“Ragazzi qual è il vostro posto segreto?”
La vita degli studenti che entrano in classe. Nei temi che scrivono qualcosa viene fuori. Sempre. Tra accenni, mezze frasi. Loro desiderano essere trovati così, lasciando cadere in terra briciole che sono qualcosa di vero. E allora vanno incontrati su quel terreno, con domande semplici. Che possono tornare indietro con parole inaspettate, con traiettorie diverse, perché ciascuna vita e propria ciascuna. E non può esserci delusione se le risposte vanno per la loro strada che non è la tua. Quella del prof. Semmai accendono un interesse sincero, aprono a nuove domande. Mai innocue. Come accade nella grande poesia. Vedi Montale. Poeta difficile da rinchiudere nell’orizzonte interpretativo di TikTok…
22 maggio 2026
Porte socchiuse
di Paolo Covassi
Correggendo certi temi sembra di sbirciare dentro una stanza dalla porta socchiusa. Non tutti eh, sia chiaro. Anzi, la maggior parte cercano proprio di non raccontare niente… ma alcuni si lasciano andare. Non sono confessioni o cose del genere, sono accenni, mezze frasi, quasi degli ammiccamenti. Sembra a volte che siano delle esche, anzi, delle briciole che, come moderni pollicini, i ragazzi lasciano cadere in terra non per poter tornare a casa, ma per farsi trovare. Insomma, non ti dicono “sono qui” o “guardatemi”, ma è come se facessero finta di scordare la porta aperta. Così li si può seguire. Non vogliono farsi trovare, ma non vedono l’ora che qualcuno li scopra.
Il mondo in una stanzetta
Tutto questo parlare di porte e di stanze non è casuale. Ho dato ai miei alunni di prima un tema, che nelle intenzioni doveva essere un testo descrittivo, dove raccontassero del loro “posto segreto”. Un luogo sicuro, bello, dove ritirarsi a pensare o solo dove stare tranquilli; il mio è in montagna, per esempio.
Salendo nel bosco, sopra il paese, si arriva a incrociare un sentiero dove gli alberi creano una sorta di galleria naturale; percorsi pochi metri, sulla destra, c’è una vecchia casa abbandonata e, di fianco a questa, una specie di panchetta instabile. Proprio lì davanti il bosco si apre e i rami diventano una cornice alle dolomiti di Brenta che svettano in lontananza. È il mio luogo segreto, anzi, lo era… perché da poco quella casa è stata sistemata e non è più possibile arrivare nel giardino. Peccato, perché lì a volte stavo seduto, spesso senza pensare a niente in particolare, ma semplicemente ascoltando i rumori del bosco e godendo dell’aria buona.
Lo dico perché, in qualche modo, mi aspettavo qualcosa di simile. E invece no.
La stragrande maggioranza di loro ha descritto la propria cameretta. Non mi viene in mente un luogo meno segreto di questo… è vero che solo pochi lo condividono con un fratello o una sorella, qualcuno in più con il cane o il gatto e la maggior parte con nessuno, ma resta un luogo aperto a incursioni altrui.
Ma è il loro spazio sicuro, il loro guscio. Qui si sentono in qualche modo protetti da quel mondo che fa loro paura o, quantomeno, che non li capisce. Chi non ha contatti frequenti con ragazzi di questa età può lanciarsi nella lettura di diverse e interessanti ricerche proprio sul rapporto tra adolescenti e mondo circostante… il risultato non è diverso, ma un conto è leggere percentuali su una tabella, un altro è avere di fronte le loro facce. “Ansia” è certamente la parola più frequentata, anche perché utilizzata per indicare qualsiasi emozione o quasi: ansia per il futuro, perché guerre e cambiamenti climatici gettano ombre oscure sull’avvenire; ansia per la scuola: che sia per eccellere o per scamparla poco cambia; ansia (tantissima!) per il giudizio degli altri, on line o off line non importa, tanto che oggi per loro si parla di “on life” proprio per indicare la sostanziale coincidenza tra reale e virtuale.
Infatti, la loro cameretta non è una vera oasi di pace, perché il mondo ha un cavallo di troia di 6 pollici (circa) che li insegue instancabilmente. Un quindicenne trascorre tra le tre e le sette ore al giorno guardando il telefono, considerando che ne passano sei a scuola (ufficialmente senza telefono) il conto è presto fatto.
La “verità” di TikTok
Si potrebbe dire che sono ragazzi giovani, vero, ma con i maturandi non cambia molto. Parliamo di ragazzi che presto andranno a lavorare o all’università, che guidano, che votano… eppure anche loro sembrano vivere perennemente altrove.
Tre esempi veloci. Lezione di storia, fine della Seconda guerra mondiale, il mondo conosce l’orrore dei campi di concentramento. Leonardo interviene con entusiasmo: “Prof, ma lo sa che in realtà quelli che si vedono nelle foto di Auschwitz sono soldati americani?”
“Non credo proprio…”
“Glielo giuro su qualunque cosa prof – insiste – io lo so!”
Cerco di spiegare perché non è plausibile ma è inarrestabile, insiste, “lui sa!”. Allora cerco il video della liberazione di Aushwitz e lo avvio sulla lim. Anche i più sonnolenti si riprendono, un po’ per le immagini un po’ perché aspettano di vedere come va a finire questa piccola “contesa”. “Queste immagini sono state riprese da Alexander Vorontsov, corrispondente di guerra al seguito dell’Armata Russa, perché sono stati i sovietici ad arrivare ad Aushwitz, quindi, dubito che ci siano soldati americani come comparse…” Alla fine si scopre che la “fonte certa” era un video su TikTok.
Tema in classe, simulazione prima prova, tracce prese dalle maturità degli anni scorsi, in molti ne scelgono una in cui si parla di bomba atomica. È un tema argomentativo, chiede di spiegare come l’utilizzo del nucleare ha modificato gli assetti geopolitici e se sia così anche oggi. Quando li restituisco sottolineo come a nessuno sia venuto in mente che l’attuale guerra in Medio Oriente scatenata dagli Usa (unico paese che abbia mai usato la bomba atomica in un conflitto) sia tesa a impedire all’Iraq (lo so, è l’Iran, ma parlando mi sbaglio) di possedere la bomba atomica. Una sottolineatura che, in un tema di maturità, avrebbe potuto fare la differenza. (“Una bomba!” Incalzano dal fondo). Comunque, un solo ragazzo si accorge che ho sbagliato Paese e mi corregge, e non perché gli altri siano timidi.
“Non ho capito”
Infine, il momento peggiore: la spiegazione. Siamo alla fine dell’anno, ci aspetta Montale: un gigante, da tutti i punti di vista. Uno che con la realtà ci litiga parecchio, ma il suo è uno scontro onesto, leale, quasi cavalleresco e non si tira indietro.
Guarda le cose più semplici (dei fili d’erba, ragazzi che giocano, dei limoni) e si chiede che senso abbiano. Perché le cose ci sono? Si dice che non hanno senso, che non c’è risposta, nessuna possibilità di fuga da questa realtà sensibile (cioè che si conosce con i sensi), eppure la domanda, testarda, torna. L’unica possibilità è un “errore di natura”, una “maglia rotta”, qualcosa che mostri il mistero (anzi, il Mistero, ma le maiuscole non si vedono quando si parla) della realtà che ci circonda.
“Non ho capito”. Stavolta a parlare è Francesco, è seduto in prima fila solo perché è arrivato tardi. L’aria assonnata gli dà un’espressione un po’… come dire… bovina (senza offesa, sia chiaro) e non faccio in tempo a prendere un respiro che aggiunge: “ma fa niente prof, ma ‘sti poeti devono proprio farsi tutte queste domande?”. Cerco di dire che, in realtà, tutti abbiamo queste domande… è che semplicemente siamo distratti, o abbiamo paura, ma capisco che non lo sto convincendo. L’istante prima che suoni la campanella sono già tutti i piedi, li guardo uscire mentre penso che, forse, è tutto fiato sprecato, se non fosse che Martina si ferma un attimo davanti alla cattedra e mi chiede: “la prossima volta ci dice se lo trova, questo sbaglio nella rete?” Forse non tutto è perduto.