Massimo Recalcati: “Un maestro è colui a cui preme ciò di cui parla”
Un professore legge, anzi studia, l’ultimo libro dello psicoanalista e saggista che ha per titolo: La luce e l’onda. Cosa significa insegnare? (Einaudi). Pagine dense, espressioni nette e precise. Con l’intuizione/paradosso che la Scuola è il luogo dove si annidano due anime, quella “dispositivo” e quella “radura”. Senza fare sconti un volume dalla parte della Scuola senz’altro soggetto vivo.
3 ottobre 2025
Scuola illuminata
di Paolo Covassi
La luce e l’onda. Cosa significa insegnare? (Einaudi). È questo il titolo del libro di Massimo Recalcati che ho appena finito di leggere. Devo dire che non volevo, mi ero ripromesso di non leggere libri sulla scuola scritti da chi non vive in prima persona questo mondo a parte. Ma il titolo era troppo attraente e, soprattutto, ho visto che lo stava leggendo la mia collega preferita… e così ho ceduto. E ho fatto bene.
La cosa più difficile nel parlare di questo libro è che leggerlo non basta, occorre studiarlo. Ci sono pagine talmente dense, espressioni così nette e precise che andrebbero mandate a memoria. In alcuni punti, sinceramente, non è semplice e qualche pagina risulta un po’ pesante, così come bisogna sintonizzare l’orecchio sul lessico dello psicologo ma, se si escludono questi peccati veniali (e anche piuttosto soggettivi) La luce e l’onda è un libro da leggere.
Non solo per gli “addetti ai lavori”, ma chiunque abbia un minimo di interesse educativo, anche “solo” per il fatto di essere genitori, per esempio.
La Scuola – dispositivo e la Scuola – radura
Altra cosa interessante è la mancanza di lamento. Non che nella scuola vada tutto bene (e lo sappiamo bene, sia noi che Recalcati), ma anche le realtà complesse e negative vengono guardate come una possibilità e un punto di partenza. Faccio un esempio.
La prima parte del libro si intitola: La Scuola-dispositivo e la Scuola-radura. Proprio così, con tanto di maiuscole, che non saranno ortograficamente ineccepibili ma emanano rispetto e considerazione… cosa significano queste espressioni? La scuola sistema è il lato burocratico, grigio e autoreferenziale alimentato quotidianamente da ministeriali, sindacalisti e funzionari vari spesso con la complicità di dirigenti e insegnanti, la scuola radura invece è esperienza di apertura, luce (come una radura in un intricato bosco) e accade ogni volta che un maestro (usa proprio questo meraviglioso termine) “sa trasmettere ai suoi allievi un sapere vivo, un sapere in grado di allargare l’orizzonte della vita”. Spero che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano fatto esperienza di questa “radura”, mentre è più facile che ognuno si sia scontrato con la scuola sistema e i suoi meccanismi. Ma Recalcati sottolinea un aspetto decisivo: “Queste due anime […] si annodano l’una nell’altra: la Scuola-radura non potrebbe esistere senza la Scuola-dispositivo e, viceversa, se la Scuola-radura riducesse la sua esistenza a quella della Scuola-dispositivo sarebbe la fine della Scuola medesima”.
Da qui due osservazioni: la possibilità di una “luce” che superi il sistema è nelle mani del singolo, è il maestro che può condurre alla “radura”; la seconda che quindi non si può “istituzionalizzare” la radura. Il sistema, quasi in un meccanismo sussidiario, deve dare la possibilità (e la libertà) al maestro di condurre i ragazzi alla radura, alla luce, e dovrebbe essere consapevole che non sono i corsi di aggiornamento, i progetti e le varie “educazioni” più o meno imposte che possono allargare l’orizzonte della vita agli allievi.
Cos’è un maestro?
Questo rapporto tra istituto e radura viene infatti descritto come un vero e proprio paradosso. La radura non è una fuga dal sistema, non è un invito all’anarchia e alla ribellione a orari, verifiche e valutazioni (tutti elementi essenziali alla vita della scuola e che la definiscono come “comunità”) ma è proprio all’interno di questo che può scaturire l’imprevisto della luce. Questo concetto viene ampiamente ripreso e argomentato proprio per la difficoltà intrinseca del paradosso che rappresenta ma che sfocia nella domanda più importante: “Cos’è un maestro?”.
Difficile sintetizzare la risposta che occupa la maggior parte delle pagine di questo libro, ma ci viene in aiuto il titolo. Il maestro è luce in quanto mostra, chiarisce, consapevole di lasciare contemporaneamente un’ombra di mistero, di insondabile. Maestro non è chi spiega tutto ma, anzi, “intrattiene un rapporto di amicizia con la mancanza”, ed è proprio in questa zona d’ombra che suscita l’indispensabile desiderio di conoscenza nell’alunno.
Desiderio che diventa forma personale di conoscenza nell’impatto con l’onda, che rappresenta lo “scontro” con la realtà, l’unica via possibile perché ogni alunno trovi “il proprio stile”, che faccia proprio il sapere del maestro. Come essere luce e onda allora? Come posso io, insegnante, diventare maestro per i 24 studenti annoiati e disillusi di poter trovare una radura che dia senso alle lunghe giornate di scuola?
“Un maestro è colui a cui preme ciò di cui parla”. Non un erudito, ma qualcuno in grado di trasmettere “non tanto un sapere, ma il desiderio di sapere”. Non è questione di strategia, di sistemi didatticamente ineccepibili, ma la possibilità di “un discorso contaminato con l’immanenza della vita”, perché un maestro sia autorevole deve “partire dalla testimonianza della propria lingua (la dimensione del linguaggio prima che diventi comunicazione strutturata, la nostra memoria più arcaica) dalle tracce dell’Altro sedimentate nel soggetto dalle quali la forza singolare del desiderio ha tratto e continua a trarre la propria spinta”. Insomma, se mi è permessa una sintesi azzardata, non si insegna attraverso regole ma grazie a una vita che si comunica.
Il rapporto conflittuale genitori – scuola
Eppure, ed è il passaggio successivo, siamo figli di una cultura che teorizza la fine del maestro e vede nella sua eliminazione una possibilità di crescita e libertà.
Il parallelo tra il maestro e il padre aiuta a capire i limiti di questo pensiero, sacrosanto se ci si riferisce a maestri e padri padroni, ma che sono figure essenziali nella crescita e nello sviluppo dell’individuo. Infatti, compito di un genitore e di un maestro è “sapere lasciare andare chi si è generato senza pretendere nulla in cambio”. Con questa frase si “fa fuori” sia il docente burocrate incapace di un vero rapporto con i propri alunni, sia il maestro che si pone come figura di perfezione da imitare e idolatrare. Idem per i genitori. Non a caso le pagine successive sono dedicate proprio al rapporto, spesso conflittuale, tra genitori e Scuola, uniti dalla loro missione “impossibile” di educare. Pagine illuminanti.
Pasolini e la trasmissione della cultura
Come dicevo all’inizio, questo è un libro da studiare, non basta leggerlo. Sono tantissime le frasi che sintetizzano in maniera esemplare aspetti complessi che, soprattutto oggi, vengono guardati con le lenti dell’ideologia (di qualunque parte) e distorti a proprio uso e consumo. Ma proprio la scuola, anzi, la Scuola, può e deve (e già lo è, con buona pace dei suoi detrattori) essere il luogo della libertà: “se ciascuno è unico nel suo stile di apprendimento e nella sua propria esistenza, non può mai essere l’unico”. Si intravede il rischio di scivolare in una sorta di relativismo, per cui ciò che conta è la trasmissione del sapere qualunque esso sia (o quasi) quando afferma che “Non c’è sapere che pretenda di essere il solo sapere così come non c’è valore che pretenda di essere il solo valore”, ma si capisce che in realtà la preoccupazione è che ci sia una scuola plurale e libera che, riprendendo Pasolini, vede nella “trasmissione della cultura il solo modo per dare vita al desiderio, sottraendolo agli oscuri dèi della guerra e al loro desiderio di morte”.