Prime incursioni giornalistiche che annullano le distanze e rilanciano il metodo pacificatore delle domande… La guerra in Terra Santa (torna sempre, fino a quando?) e la svolta rivoluzionaria della pietà nell’attualità del “trasumanar” pasoliniano. Letture versus il trionfo dell’organizzar.

Pasolini corsaro
Il tempo di Trasumanar

La sorprendente attualità di un verbo dantesco ritrovato nella raccolta pasoliniana “Trasumanar e organizzar”. L’invito del poeta a un atto ascetico, liberatorio, così profondato ancorato al minuto presente. Cinquant’anni dopo ne avvertiamo tutto il respiro vitale.  Un’ esigenza umana per non darla vinta all’inganno di «cercare la salvezza nell’organizzazione». 

di Enzo Manes

Trasumanar e non organizzar. Oppure un organizzar che trova soddisfazione virtuosa nell’essere quasi trasfigurato dalla vocazione ritrovata, perché così umana, alla tensione al trasumanar. A quel procedere “oltre”, a un’ascesa attesa e beneaugurante che respira di spiritualità carnale. Cinquant’anni fa l’irregolare raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini. Un titolo di amoroso richiamo dantesco «Trasumanar significar ‘per verba’ non si poria (…) Paradiso, I Canto», perciò di viaggio vitale, che non taglia fuori nulla della realtà. Un percorso segnato dai suoi mille accidenti. Il vis a vis con quel testo – impossibile collocarlo al passato (semplice o remoto che sia) – ha connotato la riflessione a più voci voluta recentemente dal Centro Culturale di Milano. La sintesi: una raccolta che continua a dare un buon raccolto. Storicamente collocata (nell’evidenza di riferimenti a fatti e circostanze precise: il rapporto scaleno con il Pci, il calvinismo nella sinistra extraparlamentare, l’idiosincrasia verso l’Urss, le luci e le ombre del ’68, specie italiano) e pur tuttavia così esistenzialmente debordante dall’entrare a pieno diritto in questo presente. Le domande – oscillanti tra il trasumanar e l’organizzar – sono quelle. All’osso. E che per Pasolini la questione stia tutta lì lo scopriamo nella lettura dei componimenti antipoetici e perciò poetici, ormai in fuga definitiva dalla più rassicurante terzina per un approdo (o non approdo), così poco organizzato, a una forma informale, destrutturata che però, sarebbe inopportuno e inelegante definirla noncuranza stilistica.

Il neo – zdanovismo genera un sapere misero

Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975). Per il quarantesimo anniversario della morte il Centro Culturale di Milano propose una mostra dall’eloquente titolo: Pasolini, il poeta che sfidò il nulla (Foto Elio Ciol)

Nella prima edizione al volume, Pasolini si ritiene un poeta che «scrive poesie sulla sua esistenza, per pura protesta contro il neo – zdanovismo».  Duro a morire il metodo censorio e unidirezionale messo in atto da Andrej Aleksandrovič Ždanov nell’Urss, un fedelissimo di Stalin, colui che elaborò i principi del “realismo socialista” ergendosi a custode ferreo di quella pratica dottrinale che sfociava nella selezione di scrittori e intellettuali in genere funzionali all’elogio di quell’ideologia applicata in quanto «ingegneri dell’animo umano»

Un ingannar che uscito dai confini di quello sterminato paese è divenuto cattiva pratica. In Occidente ha trovato e trova fedelissimi discepoli. I neo zdanoviani in servizio permanente effettivo. Che concorrono o addirittura alimentano quel Pensiero Unico, così poco corsaro, che parrebbe dettare la linea e a cui, consapevoli o meno, si è proni all’obbedienza.

Pasolini traduce la sua protesta nell’ invito a non stancarsi mai di cercare. A custodire in azione quel che urge per servire il sensato. Non un bulimico affaccendarsi nella certezza di poter far tornare i conti; no, piuttosto un umano anche se incespicato e dunque assai serio tentativo di guardare ad un’alterità affettivamente corrispondente. Pasolini, ebbe a spiegare, a riguardo del titolo/traiettoria: “Con questa espressione voglio dire che l’altra faccia della “trasumanizzazione” (la parola è di Dante, in questa forma apocopata), ossia dell’ascesa spirituale, è proprio l’organizzazione. Nel caso di san Paolo, l’altra faccia della santità, del rapimento al ‘terzo cielo’, è l’organizzazione della Chiesa” (da Pasolini – Tutte le poesie – Volume II – I Meridiani – Pag. 1517). E proprio nella poesia che dà il titolo alla raccolta l’affondo:

Il loro sapere non corrisponde alla realtà, ma a questa realtà.
Ed è un sapere misero e intero, meschino e forte.
Esso non può che produrre istituzioni, misere e meschine
che devono cercare interezza e forza.

Quel rumore organizzativo a Budapest

Come di norma succede con le opere che sfuggono, “Trasumanar e organizzar” non venne accolta bene. Respinta con annessa alzata di spalle. Recensioni non se ne videro (per provocazione ne scrisse lui una pubblicata sul quotidiano Il Giorno). Gli intellettuali dell’organizzar costi quel costi non accettarono lo scritto perché non accettavano lui; in polemica e già prolungata rottura con quell’intellettuale che dimostrava scarso interesse al crocicchio benpensante seppur ebbe a soffrire per la fine di amicizie con qualcuno di loro, evidentemente più aduso a familiarizzare con il vento a favore. Tutti a dirsi eretici rispetto alla grande famiglia ideologica, nei fatti più complicata l’arte dello smarcamento, della presa di coscienza. Del taglio. Più semplice tagliare con lui, sfrondarsi da un amico fragile, quel Pasolini, che non sapeva, colpevolmente, distinguere la ragione dal torto. Ovvio: le proprie ragioni, i torti altrui. Aveva torto marcio già nel 1956 quando inorridiva al suono dei cingolati sovietici per le strade di Budapest. Ma Pasolini, a dirla con il De Andrè più autentico, preferiva muoversi in direzione ostinata e contraria. A costo di… Un desiderio di pensiero ascetico, il suo tendere al “trasumanar” che rende ragione alla ragione. E quindi linfa vitale a far da ancella ai piccoli e meravigliosi spostamenti del cuore.

Le poesie della nonna

Il poeta insieme a due amici di una vita: l’attore Ninetto Davoli e la straordinaria cantante di musica lirica Maria Callas (Pasolini parla di lei in nucleo struggente di poesie della raccolta intitolata “Trasumanar e organizzar” (Foto Elio Ciol)

Quel verbo merita di essere attualizzato e la lettura della raccolta pasoliniana – l’ultimo lascito nella forma della poesia seppur in una forma discorsiva, disarticolata, nervosa, singhiozzante, incespicante, disarmonica, più vicina ad un assolo quasi disperato di Jimi Hendrix (la raccolta comprende poesie tra il 68 e il 70, Woodstock è del 1969) anziché alla pulizia rotonda della chitarra di Eric Clapton) – è un’esperienza d’incontro/scontro, suggerito con forza disarmante da Pasolini per prenderne atto e rilanciarne la sorprendente sete rivoluzionaria.

Lì vi è la politica, lo sguardo civile, l’indignazione degna, il pubblico e anche il privato. Un incessante confronto con la gamma della vita al suo variare. L’uomo la percorre e qualcosa succede. Ecco perché, cinquant’anni dopo, possiamo ritenere affidabile ciò che Pasolini mise sul tappeto poco lindo della realtà. Non avendo paura di essere esplicito nel dire di quell’attimo, di quel presente. Nel Pasolini di “Trasumanar” avvertiamo la pertinenza e la centralità della religiosità, da intendersi in modo per nulla convenzionale (ma ci potrà mai essere una religiosità convenzionale?). Si fa avanti tra le righe, dentro gli incerti e le incertezze di un’intellettuale inconsueto così proteso al “significar”. E anche quando non tace – perché non è affar suo la reticenza e l’indulgenza –  il conformismo della generazione di giovani sessantottina che definisce sfortunata (essa ha abbandonato la bellezza, il sale della tradizione viva, genuflessa all’ambiguità sinuosa e attrattiva del potere zdanoviano) non vi è mai astio, rottura definitiva, in fondo è pietas. Sfortunata quella generazione, orfana per sua volontà, ideologicamente frastornata, ingenuamente presuntuosa nel premere sulla realtà con metodo puramente organizzativo, dimentico del “trasumanar”. E’ la bellezza dimenticata? Come il poeta dice ne La Poesia della Tradizione? E lo dice a riguardo dei padri, delle cattedrali, delle opere, della vita… Ma ecco, a dire del peccato (anche nel significato di che peccato che sia andata così) alcuni dolenti versi di quei profetici versi:

(…) tu hai cercato salvezza nell’organizzazione
(che non può altro produrre che altra organizzazione)
E hai passato i giorni della gioventù
Parlando il linguaggio della democrazia burocratica
non uscendo mai dalla ripetizione delle formule,
chè organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sì,
ti troverai a usare l’autorità paterna in balia del potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!

Anche ora, avendola letta o riletta, si rimane un po’ scossi. Perché, si conviene (almeno che non si voglia voltare la testa dall’altra parte) che nessuno possiede gli anticorpi per rifuggire dalla tentazione amorosa dell’organizzazione tout court con quel che ne segue. Non è un problema di gioventù. È un problema – quello di essere “sfortunati” – che non conosce età e dunque destinato a tenerci compagnia. Per dirla con Pasolini, non si sfugge al tarlo della democrazia burocratica, vero e asfissiante ossimoro; vale per la politica ma anche per i rapporti personali. Nei pensieri come nei gesti. Denuncia stanchezza verso di sé e scarso interesse per l’altro da sé. Esprime l’imperscrutabile tentativo di formalizzare tutto e salvare niente. Il rito è scadente: ripetiamo formule per convincerci che così funzionino meglio le cose. Un darsi quotidiano a imitazione dei patrigni della generazione sfortunata. Nei secoli dei secoli. Nessuno è innocente, autoassolversi non funziona granché. L’organizzar fa male. Si ritroverebbe Pasolini, così come noi, nel Benedetto XVI dell’Enciclica Spe Salvi laddove il perno vitale sta nella fioritura contagiosa della domanda che accende il gusto per la vita di ogni generazione. Un ritrovarsi per ritrovare. Per non cedere alla fascinazione della democrazia monca, all’organizzar tentacolare. Ma perché si fatica a capirlo con il rischio concreto di precipitare?

E lo dico per gli studenti medi, pueri e puellae,
così pieni di ammirazione  per i loro fratelli maggiori,
i meravigliosi estremisti, cavalieri senza macchia e senza paura,
uno per tutti e tutti per uno: «Leggete le poesie della nonna, è l’ultima occasione culturale della vostra vita» (…).  

La tradizione. La nonna. Torniamo a quel dialogo interrotto, suggerisce. Ci suggerisce. Una memoria trasumanizzata quale atto liberatorio, rivoluzionario.

L’amore come carità

La raccolta comunica l’atto rivoluzionario della carità. Religiosamente intesa in senso non confessionale. La carità insita nei pensieri fors’anche in quelli più dolenti, disperatamente umani dell’opera. Nell’amore che non può dare tregua, che non solleva dalla sfida al circoscritto, al convenevole, al convenzionale,  nei mille rivoli del neo-zdanovismo. La carità è nel “Trasumanar” che oltrepassa il consueto giro di valzer scandito da note di orchestrali sfiniti, immalinconiti da sé medesimi. Lo scarto caritatevole (opportuno riprendere Ortodossia con la mendicante, viva e attenta, davanti al Duomo di Tours, interessata in modo disinteressato alla vita. Là dove il giovanilistico atteggiamento eretico si invera in ortodossia irrigimentata. Una dimensione che conosciamo molto bene, frequentandola) è nel cammino proposto da san Paolo, che organizza la Chiesa con la stimmate rivoluzionaria del “Trasumanar”.

(…) Benché la carità sia il contrario di ogni istituzione!!
Però la carità sa che le istituzioni sono anch’esse commoventi,
cari laici – laici intelligenti, stupendi, che strillate
per rivendicare all’uomo il diritto alla completa, assoluta,
irriducibile, libertà (responsabilità)
Voi volete essere orfani, senza più Padri o Madri? (…)

Di rassicurante  – lo abbiamo inteso ormai – nella raccolta non vi è nulla. Ciò che contagia è l’assenza di soluzioni sterili, figlie del suo tempo figlie di ogni tempo. Fu un passaggio decisivo “Trasumanar e Organizzar”. Si interruppe il rapporto di Pasolini con la forma poesia per procedere, “trasumanizzato” perlomeno nel desiderio di vita felice , verso scritti di assoluta immediatezza, articoli, commenti, editoriali, interventi. Da intellettuale vero. Macchiato, non senza macchia. L’anno venturo il centenario della sua nascita (5 marzo 1922). Per intanto, conviene entrare in relazione con la sua poesia. Che sa di vita. E che trasumanarla ci tiene in gioco sul terreno insidioso ma affascinante delle domande disarticolando le maglie dell’organizzar perfetto. E quel trasumanar – verbo salvifico e caritatevole pregno di circostanza – è un’occasione di risveglio pensato dentro il minuto della nostra quotidianità.

I funerali religiosi di Pasolini si tennero a Casarsa, sua città Natale, il 6 novembre 1975 nella chiesetta di Santa Croce. Per il poeta friulano il ritorno a casa. (Foto Elio Ciol)

 


Terra Santa
Il nuovo volto della guerra

Di quest’ultima esplosione di violenza dello storico conflitto israelo palestinese ha richiamato poca attenzione un accadimento che potrebbe aprire a scenari ancora più preoccupanti. Si tratta della rivolta degli arabo israeliani contro gli ebrei compatrioti. Quali le cause? Quali i possibili sviluppi? Analisi e voci di un altro fronte di crisi 

di Andrea Avveduto

© PinoNinfa
Varie immagini del fotografo Pino Ninfa, scattate ad Hebron e dintorni. Divieto di affacciarsi dai balconi su strade principali (in particolare la casa di un ragazzo con handicap), nuove case abusive per coloni nei territori, cortile con giovani di famiglie ebree rimaste dopo l’ordine di lasciare case coloniche abusive ognuno ha due soldati a difesa.

Gli scontri sulla spianata delle Moschee e i razzi che partono da e verso la striscia di Gaza. Provocazioni da una parte e dell’altra che esasperano gli animi. I partiti della destra israeliana e i fanatici dell’estremismo arabo che gettano benzina sul fuoco. Un copione noto e destinato a ripetersi ciclicamente fino a quando il conflitto israelo palestinese non tornerà tra le priorità dell’agenda politica internazionale. Anche oggi, dopo quest’ennesima ondata di violenza, le potenze occidentali guardano quasi con rassegnato cinismo l’evolversi di un cancro politico e sociale che ha rovinato la vita di milioni di persone, mentre le forze regionali cercano di approfittare di questa nuova instabilità. Il nuovo governo ibrido formato da una strana alleanza tra un’estrema destra e i partiti arabi non sembra garantire il patto sociale, anche se il nuovo presidente della Repubblica Isaac Herzog sembra intenzionato a ricucire le ferite riaperte proprio in seno allo stato ebraico. Sulle trattative di pace, niente di nuovo. Sono e rimangono a un punto morto.

Le fragilità del tessuto sociale

In Galilea però la situazione si fa preoccupante. A Lod, Haifa, come anche a Tel Aviv la tensione è palpabile. Tra gli ebrei come tra i palestinesi. Si guardano con diffidenza, a volte con odio. E la tensione sfocia spesso in violenza. E’ proprio a questo aspetto che dobbiamo guardare per scorgere la novità di questi scontri durati undici giorni: la violenza degli arabi israeliani contro gli ebrei compatrioti. E viceversa. Gli arabi in Israele sono circa un quinto della popolazione, e la loro condizione è profondamente diversa da quelli che vivono sotto l’occupazione nella West Bank o a Gaza. In teoria hanno pari diritti davanti alla legge, nella quotidianità spesso sono vittime di discriminazione a beneficio dei concittadini ebraici.

Nell’ultimo mese si sono uniti alle proteste dei palestinesi con una veemenza mai vista prima: hanno aderito a scioperi e bruciato sinagoghe, mentre dall’altra parte esponenti della destra ebraica hanno bruciato loro negozi e case.  A un certo punto qualcuno timidamente prospettava la possibilità di una guerra civile. Difficile che questa eventualità possa verificarsi, ma la tensione rimane altissima, ed è una miccia pronta a esplodere in qualsiasi momento. Un pericolo che oggi supera la capacità offensiva di Hamas, perché mina le basi di una società sempre radicalizzata.

La violenza di questi giorni si è verificata in città dove sino al giorno prima parlavamo di pacifica convivenza. Ma è proprio così?

In realtà ci sono fatti e ragioni per dubitare di questo clima così favorevole dei mesi precedenti. Non dimentichiamoci che Israele è reduce da quindici anni di governo Netanyahu, di propaganda anti araba subdola ma non per questo meno violenta. E solo pochi anni fa è stata approvata la legge ebraica, che ha spostato ulteriormente il baricentro legislativo del paese a favore dei cittadini ebrei. La convivenza insomma si è fatta tutt’altro che semplice, e le testimonianze raccolte in questi giorni documentano con inesorabile certezza la tensione nelle relazioni tra i due popoli.

Ad Haifa, una delle città prese a modello di coesistenza pacifica, si intravedono più che da altre parti le fragilità di questo tessuto sociale. Oggi solo il 10% dei 250.000 residenti sono arabi palestinesi. I due popoli condividono ospedali e università, ma le scuole sono divise, e Haifa stessa è una città divisa. Nessun checkpoint come in West Bank a testimoniare la divisione evidente, ma neanche nessuna occasione di incontro. Le abitazioni degli arabi e ebrei si trovano in zone completamente differenti. Generalmente i palestinesi lavorano vicino alle proprie abitazioni, o nelle raffinerie vicino al porto di proprietà degli ebrei israeliani. E la fatica per ottenere lavori migliori o fare carriera in queste aziende è difficilissima. Fino al 1948 Haifa era una città interamente abitata da arabi palestinesi, fino all’esproprio delle case avvenuto dopo la proclamazione dello Stato Israeliano. Le proprietà palestinesi sono state confiscate e oggi, dove sorgevano le piccole palazzine arabe, sorgono imponenti grattacieli con all’interno appartamenti di lusso destinati agli ebrei. Una delle novità di questi anni è la presenza ad Haifa di alcuni gruppi armati dell’estrema destra israeliana, che si sono presentati alla manifestazione dell’11 maggio al grido di “morte agli arabi” e nella notte hanno attaccato diverse proprietà dei palestinesi. La polizia ha represso gli scontri con la forza e 700 palestinesi sono stati arrestati.

Anche a Tel Aviv, considerata la città più aperta del mondo, famosa per i suoi imponenti gay pride e la vita notturna, nasconde tra le sue pieghe un disagio etnico che sta venendo lentamente fuori. Un abitante arabo della città racconta: “sento cantare “morte agli arabi” a Lod, Haifa, Tel Aviv. Percepisco una tensione che sta venendo a galla prepotentemente. Oggi mi sento fisicamente minacciato a Tel Aviv, e quando passeggio per le strade e guardo gli occhi minacciosi dei miei concittadini mi sembra di morire”. Questo ragazzo, che fa il traduttore per un’organizzazione internazionale e che preferisce mantenere l’anonimato è piuttosto disilluso su un’effettiva parità di diritti: “Sento che non potremo essere mai uguali davanti alla legge, nemmeno per quelli che sono nati sotto lo stato israeliano. La lingua sarà sempre la discriminante principale. Prima era un marchio di fabbrica, oggi lo è d’infamia”.

Il problema demografico

L’aspetto demografico non è un dettaglio secondario: entrambi gli interlocutori che stanno cercando – senza successo – di arrivare a una soluzione condivisa sanno bene che anche su questo aspetto si gioca il futuro delle trattative. Se l’ipotesi dei due stati sta tramontando per via della presenza degli insediamenti israeliani difficilmente estirpabili, anche pensare a uno stato unico significherebbe – nel giro di venti, massimo trent’anni – avere una maggioranza araba alle urne. Con le conseguenze che non fatichiamo a immaginarci.

A Lod, una delle città protagoniste di questa tensione che ha preoccupato seriamente la Knesset e ha minacciato gli equilibri interni, gli alberi vicino alla sinagoga principali sono stati sradicati. Le macchine sono state bruciate, sia quelle dei palestinesi come quelle degli israeliani. I racconti che arrivano da quella città sono la cifra di un conflitto sotteso e infido, che sui media non trova lo spazio riservato ai razzi di Hamas, ma forse ancora più pericoloso. “Ho incontrato diverse famiglie palestinesi – racconta Tanya – che avevano bambini piccoli. Le notti degli scontri erano infinite e spesso chiedevano ai genitori se sarebbero stati uccisi. Le forze di polizia erano ovunque, per cercare di contenere gli scontri”. L’impressione generale era di una comunità sotto shock per quello che stava accadendo. “I nostri parenti che vivono nei territori occupati ci chiedono notizie, e stanno raggiungendo la triste consapevolezza che l’idea di una cittadinanza sia fallita. Si stanno semplicemente svegliando da un sogno”.

Gli scioperi e le proteste durano ancora oggi, con minore violenza, ma con una tensione respirabile tra le città dove si parlava – lo abbiamo visto, ingenuamente – di convivenza. Il governo di Bennet parte in salita. Non ci sono accordi di Abramo che tengano: per pensare a un processo di pace lungo e duraturo bisogna tornare in Terra Santa, a ricucire lentamente le ferite che si sono aperte in questi anni, mentre il mondo guardava altrove. Perché c’è una pace che non si può fare solo vincendo la guerra, ed è forse il messaggio più forte che ha lasciato papa Francesco durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, esattamente sette anni fa. “La pace è un lavoro quotidiano, che si costruisce giorno per giorno”. Pronunciava queste parole nel maggio 2014, sulla piazza della mangiatoia di Betlemme. Dopo sette anni, vediamo invece i frutti di una violenza cieca che ha nuovamente allontanato i due popoli da sempre in lotta, in una guerra dove gli israeliani non vinceranno e i palestinesi perderanno sempre.

Arabi israeliani
©Andrea Avveduto

 

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