Nessuna educazione senza significato
Riflessione di un professore a partire dal dramma di Trescore Balneario e da un intervento di Massimo Recalcati sul quotidiano La Repubblica. La (non) proposta di un mondo “democratico” in cui, per evitare i conflitti, tutto in fondo si equivale, dove non c’è verità ma solo opinioni è psicologicamente distruttiva. A questi ragazzi non è stato proposto nulla. Nulla di vero, nulla che avesse le dimensioni di totalità che il nostro animo chiede in modo insopprimibile.
10 aprile 2026
Uno, due e l’altro
di Francesco Fornasieri
Scrive Massimo Recalcati su Repubblica del 30 marzo u.s.,“La pedagogia dell’odio e le colpe degli adulti” (https://www.repubblica.it/cronaca/2026/03/30/news/recalcati_professoressa_bergamo_commento_pedagogia_odio-425251984/) che dovremmo tornare a trasmettere la “legge insostituibile della parola”, senza della quale l’unica alternativa è il “passaggio all’atto violento”, “via breve” dell’affermazione del proprio esclusivo punto di vista.
Da insegnante sento un forte richiamo ad un approfondimento del problema, e avendo letto con interesse molti libri di Recalcati e ascoltato le sue conferenze e per la stima che ho della persona, mi permetto di fare qualche osservazione critica. Credo che sia necessario porre alcune domande: per quale ragione dovrei ascoltare l’altro? Per quale ragione dovrei includere il suo punto di vista? Cosa mi impedisce di affermare me stesso con tutta la carica di egoismo, anarchia e violenza, se questo è l’unico modo che trovo per affermare che esisto, che ho un valore, che ho uno scopo?
Il ragazzo che ha accoltellato l’insegnante della scuola bergamasca ha scritto: «Non è solo un atto di vendetta, è qualcosa che interrompe una routine di noia nel modo più estremo possibile. Sono stanco di fare le stesse cose in continuazione, le regole sono qualcosa che dovrei rompere e non c’è nulla di meglio che farlo con la vendetta. Punire quelli che si sono sbagliati sul mio conto». Sembrano parole di Raskol’nikov, protagonista di Delitto e Castigo: «Ecco: io volevo diventare un Napoleone, e perciò ho ucciso».
Non si avverte solo un delirio vaneggiante, ma l’insopprimibile desiderio di dare un significato alla vita, anche se con la violenza. Ma attenzione: non si tratta solo di rompere una noia insopportabile, ma di una rivolta contro quella che si sente come una vita insensata: “fare le stesse cose in continuazione”; e contro una impunita menzogna: “quelli che si sono sbagliati sul mio conto”.
Alzi la mano chi non si è mai sentito sminuito dallo sguardo di un altro. Che non ha desiderato rivalsa, giustizia, affermazione di sé. Chi non ha sentito montare la rivolta quando è stata fatta sul suo conto una affermazione falsa. Non sto giustificando la violenza, ci mancherebbe … sono un insegnante! Ma da dove nasce, questa ipersuscettibilità per cui sono pronto a reagire al massimo?
Credo che nasca nel vuoto di proposta di cui, questo sì, siamo veramente responsabili noi adulti. A questi ragazzi non è stato proposto nulla. Nulla di vero, nulla che avesse le dimensioni di totalità che il nostro animo chiede in modo insopprimibile. Totalità non significa totalitarismo, unilateralismo “monolitico”, attenzione. Totalità significa una ipotesi di significato che riguardi tutto, perché se qualcosa appare senza significato, allora nulla ha più significato. Ho visto mio nipote di 6 anni studiare una stufa a pellet per un’ora, aprendo tutto l’apribile finché non ha capito come funziona. E provatevi a interromperlo dicendogli che non c’è un senso al funzionamento di quell’oggetto! Siamo portati dalla nostra umanità a cercare un fine ultimo, una spiegazione totale, esauriente, uno scopo per cui il tempo abbia senso.
“Il principio della necessità interiore”
Ora, educativamente parlando, la (non) proposta di un mondo “democratico” in cui, per evitare i conflitti, tutto in fondo si equivale, dove non c’è verità ma solo opinioni è psicologicamente distruttiva: come orienterò la mia energia, la mia creatività, il mio interesse, il mio desiderio? Se tutto è in fondo equivalente?
La libertà, come sanno tutti i creativi e tutti quelli che cercano una soluzione ai problemi, non sta nell’avere tante possibilità equivalenti, ma nel trovare l’unica possibilità di realizzazione: trovare l’unico accordo possibile per chiudere una sinfonia, trovare il colore giusto per esprimere quell’emozione, trovare il gesto, la parola per dire quello che desidero dire. Ho un principio “costringente” (compelling) dentro di me, che mi porta a riconoscere l’unica cosa adeguata: “principio della necessità interiore” avrebbe detto Kandinskij. Ma se mi viene detto che le possibilità sono sempre molte e mai una sola…che tutte le interpretazioni sono vere…viene contraddetto qualcosa di estremamente connaturato ad una mia esigenza nativa.
Cosa permette di valorizzare l’altro
Sul piano educativo, (qui mi avvalgo, con beneficio di memoria, di proposte contenute nel testo di Luigi Giussani Il Rischio Educativo) è solola proposta di una ipotesi di senso unitario della realtà che fa crescere persone in grado di problematizzare positivamente l’esistenza, cioè di non affrontarla ideologicamente e violentemente. Senza una ipotesi di significato, che venga incarnata in una figura autorevole capace di mostrarne la validità nel merito dei problemi e che venga poi verificata con criticità da chi viene educato, c’è un solo risultato possibile, in tre forme: bigottismo, fanatismo, o al più quella forma di borghesismo edonista e consumista che è altrettanto violento nel suo disinteresse per il mondo e gli altri.
L’accettazione passiva, buonista, ultimamente “indifferente alle differenze”, la “tolleranza” (ancora usiamo questa parola? Molti hanno mostrato che “tolleranza” è un concetto intrinsecamente intollerante: si tollerano quelli che si considerano degli errori) è quanto di più violento ci sia, perché annulla l’originalità dell’altro e la ricchezza che egli porta. Eppure non abbiamo educato proprio a questo con tutta la nostra enfasi retorica sul multiculturalismo? Tutto era multi, multitasking, multifunzionale, multisessuale…facciamo scrolling tra le possibilità: tutto è possibile, tutto si equivale, basta non offendere nessuno. Ora forse i ragazzi sono stanchi, vogliono anche solo una cosa, ma che valga la pena.
La proposta di un’ipotesi di significato da verificare, è l’unica cosa che permette di valorizzare l’altro, perché egli può essere portatore di un aspetto della verità (i.e. “spiegazione totale”) che io non potrei scoprire senza di lui. Ma come si suscita l’amore alla verità? Bisogna innanzitutto credere che essa esista.
Camminare senza un indirizzo preciso
Parentesi (breve) politica. Il clima pre-referendario italiano a me ha anche entusiasmato: la materia difficile, i problemi storici dell’Italia, le implicazioni filosofiche delle proposte fatte … si parlava di qualcosa che aveva un contenuto. Certo, c’è chi ha scelto la strada della pura fomentazione ideologica. Ma per chi voleva c’era da studiare, cioè da cercare la verità!
Limitarsi a dire che bisogna “necessariamente rinunciare all’uso della forza è una predica moralistica. La forza, l’aggressività, nel mondo cristiano medioevale era considerata una facoltà potente dell’anima (“potenza irascibile”) data all’uomo per difendere il bene contro il male. Non usereste tutte le vostre forze per difendere la donna amata dall’assalto di uno stupratore? Per salvare un bambino da una casa in fiamme? Per impedire che un vecchio venga massacrato di botte? Invece no, davanti alla violenza noi facciamo i video. Cioè: la realtà al massimo è un entertainment, ma la giustizia, il bene, il vero, non esistono. Da dove lo hanno imparato i ragazzi? Decenni di educazione laicista, buonista, relativista, neutralista, hanno “costretto” noi adulti a cercare di nuovo nella politicizzazione estrema e ideologica un senso di identità, e nei giovani hanno prodotto il vuoto di una persona che sente di camminare senza un indirizzo preciso e questo – alla lunga- annoia; mentre qualunque proposta decisa, anche violenta, attira.
Le distorsioni nel nostro presente
Parentesi (lunga) teologica: riguardo al fatto che si supponga che un ragazzo possa crescere normalmente in assenza di proposta, perché così sarebbe libero di scegliere la sua strada, poggia sul vulcano dormiente della censura che la cultura dal Rinascimento in avanti ha di fatto operato riguardo una distorsione fondamentale presente nell’essere umano, che la tradizione cristiana chiama “peccato originale”. Ogni spontaneismo non si avvede che in noi c’è, oltre la capacità di riconoscere il bene e il male, anche una inclinazione inesorabile che perverte l’energia umana orientata al bene ingannandola sulla modalità con cui raggiungere i propri fini: “mangiate, sarete come Dio”.
Adamo ed Eva erano destinati – siamo destinati- ad essere come Dio! Siamo fatti cioè per una comunione profonda con quel mistero personale datore di tutto (quello che Gesù chiama “il Padre”). Anzi, Satana stesso, il mysterium iniquitatis, era fatto per “essere come Dio”, ha scelto poi, nella superbia di un orgoglio estremo e auto-accecantesi, di rinnegare la propria realtà di creatura fatta per vivere quella comunione come figliolanza liberamente desiderata, e affermandosi invece in contrapposizione al proprio Creatore. Come se la mano volesse staccarsi dal braccio ed essere autonoma (consiglio in proposito il libro di Paolo Prosperi Sulla caduta degli angeli). Il peccato di Adamo ha la stessa impronta menzognera: in noi il peccato sempre distorce qualcosa che sarebbe originariamente orientato al bene.
Senza un’ipotesi che spieghi anche le dimensioni di sofferenza causate da questa situazione contraddittoria in cui ci troviamo, è quasi inevitabile che ci si ritrovi ad assolutizzare un particolare (la “vendetta”, la “rottura delle regole”, la propria interpretazione politica, il proprio desiderio sessuale o di possesso, il successo social(e), gli interessi dello stato, etc…) sentito come significativo fino a farlo prevalere su tutto il resto in modo violento. Perché per affermare un particolare per me importante cancello “tutto ciò che me lo impedisce”, scriveva il ragazzo, dato che l’ostacolo, l’impedimento, il “male”, è sempre e solo fuori di me, e allora affermo solo me stesso.
Desiderio umano e trascendenza
Allora, concludendo, credo che non si tratti di richiamarsi a una generica cultura democratica, alla legge del Due, come propone Recalcati: essa è sia insufficiente che ingannevole. Perché, come sanno perfino le coppie di amanti, il Due non basta! Se non c’è un terzo oggetto che interessa entrambi, l’altro è destinato ad essere assoggettato o noi ad assoggettarci a lui…o entrambi a stufarci dopo poco. E come sanno bene gli anche insegnanti, la relazione di contrapposizione a Due tra insegnante e studente è sempre fallimentare:è la realtà (un’opera, un esperimento, una poesia) che interessa allo studente, non il discorso dell’insegnante! È verso un oggetto Terzo che si convoglia l’attenzione dello studente e dell’insegnante per andare a scoprirne il significato. Ho visto un ragazzo stufo marcio della scuola accendersi di interesse davanti ad un vetrino di microscopio, perdipiù malfunzionante.
Ma se non c’è qualcosa di interessante da scoprire nella realtà…perché dovrei rinunciare a fabbricarmi la mia realtà? In cui faccio entrare solo chi voglio? Ed elimino chi non voglio? Come ha detto recentemente Leone XIV: le guerre sono frutto di idolatria: cioè della riduzione del significato totale della realtà a un aspetto. Questi “piccoli idoli” seducono, (etimologicamente “staccare da” per “condurre a una parte”, o “a sé”) facendo leva però sul giusto desiderio umano di grandezza, di soddisfazione, di gloria.
Ma purtroppo, anche a causa della riflessione degli ultimi anni di Recalcati e di tanta psicoanalisi affine, al tanto celebrato “desiderio” umano è stata tolta ogni dimensione di trascendenza. Non c’è significato ulteriore, globale, comprensivo, totale inesauribile…come se l’oceano non avesse una sponda opposta. Addio Ulisse, addio Dante, addio Colombo, addio Einstein: addio all’esplorazione del significato della realtà. Ultimamente la proposta educativa si riduce a gestire gli impulsi che sentiamo in modo che non siano distruttivi, in nome di valori che mentre si proclamano “comuni” si pretende allo stesso tempo che siano accettati come relativi, per salvare le differenze e non offendere nessuno. Ma: “se Dio non c’è, tutto è permesso”.
La sfida educativa è che la proposta di una ipotesi di significato globale non solo non genera violenza ideologica (proprio perché è una ipotesi ed è quindi da verificare, non da imporre) ma spalanca e accende l’energia conoscitiva, volitiva, affettiva, creativa della persona affermando che esiste la verità, esiste un senso di tutto: della scuola, del lavoro, della natura, dell’invidia e della gelosia, della bellezza, dell’avventura, degli animali e delle piante, della rabbia, delle montagne e dei buchi neri, dei disagi, dei fallimenti, dell’amore, del sesso, del sacrificio, della morte.