Mario Calabresi: “Ho trovato il senso della fatica in storie vere”
Ogni giorno ha la sua pena. Espressione conosciuta e ritenuta credibile. Perché oggi va per la maggiore la pratica del sopravvivere nel quotidiano. Giornate all’insegna del limitare i danni. Quasi una condanna. Il nuovo libro del fondatore e direttore di Chora media, già alla guida di Repubblica e La Stampa, Alzarsi all’alba (Mondadori, collana Strade Blu) riporta storie di persone che, al contrario, decidono ogni giorno di non maledire il proprio quotidiano. Tredici storie di donne e uomini che all’alba si mettono in cammino riconoscendo nella fatica non un ostacolo ma un’occasione che regala doni e soddisfazioni. La fatica come cifra di senso. Un concorso di voci che mette in crisi il mito della comodità così caratterizzante la contemporaneità
17 ottobre 2025
Occhi aperti
di Walter Ottolenghi
Per quei pochi, ormai, che hanno fatto la naia, l’alba, nella neolingua di caserma, significava il congedo. “Quanto all’alba?” era il saluto del mattino. L’alba significava riprendere in mano la propria vita, tornare a essere “faber”. Le fatiche sarebbero terminate? Non proprio, anzi. Sarebbero aumentate, con l’aumento delle responsabilità. La libertà ha un prezzo, così come la felicità. Se si tengono gli occhi aperti si fa in fretta a rendersene conto.
Essere svegli
L’alba di cui scrive Mario Calabresi nel suo ultimo libro Alzarsi all’alba (Mondadori Strade Blu) ha qualcosa a che fare con quel lontano ricordo. Non tanto un momento segnato dalle lancette dell’orologio o dalla magia dei colori del cielo. Dal quale sarebbero fatalmente esclusi quanti non possono o non riescono ad andare a letto presto. Ma un evento, una circostanza, anche prolungati nel tempo, che ci mettono di fronte all’ineludibilità di discernere quanto nella nostra vita è essenziale.
Come un cielo crepuscolare che manda una luce nuova ma discreta sul nostro cammino. Facile non accorgersene o distogliere lo sguardo. Per coglierne la ricchezza e la bellezza bisogna alzarsi, essere svegli e con gli occhi aperti. E con la molla del desiderio tesa ad accogliere ogni novità e provocazione. Anche, anzi soprattutto, quando non coincidono con quello che ci si aspettava per sé.
Ogni capitolo racconta una storia vera di donne e uomini veri che hanno scelto di fare della loro vita un capolavoro. Anche se, probabilmente, nessuno di loro userebbe questa parola. Non si tratta sempre di persone che hanno affrontato eventi straordinari o cambiamenti radicali. Ci si può alzare all’alba, a volte anche in senso letterale, continuando a fare le cose che si sono sempre fatte. Ed è questa, probabilmente, la provocazione più grande di queste letture.
Focaccia e processioni
Persone che hanno trovato la realizzazione di sé e la felicità nelle relazioni con gli altri portando avanti i loro mestieri o le loro tradizioni. Senza fermarsi a considerare la loro fatica come una maledizione biblica, ma scoprendola come un ponte dove far passare le relazioni con gli altri, con cui fare in qualche modo dono di sé. C’è molta Liguria in questi racconti.
Chi la conosce bene sa che in un pezzo di focaccia o di farinata fatte come si deve e comprate calde non c’è solo una transazione commerciale, ma lo scambio di una passione che conferma la radice comune e finisce per coinvolgere anche l’emozione del forestiero. Come la passione delle confraternite di volontari impegnati a portare i pesantissimi crocefissi tintinnanti d’argento in processioni di paesi e città dove la partecipazione è ancor oggi di massa.
Una focaccia surgelata o i crocefissi portati da una ditta di facchinaggio avrebbero lo stesso cattivo sapore. Come le tante attività e prodotti di un’epoca dove si dà per scontato che il valore sia rappresentato solo dal prezzo. Mentre le qualità essenziali di prezzo non ne hanno: sono il pezzo di vita e di anima che passa di mano e di cuore.
Esempi che ognuno ha a portata di mano anche in tanti altri luoghi e in altre forme. Non siamo abituati a vederli, anestetizzati dalle consuetudini a consumare e scartare. Per vedere e capire la fatica e il sacrificio degli altri abbiamo bisogno di uno sguardo non appannato dalla distrazione dell’abitudine e della superficialità.
Già, fatica e sacrificio. Parole fuori moda. Sinonimi di fallimento nella ricerca di un successo stampato su carta patinata. E chi li vuole?
I nostri gesti, i nostri pensieri
Eppure queste storie ed altre che potremmo anche scoprire da soli ci raccontano di un appagamento e forse anche di una felicità passati proprio per queste porte apparentemente anguste. Forse l’arcano va svelato dal senso vero e dall’uso delle parole. Una fatica gratuita è veramente una perdita secca di energia e di tempo? Pure questo tipo di fatica ci impegna ogni giorno nelle nostre relazioni e nelle nostre attività. L’amore, verso noi stessi e verso gli altri, implica questo impegno. Una ricerca continua del significato dei nostri gesti e dei nostri pensieri, che giustifica, rende giusto, il nostro sforzo. Ci fa contenti e, infine, felici.
È la fatica di chi cerca il modo per uscire da una difficoltà, per curarsi, per accudire chi gli è vicino e per cogliere le mille occasioni che abbiamo per rendere migliori noi stessi e il mondo che ci circonda, allargando progressivamente il nostro orizzonte fino a dimensioni che non avremmo mai previsto. Allenarsi ed educarsi alla fatica è il modo per non lasciarsi sfuggire queste opportunità, così come allenare ed educare altri alla fatica è il modo per condividere questa ricchezza. Sono molti gli esempi di tutto questo che si possono trovare nelle pagine di questo libro di piacevole lettura.
Sacrificio e successo
Un’ultima considerazione sulla parola sacrificio, che normalmente viene inteso come mutilazione o annientamento di sé. In realtà i racconti delle vicende dove è più evidente la presenza di un percorso di sacrificio sono anche resoconti di storie di successi, di percorsi privilegiati, in altre parole “fatti sacri”, per raggiungere risultati straordinari o impensabili. Sono anche storie di successi sportivi, di superamento della disabilità. Ed anche di accudimento in situazioni di malattia e disagio. La chiave è, di nuovo, la fatica vissuta in una prospettiva di speranza che è già un anticipo di un esito buono, qualunque esso sia. Perché se ne esce ricchi di un animo più grande.