Petrosino: Quale Europa e quale Occidente

Da Emmanuel Lévinas e la sua riflessione su Vecchio Continente e pace alle lasagne di Martin Scorsese. Passando per la Cina, l’India e Charlie Ebdo. Ma quelle del dialogo con il filosofo che insegna nell’Università Cattolica del Sacro Cuore non sono parole in libertà. Sono libertà che la parola si prende per cogliere dei nessi. Per sommuovere evidenze che in questo presente turbolento non sembrano più tali.  


31 ottobre 2025
La sfida dell’unicità
Conversazione con Silvano Petrosino a cura di Nicola Varcasia

Silvano Petrosino – Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media Università Cattolica del S Cuore – Direttore Archivio Julien Ries per l’Antropologia simbolica

Nel numero 75 di .CON la pubblicazione della lezione che il filosofo Emmanuel Lévinas ha tenuto a Torino nel 1984 è stata l’occasione per riflettere su come il grande pensatore intendeva l’Europa e la pace. Ci è sembrato naturale proseguire su questa strada, dialogando con Petrosino, professore ordinario di Teorie della comunicazione e antropologia religiosa e media all’Università Cattolica del Sacro Cuore. A quella lontana lezione, lui era presente da giovane laureato e, negli anni a venire, ha tradotto per l’Italia e sviluppato il suo pensiero.

Perché è centrale la figura di Levinas?
Nella sua persona, anche dal punto di vista biografico, troviamo raccolte tre grandi tradizioni dell’Occidente e quindi dell’Europa: quella ebraica, quella filosofica e quella letteraria, in particolare russa. Questo lo rende una figura veramente e feconda.

In che modo?
Nella lezione tenuta a Torino, dove riprendeva alcuni suoi scritti precedenti, ricorrendo alla metafora delle città con la coppia Atene e Gerusalemme, Lévinas diceva che, dal punto di vista culturale, l’Europa sono la Bibbia e i Greci.

Manca qualcosa?
In molti, tra i quali Hans Jonas, hanno sottolineato che concettualmente bisogna aggiungere anche Roma. Le città sono tre.

Pantheon Roma antica

Roma significa cristianesimo.
Roma ha il merito di aver universalizzato quelle due grandi tradizioni. Senza San Paolo, che porta il pensiero di Atene a Roma, le scuole filosofiche greche sarebbero rimaste isolate. Lo stesso vale per l’ebraismo, e Jonas stesso parla da ebreo. Per quanto riguarda l’Occidente, credo che nessuno possa negare questa interpretazione.

Qual è allora il tratto distintivo dell’Occidente?
Da questo punto di vista, l’Occidente è il valore assoluto della singolarità. È qui che si distingue dall’Oriente, in particolare dalla Cina: culture e civiltà millenarie, che non vanno messe in classifica come invece fanno oggi tanti politici e intellettuali americani.

Dove ci porta la singolarità?
Levinas usa il termine unicità, riferita all’unicità del volto. L’unicità, o l’alterità assoluta, sono riferite sempre all’altro uomo. Ma poi si ferma.

Dove possiamo spingerci?
Penso che il tema dell’unicità sia così radicato nella cultura occidentale da aver influenzato tutto, anche l’arte e gli oggetti. Prendiamo ad esempio la scultura: mentre in Oriente il Buddha è simbolo di armonia cosmica, immutabile e universale, in Occidente – pensiamo a Lisippo – si scolpiscono le vene, i volti, la singolarità di ogni uomo. Non si rappresenta più “l’uomo”, ma quel preciso individuo. A lezione dico spesso che anche le bottiglie di Morandi parlano di unicità. Nel linguaggio cristiano, l’unicità diventa il valore assoluto della persona, un concetto che altrove non esiste.

La singolarità però possiede anche un lato oscuro.
È l’obiezione che gli rivolge l’Oriente: dove il singolo viene posto e pensato come assoluto, là c’è violenza. Ogni singolarità, resa assoluta, diventa arrogante e violenta. Questo è vero, ma l’Occidente ha un antidoto.

Quale?
Mette in gioco la categoria di giustizia che ritengo sia l’altra parola che definisce l’Occidente. La giustizia è ciò che oppone o, per lo meno, cerca di opporre dei limiti al dilagare della singolarità. Dal punto di vista teorico il campo è questo.

Pensando anche solo alla storia dell’Europa, l’antidoto avrebbe bisogno di un “boost”…
La pratica è sempre un’altra cosa. Personalmente, senza alcuna pretesa di assolutezza, vedo oggi una certa ingenuità nel nostro mondo occidentale: quella di non riconoscere più che l’uomo è un mistero, e che questo non significa solo luce e positività.

Ad esempio?
Solo l’uomo è un distruttore. Ma non perché sia cattivo. Qui vedo anche il limite di un certo pensiero cattolico, quando lascia intendere che basterebbe essere tutti buoni per migliorare la società. Il punto non è che non siamo tutti come Gandhi perché siamo cattivi, ma perché siamo un mistero, e questo, in fondo, è molto più interessante.

In Potere e religione. Sulla libertà di Dio appena uscito per Vita e Pensiero, affronta questo nodo?
Questo mistero si può riassumere in due grandi vie. A differenza di un certo pensiero rassicurante, che tende a separare, la parabola del grano e della zizzania ci insegna che le due strade convivono. Solo alla fine, in Paradiso, saranno forse distinte. Qui, invece, restano intrecciate: solo l’uomo è capace di amare e accogliere, e solo l’uomo è capace di distruggere.

Ma non c’è anche la natura a saper distruggere?
Non da questo punto di vista. Noi diciamo un comportamento bestiale, ma in realtà le bestie non hanno comportamenti bestiali. Solo l’uomo distrugge in modo sorprendente. I fatti di cronaca nera, nella loro crudezza, lo mostrano chiaramente. La natura è anche conflitto e lotta, ma non va idealizzata nella sua presunta purezza in contrapposizione a un’umanità corrotta. Solo l’uomo, però, raggiunge livelli incredibili nella consapevole capacità di distruggere. Allo stesso modo, però, non ci sono paragoni rispetto alla sua capacità di accoglienza e di amore. I due contesti si intrecciano continuamente.

Crede che l’Europa abbia smarrito il senso di questi fondamenti?
Sì, credo che l’Europa debba prima di tutto prendere coscienza di averli smarriti. Oggi gli intellettuali non parlano più di queste cose, e questo, per me, è sorprendente. Pensiamo alla polemica sulle radici cristiane dell’Europa: osteggiarle è stata una sciocchezza. Perché le radici sono quelle, non si trattava di “obbedire al Papa”, ma di riconoscere le proprie origini.

Quali sono le conseguenze di questa chiusura?
La più clamorosa è l’aver ridotto il tema dell’unicità alla difesa della proprietà privata e quello della giustizia a norma. Questa è la deriva. Io dico che il proprio non coincide mai col proprietario: tra l’essere proprio e l’essere proprietario c’è un abisso.

Riguardo alla giustizia?
La giustizia non è la legge. La moltiplicazione dei divieti da cui siamo circondati oggi è il tentativo di sentirsi giusti attraverso la norma, la legge. Ma è un palliativo anche piuttosto dannoso.

La ragazza che iniziò le proteste Università Tsinghua di Pechino (l’ateneo dove si laureò anche Xi Jinping) proteste che stanno scuotendo il Dragone

Nel suo libro parla proprio dell’esercizio del potere.
Il potere non è male. Anche per fare il bene occorre il potere. La questione è: come mai il potere, che non è male, spesso lo diventa? Nel libro avanzo l’ipotesi che il potere diventa male quando non serve a realizzare qualcosa, ma ad affermare qualcuno. In questo senso, è un tema  di identità.

In che modo?
La grande incertezza dell’uomo riguarda la propria identità: “Chi sono io?”. Cerchiamo conferme negli altri, nel loro riconoscimento o nel loro dominio. Come il bambino che si tuffa e grida “mamma, guarda!”, chiediamo prova della nostra esistenza. L’esercizio esorbitante del potere non nasce solo dalla cattiveria, ma da qualcosa di più sottile e profondo: il bisogno di sapere chi siamo.

Dove porta l’illusione del possesso?
È sorprendente che la cultura abbia perso confidenza con questi temi. Identificare il valore della persona con la proprietà privata è una vera e propria sacralizzazione del possesso, che in termini biblici è una forma di idolatria. L’uomo continua a costruire idoli perché cerca un punto d’appoggio alla propria inquietudine. L’idolo serve per riposare. Al contrario del Dio biblico, che non lascia mai “tranquilli”. Pensiamo a Mosé, che vedrà la Terra Promessa solo da lontano e senza prenderne possesso. L’uomo cerca continuamente un idolo e il potere è la forma per eccellenza dell’idolatria.

Neanche l’Oriente però sembra andare nella china giusta.
Perciò non ha senso fare classifiche. Arrivati a questo livello della questione, si tratta di capire che nessuno ha la ricetta pronta: questo è l’umano. Bisognerebbe recuperare due parole che mi sembrano essenziali: serietà e sincerità. Per sincerità intendo anche riconoscere l’ombra – ammettere che «io ti voglio distruggere». La devastazione di Gaza è tragicamente esemplare anche in questo. Riconoscere queste verità farebbe tacere tanti “tromboni” e aiuterebbe a vivere un po’ meglio.

Tornando alla nostra Europa, saprà tornare a muoversi con più decisione?
La vedo molto difficile. Putin ha capito che l’Occidente rappresenta solo il 5% del mondo. Mentre noi continuiamo a parlare come se fossimo il centro del mondo. Gli stessi Stati Uniti sono un paese distrutto: nella cultura profonda (pensiamo allo spettacolo tremendo di Trump durante la commemorazione di Kirk) come nella sanità. Il mondo è più dell’Occidente: c’è l’Africa, la Cina,con l’India che l’ha superata in numero di abitanti. C’è una sola possibilità.

Quale?
Non si può fare altro che cercare di stabilire degli accordi, come afferma la Chiesa. L’alternativa agli accordi non sono le guerre o i dazi: la politica di Trump è solo un grande segno di debolezza. America first è qualcosa di impossibile. Nessuno può dire first se non si vuole andare verso la distruzione.

Eppure, fare accordi resta la cosa più difficile.
L’ospitalità più difficile non è quella dei corpi o dei bisogni materiali, ma è l’ospitalità della cultura. Confrontarsi concretamente con una persona cinese, nigeriana o brasiliana, fa emergere la difficoltà vera: come educhiamo i figli, come organizziamo la convivenza sociale? Dobbiamo renderci conto che il confronto tra le culture è la sfida più grande.

Cultura in senso primario, direbbe San Giovanni Paolo II.
Esattamente: grazie a Dio c’è Dante, ma non esiste solo Dante. Senza di lui non saremmo quello che siamo, ma la cultura è molto di più: è l’espressione di un popolo in tutte le sue forme. Faccio un esempio scherzoso: di recente il regista Martin Scorsese, in Italia per ritirare un premio, ha detto che la lasagna è sempre buona, ma nessuna era come quella che faceva sua mamma. Questa è la cultura: nessuno può impormi come si fa “la lasagna perfetta”, ma dobbiamo convivere nella stessa casa e trovare un modo per andare d’accordo.

Anche se, in fondo, ognuno pensa che la lasagna della propria mamma sia la migliore…
Èd è qualcosa che riguarda tutti, anche chi viene ospitato. Anche le vittime devono imparare ad accogliere. Mi raccontavano di una casa-famiglia, in cui alcune rifugiate rifiutavano qualsiasi attività perché pensavano di dover solo ricevere aiuto: un atteggiamento comprensibile, ma che rischia di diventare arroganza delle vittime.

Sono sfide difficilissime, nel piccolo come nel grande.
Pensiamo ai messaggi di potenza, come la recente parata militare in Cina. Sono dichiarazioni che dicono apertamente: «Non facciamo la guerra, ma non osate attaccarci». Un atteggiamento che, anche se presentato come difensivo, è di fatto una dichiarazione di guerra. Ma alla lunga non può esserci alternativa all’ospitalità.

La sua è una visione realistica, ma non rassegnata.
Il nostro vero tesoro culturale dell’Europa non è annullato. Prima o poi riaffiorerà, anche se non sappiamo quando. Le spinte fortissime che la premono, da Trump a Putin non favoriscono questa dinamica. Ma la cultura vera prima o poi viene fuori, riprenderà il suo posto di fronte alle sue stesse caricature che oggi sono comunemente accettate.

A cosa si riferisce?
Concludo con due esempi: la rappresentazione di Gaza come una località turistica, rilanciata dallo stesso Trump, e la rivendicazione del “diritto alla blasfemia” del nuovo direttore di Charlie Hebdo. Se l’Occidente confonde la satira con la blasfemia e la laicità con il laicismo, resterà intrappolato. Lo dimostra la Francia, ma anche molti episodi di casa nostra. Osservazioni semplici, ma oggi necessarie.