la sopravvivenza della nazione. La guerra contro i turchi e la successiva lunga occupazione del paese rafforzarono la coscienza di appartenenza all’Occidente. Tutti i movimenti intellettuali progressisti, dall’Illuminismo e dal Romanticismo ungheresi e, naturalmente, dal primo Modernismo e dall’Avanguardia fino ai tempi recenti, considerano la comunità culturale europea come contesto naturale e indispensabile della cultura ungherese. Il famoso discorso di Mihàly Babits, scrittore e poeta del XX secolo dal pensiero sottile ed estremamente raffinato, affermava con tragica ricercatezza e acutezza, intorno al 1940, che la letteratura nazionale non è solo parte della letteratura mondiale, ma ne è una concretizzazione, una reincarnazione delle idee universali nelle condizioni specifiche del contesto culturale nazionale. Babits alzò la voce contro la strumentalizzazione nazionalista della cultura.
Le tendenze ambivalenti, oscure e isolazioniste legate alla mitica «stranezza» e ai culti ingenui di un’alterità etnica esagerata conducono quasi inevitabilmente a una certa anti-europeismo politico, che negli ultimi anni è servito a fomentare risentimenti politici contro l’Unione Europea. Le argomentazioni contro il processo decisionale all’interno della comunità europea e contro la visione di una politica di difesa europea collettiva sono state alimentate da vecchi miti della «stranezza» ungherese, tornati in auge. Fortunatamente la maggioranza degli ungheresi ha respinto l’anti-europeismo banale e distruttivo e ha manifestato il naturale senso di appartenenza all’Europa.
* András Bánó, giornalista e scrittore, volto noto delle televisioni ungheresi, ha condotto diversi talk tra cui il noto Blikk talk!
Ha voluto portare avanti la tradizione di famiglia, il giornalismo e ha lavorato in televisione dal 1975 svolgendo programmi molto noti. Presto entra in collisione con il bavaglio imposto all’informazione. E lascia e riprende programmi a seconda delle possibilità.
Ha amato molto anche la Radio. Ho lavorato per le emittenti Kossuth e Petőfi e su Bézs. Ha portato nel lavoro dimensioni che ha sempre amato e approfondito: la politica, le belle arti (è collezionista del moderno e ottocento) e la musica. “Mi sono cimentato con la musica leggera come cantante di un gruppo beat nostalgico, mentre quella classica mi limito ad ascoltarla e ad ammirarla”.
* Lorand Hegyi, ungherese di Budapest, classe 1954, è uno tra i più grandi direttori di Musei di arte contemporanea del mondo, curatore di grandi esposizioni di studio e come storico dell’arte contemporanea scrittore di libri che portano la passione il metodo della cultura Mitteleuropea di cui si sente figlio e parte, mettendo in luce non solo legami tra grandi autori e movimenti artistici, ma anche momenti storici e storie minori che segnano in realtà la percezione culturale e l’incontro tra movimenti artistici del centro Europa e il resto del mondo.
Dopo la caduta del muro di Berlino Lorand Hegyi invitato in Austria dal Ministro Erhard Busek a dirigere il Museum of Modern Art Ludwig Foundation di Vienna (oggi Mumok), ha sviluppato una delle collezioni più importanti e complesse di Arte Contemporanea dei paesi dell’Europa Orientale e dell’Europa Centrale. A quei temi dedica due grandi mostre: Reduktivismus – Abstraktion in Polen, Tschechoslowakei, Ungar; Aspects, positions: Cinquant’anni di Arte nell’Europa Centrale (Vienna, Barcellona, Southampton). Cura la Biennale di Valencia e la Biennale di Poznan in Polonia. Una particolare visione del Museo come storia viva e incontro tra popoli, lo porta a creare per il museo Ars Aevi di Sarajevo, dopo la guerra dei Balcani, un progetto grazie al coinvolgimento di amici artisti, con la donazione di circa 200 opere. Ha curato la mostra “50 Years of Art in Central Europe 1949-1999” presentata a Vienna, Budapest, Southampton.
Ha presentato a Vienna e Praga la mostra “La Casa, il Corpo, il Cuore” – Construction of Identities. Nel 2001, prima di lasciare l’incarico di direttore del Museum of Modern Art Foundation Ludwig, apre ed inaugura il nuovo museo d’arte contemporanea MUMOK di Vienna e assume la direzione artistica del PAN (Palazzo delle Arti di Napoli – Centro di arte contemporanea) assumendo anche la direzione generale del Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Saint-Etienne, in Francia che porterà avanti fino al 2016 e ad assumere le direzioni artistiche del Parkview Museum di Pechino e del Parkview Museum di Singapore
Ha sviluppato la collezione delle tendenze degli anni ’70 e ’80, sia degli Stati Uniti che dall’Europa globale. Un nuovo progetto globale per l’Arte Contemporanea che includeva l’Arte dell’Europa Centrale e Orientale e quella contemporanea dei paesi Asiatici. Ha realizzato mostre di molti grandi maestri dell’arte contemporanea come Jannis Kounellis, Salvatore Garau, Michelangelo Pistoletto, Günther Uecker, Dennis Oppenheim, Richard Nonas, Joel Shapiro, Roman Opałka, Orlan, Bertrand Lavier, Gilbert & George, Anne e Patrick Poirier, Georg Baselitz, Tony Cragg, Peter Halley, Anish Kapoor, ed altri ancora.