Pasolini, intellettuale “disorganico”

Cinquant’anni fa il delitto del grande poeta. Una delle voci più straordinarie della cultura novecentesca. Un uomo e un intellettuale controcorrente, alieno al pensiero dominante, al conformismo del potere, alla mercificazione dell’esistenza umana. Per questo don Luigi Giussani ne avvertiva la profondità e l’originalità al punto tale dal desiderare di incontrarlo. Nel deserto di un presente povero di interventi pubblici coraggiosi, questo doloroso anniversario può essere l’occasione per conoscerlo attraverso la fecondità provocante e bruciante delle sue opere


31 ottobre 2025
Editoriale

Pier Paolo Pasolini

Per chi si occupa di cultura anniversari legati ad autori, artisti e intellettuali sono insidiosi, appuntamenti quasi obbligati e perciò materia da prendere con le pinze. Per qualsiasi verso tu possa prenderli è forte il rischio di scrivere per farne un uso improprio, assoggettandone il pensiero alla propria visione. Banalizzandoli, depotenziandoli, in pratica rendendone afona la voce. Non esercitando, perciò, un buon servizio. Tale rischio appartiene alla relazione pericolosa che intercorre tra cultura e ideologia. E sarebbe profondamente sbagliato quanto irresponsabile liquidare la questione come solo farina del sacco novecentesco. Oggi, pur in scenari diversi, quella relazione pericolosa continua a dare segni di florida attività. E gli anniversari, eccoli qui, si rivelano una magnifica occasione per dimostrarne la solidità. Nel caso di Pier Pasolini, assassinato cinquant’anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 novembre sul desolato e desolante litorale dell’idroscalo di Ostia, è plastico l’uso improprio della sua morte e del suo imprendibile e svicolante pensiero.
Accertato che nessuno è immune dalla tentazione di inscatolare un autore straordinario come Pasolini, probabilmente il metodo più efficace per ridurre il danno è quello di tendergli la mano per conoscerlo attraverso le sue opere, i suoi articoli, i suoi film. Insomma si tratta di incontrarlo, ascoltarne la voce, senza la preoccupazione di condividerne per intero il suo pensiero.
Un’appassionata e curiosa vicinanza per formarsi anche un giudizio critico. Con gli intellettuali autentici ci si mette in rapporto così. E il poeta di Casarsa, seppur nato a Bologna il 5 marzo 1922, appartiene proprio a quella ristrettissima cerchia. Di qui il senso della sua lacerante mancanza.
Ecco allora che la circostanza dell’anniversario della terribile e offensiva morte di PPP, oltre che motivo per andare in mare aperto a intercettare pagine della sua notevole produzione, fa emergere la drammatica realtà odierna dell’assenza dell’intellettuale. Si fatica a rintracciarlo per la ragione che anziché mettersi di traverso al potere e al pensiero dominante, lo liscia. L’intellettuale che bacia la pantofola ne contraddice la vocazione. Sta a corte con tutti i benefici del caso.

1 marzo 1968 – Valle Giulia, scontro studenti e poliziotti – Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte io simpatizzavo coi poliziotti – La poesia, intitolata Il PCI ai giovani

Fuoco ancora acceso

Pasolini no: più che la corte la campagna, le periferie. Pasolini è un vulcano in continua eruzione. Dice in abbondanza, non riesce proprio a tacere. Le sue parole hanno lo stampo della provocazione, colata lavica che viene giù in forma di polemica aspra e irriducibile. Pensieri che entrano nel merito, che scuotono, che suscitano discussione e prevedibile riprovazione. L’intellettuale vero deve aspettarselo. Stiamo parlando di lui al presente per dire che la sua voce non si è spenta, le sue riflessioni accalorate e ininterrotte sono fuoco ancora acceso. Gli scritti di Pasolini emanano sofferenzaIl suo diagnosticare la mutazione antropologica con relativa adesione al consumismo, l’abbandono della Tradizione per asservirsi a un nuovo corso delle cose disumanizzante, l’avversione corsara al nulla quale espressione dell’ideologico quotidiano.
Ha fatto bene la scrittrice Dacia Maraini, sua grande amica, a suggerire di rendere fecondo il pur tragico anniversario del suo delitto evitando di lasciarsi risucchiare nel gorgo delle interpretazioni sui misteri legati a quella morte atroce, privilegiando la lettura del Pasolini poeta, romanziere, acuto polemista. Insieme alla visione dei film. Perché nelle sue opere c’è materia viva, parole che scottano, lacerazioni sincere. Un diffuso quanto perturbante senso del sacro.

Pasolini svela Gesù del Vangelo

Un comunista allontanato dal Pci

Un uomo così non ha potuto che essere un’intellettuale disorganico, un comunista a modo suo (la sua educazione fu cattolica ricevuta dalla madre, in seguito abbandonata perché ritenuta poco vivace e interessante, un masso pesantissimo e immobile piuttosto che carne; sarà un suo dramma esistenziale quello; anche se nel film Il Vangelo secondo Matteo affida all’amatissima madre il ruolo della Madonna) che non ha trovato casa nella parrocchia di quel Partito comunista di cui ha fatto parte e da cui è stato allontanato. In un ambiente abbeverato di moralismo – ne è sempre corso a fiumi in questo Paese – PPP non poteva che finire fuori dai giochi. Un estromesso. Quel Partito allora necessitava di intellettuali organici non di voci libere, di nomenclatura e non di pensatori corsari, di gramsciani in cenere e non di un gramsciano dolente e riluttante alla disciplina di partito, una presenza ingombrante e troppo sentimentale.
Eterodosso, spregiudicato, inquieto. «Sapeva come prendere la parola e perfino imporla, trattando col “sistema” ma guardando con occhi ben aperti come si viveva e pensava, nell’Italia del suo tempo e senza far sconti a nessuno e neanche a sé stesso». (Goffredo Fofi, Per Pasolini, La Nave di Teseo, 2022). Come si viveva e pensava. Come si vive e pensa. PPP è ancora qui tra di noi basta volerlo incontrare. Laicamente incontrare.

Elsa Morante con Pasolini

L’incontro mancato con don Giussani

Per riferire di una storia non a tutti conosciuta, va precisato che a don Luigi Giussani interessava l’incontro con personalità che fossero umanamente e intellettualmente vive. Il sacerdote ambrosiano era rimasto colpito dagli articoli di Pasolini pubblicati sul Corriere della Sera incentratisullacritica all’omologazione, alla distruzione del popolo ad opera di un nuovo potere, conservatore e dissacrante ad un tempo, per il quale l’unico dio era la merce, il consumo come criterio di vita. In particolare mostrò entusiasmo per l’editoriale del 24 giugno 1974 intitolato Il potere senza volto. Nel volume di Alberto Savorana, Vita di don Giussani (Rizzoli, 2013) si racconta dell’incontro mancato del fondatore di Comunione e Liberatore con l’autore del Vangelo secondo Matteo.
Così viene riportato: «La mattina del 3 novembre 1975, nel suo studio di via Martinengo Giussani apprende dal Corriere della Sera dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Con lui c’è Laura Cioni, che scorge sulla scrivania una lettera indirizzata allo scrittore, che non sarà mai completata: “Esprimeva una totale consonanza con le posizioni da lui sostenute in tanti articoli sul Corriere della Sera”». Quel fatto verrà poi confermato dal giornalista Lucio Brunelli che «incontrando Giussani nel 1998 nella sua abitazione di Gudo Gambaredo, gli parla di Pasolini e si sente dire che “gli stava scrivendo una lettera quando arrivò improvvisa la notizia della sua morte. Nella lettera intendeva chiedergli di incontrarlo”».
Dunque, non si sprechi oggi l’occasione di incontrare PPP, intellettuale “disorganico”. Perciò autentico.