Mao, il maoismo e l’inganno della “Cina è vicina”

Quest’anno ricorre il cinquantenario della morte del “Grande Timoniere”. In Occidente si visse una lunga stagione di infatuazione verso l’esperienza del comunismo cinese. E un vero e proprio entusiasmo per la Rivoluzione culturale. Una sbornia colossale. Sostenuta da molti ben nomi dell’intellighenzia italiana ed europea. Da Dario Fo a Jean Paul Sartre. Una lezione tragica che ancora oggi è opportuno non dimenticare. Perché le ideologie cambiano il pelo ma non perdono il vizio. E a farne le spese è sempre la verità dell’uomo e la sua domanda di vera liberazione


13 febbraio 2026
Storia di solo ieri 
di Enzo Manes

Foucault e Sartre 1971

Il 9 settembre 1976, a Pechino, moriva Mao Tse – tung, il “Grande timoniere” della Rivoluzione cinese e guida suprema del Partito comunista. Aveva 82 anni. Quest’anno, perciò, ricorre il cinquantenario del suo trapasso. In Occidente, soprattutto in Europa e in maniera significativa in Italia, vi fu una notevole fascinazione per una figura perlomeno controversa. Anzi: tragica, nel senso della tragedia che ne è sortita dal suo piano d’azione. L’amplificazione dell’impianto ideologico che professava veniva enfatizzato sui giornali e nelle piazze come alternativa all’evidenza del fallimento del socialismo reale di matrice sovietica. Si puntava sulla diversità del comunismo cinese anche come segnale di manifesta avversione verso i partiti comunisti europei in larga misura schierati con Mosca. Pechino era la risposta autenticamente efficace alla deriva del capitalismo e del socialfascismo praticato dal Cremlino.

Mao proclaiming New China

Il sol dell’avvenire

Quando il sessantotto italiano imboccò la strada della normalizzazione e si frantumò in piccoli e piccolissimi partiti, l’adesione retorica, fin dal ricorso a un linguaggio da Istituto Luce, il sopravvento. A Milano, il Movimento studentesco che aveva la roccaforte all’università statale di via Festa del Perdono, teneva la barra ideologica del cosiddetto Maotsetungpensiero (tutto attaccato e tutto di un fiato, come si cantilenava nei cortei o si declamata nella chiusura di interventi pensosi e ispirati del leader di turno). L’effigie di Mao giganteggiava su striscioni e manifesti. Un vero e proprio innamoramento. Che divenne adesione entusiastica quando in Cina fu avviata la traumatica Rivoluzione culturale. (Uno spaccato drammatico la si può cogliere nel film di Bernando Bertolucci L’ultimo imperatore).
Come si verrà a sapere quella fu una stagione tragica: morti, gogna, epurazioni, umiliazioni, gli oppositori nei Laogai, i campi di concentramento. Era l’applicazione del pugno di ferro dell’ideologia che, vagheggiando mondi perfetti da imporre contro tutto e tutti, infieriva sull’uomo. In pratica, con le tutte le differenze storiche del caso (le semplificazioni non aiutano la verità), in Cina andava in scena l’inumano spettacolo già visto in Unione Sovietica.
Ma gli intellettuali d’Occidente che, in verità poche ne azzeccavano, continuavano a scrivere che a Pechino stava per davvero sorgendo il sol dell’avvenire. Per dire, nel 1967, Marco Bellocchio fece un film che lasciava pochi dubbi: La Cina è vicina.
Un titolo che divenne una speranza programmatica per una certa generazione che aveva le proprie urgenze sociali fatte confluire in ideologie totalizzanti. Anche al quotidiano Il Manifesto, sul tema, si avevano pochi dubbi.

Si trattava di personalità di una certa vivacità e intelligenza fuoriuscite (per la precisione: espulsi) dal Partito Comunista dopo i fattacci della Cecoslovacchia con i carrarmati di Mosca per le strade a ripristinare la stagione del gelo e a spegnere così il risveglio della primavera di Praga. Donne e uomini del Manifesto che, invece di abbandonare l’ideologia comunista dura e pura – la realtà stava dicendo cose precise – spostarono la loro attenzione da un’altra parte: cuore e cervello in Cina.
Da una dittatura all’altra. Qui, siccome Lenin e Stalin apparivano lontani nel tempo, vi era pure la possibilità di vivere l’esperienza rischiosa del culto della personalità, perché Mao era vivo e lottava per il popolo, per i popoli oppressi. Magari un culto non nella forma variopinta e macchiettistica di altre organizzazioni del settore, però nella sostanza Mao era Mao. E la Rivoluzione culturale era il metodo che metteva fine a burocraticismo e intellettualismo, malattie che finalmente andavano guarite con cure strong per dare un sano e robusto impulso al comunismo romantico e non meccanicistico e un po’vecchio dell’est europeo.

La cecità degli intellettuali

Questa brusca sterzata verso Pechino, a onor del vero, viene ricordata appena perché significherebbe riconoscere di aver preso un abbaglio grande così. Un esempio di abbaglio è tutto nel titolo di prima pagina del quotidiano comunista il giorno successivo la morte del Grande Timoniere. Eccolo: “È morto il compagno Mao Tse – tung ci ha insegnato che il comunismo è il radicale rovesciamento della storia fondata sull’egoismo e sullo sfruttamento. Per questo dalla Cina ‘arretrata’ è partito il solo suggerimento adeguato per affrontare la crisi di civiltà dell’’avanzato’ Occidente».
E, sotto il titolo, l’editoriale «Ribellarsi è giusto» firmato da Rossana Rossanda. Anche Dario Fo e il poeta Edoardo Sanguineti spesero parole importanti verso il maoismo. In particolare, Fo di ritorno da un viaggio in Cina del 1975, non si dimenticò di elogiare quel modello entrando in contrasto con il regista Michelangelo Antonioni, assai meno ottimista di lui, forse perché aveva visto, nel 1973, una situazione a dir poco compromettente. Anche in Francia Mao scaldò i cuori. Jean Paul Sartre e Simon De Beauvoir non riuscirono a frenare gli entusiasmi al punto di andare per le strade a distribuire una pubblicazione smaccatamente sensibile al Libretto rosso del “Grande Timoniere”. Si chiamava Le Cause du Peuple. Il 26 giugno 1970 la coppia venne fermata dalla polizia in quanto il giornale ospitava articoli dichiaratamente sovversivi, minacciosi. Il tutto si concluse in poco più in un’era e mezza in gendarmerie. D’altronde, asseriva il generale De Gaulle che non si arrestano i Voltaire. Insomma, il maoismo rurale ha avuto parecchi sostenitori tra le menti pensanti e candide. Vedremo se, di qui alla data dell’anniversario della morte di Mao, usciranno contributi che, per amore della verità (questo è un amore che non si spegne se si è fedeli alla verità che mai tradisce l’uomo), non facciano sconti. E sconti certamente non ne ha fatti Jung Chang (qui l’incontro con la scrittrice al CMC https://www.centroculturaledimilano.it/scrivere-i-legami-la-memoria-la-cina-incontro-con-jung-chang/ )  con il libro autobiografico Cigni selvatici. Tre figlie della Cina. Senza dubbio è uno dei testi più approfonditi sulla persecuzione, le sofferenze e la paura all’epoca di Mao, prima e dopo il suo trionfo del 1949. Scritto benissimo, un racconto lucido, illuminante, vero. Che richiama l’attenzione sulla tragica illusione contenuta nelle ideologie e, in questo caso, nell’ideologia comunista. L’ideologia della Cina è vicina a suo tempo, e colpevolmente, tanto cara in molto Occidente.